Nel 2009 anno orribilis per la sinistra italiana, mai come oggi umiliata ed
umiliante per noi popolo di fedeli, la cui fede risulta ormai estremamente
provata e al limite della consunzione, ecco che forse non per merito nostro (e
dei nostri dirigenti il che non è uguale ma diciamo che fa lo stesso) ma per
mano dei nostri avversari che intendevano affondare il coltello definitivamente
in una gola già quasi esangue, ecco che il tentativo definitivo di
cancellazione di una storia travagliata ma senza eguali in fatto di progresso
civile e di coscienza di popolo in Italia, potrebbe capovolgere la situazione
avviata al punto di non ritorno.
Se consideriamo come nacque il primo partito degli eguali e dei miserabili
nel nostro Paese, senza particolari mezzi diremmo oggi mediatici, attraverso il
sindacato ancora carbonaro, le prime cooperative, il tam-tam amplificato dalla
miseria e dall’oppressione, con l’ausilio al massimo di stamperie clandestine;
almeno a chi scrive, non può che arrivare un brivido di ammirazione e stupore
che corre lungo la schiena e si riverbera sui tasti del pc.
Furono anni di grandi entusiasmi, di qualche conquista e di molte sconfitte
frutto di inevitabili errori di gioventù.
Poi arrivò l’illusione sovietica che tutto e subito si potesse fare, per
cancellare i millenni della storia dell’uomo costruita pietra su pietra, dal
sistematico dualismo forte contro debole.
Il popolo si divise, ma fece ancor più paura la sua forza potenziale di
esplosione rivoluzionaria, la borghesia arretrò e il capitale mise in campo i
suoi terribili anticorpi.
Dopo la seconda guerra,la parte d”Europa finalmente libera dagli imperi e
dai totalitarismi, acquisì finalmente una coscienza nuova fatta di pace e
cooperazione tra gli stessi vincitori e vinti. L’involuzione subita nel secolo
intercorso tra i trattati di Vienna e di Versailles, si avviava finalmente alla
definitiva archiviazione.
Per alcuni anni ancora restò però il dubbio, tra i partiti della sinistra
europea, se fare come a Mosca oppure convincersi definitivamente alla
democrazia e al confronto con l’altro che essa impone e sulla quale affonda i
suoi pilastri.
A Bad-Godesberg, un distretto di Bonn nel 1958, la SPD tedesca riuscì a far
prevalere definitivamente la cultura riformista e mise le basi per la
partecipazione dei socialisti ai governi di coalizione mettendo definitivamente
Marx e le tendenze rivoluzionarie, tra i cimeli di famiglia.
Questo avvenimento si allargherà a macchia d’olio in tutta l’Europa
continentale e sarà alla base della nascita della UE come la conosciamo oggi.
Nella Francia ancora profondamente gollista e non ancora ripresasi dallo
shock derivante dalla perdita della sua centralità politica europea prima
ancora che mondiale, i socialisti ormai ridotti al lumicino che pure avevano
guidato governi già prima del secondo conflitto come nel caso di quello di Leòn
Blumm, si trovarono nel giugno del 1971 di fronte al dilemma già avanzato in
Italia da Pietro Nenni “Rinnovarsi o perire”.
Nel congresso di Epinay-sur-Seine, prevalse la prima ipotesi tanto che
affidarono la guida del nuovo partito che nasceva dalle ceneri di diverse
formazioni della sinistra, a François Mitterrand che proprio un socialista
ortodosso non era.
Abbiamo visto in seguito come il PSF seppe ritrovare le proposte e il
consenso necessario per ritornare alla guida del Paese, svolgendo al contempo
un ruolo non secondario per il rafforzamento di una cultura politica
dell’Europa.
Ritornando alla situazione politica dell’Italia di adesso, di fronte ad un
debordante (ed incontrastato) riaffioraramento di una concezione del potere
padronale, paternalista (pro domo sua) e personalistico, cosa dobbiamo ancora
aspettare per fare come in Europa, nei “minuti di recupero” che ci sono
rimasti?
Come non appellarsi ancora una volta (sperando che sia quella buona) al motto
di Rosselli “Insorgere per risorgere” ?
Alessandro Silvestri.

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