
Mentre la comunità internazionale osserva con apprensione l’escalation regionale che coinvolge diversi attori in Medio Oriente, la Striscia di Gaza torna a essere teatro di violenti attacchi aerei. Le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per una nuova ondata di raid israeliani che, nelle ultime ore, hanno colpito aree densamente popolate, mettendo ulteriormente a rischio la fragile stabilità raggiunta dopo l’accordo di ottobre.
Secondo i rapporti dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), i bombardamenti hanno interessato diverse zone della Striscia, con particolare intensità nel settore centrale. A Deir al-Balah, fonti mediche dell’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa hanno riferito di feriti a seguito di un attacco che ha centrato un magazzino utilizzato per la distribuzione di beni di prima necessità.
L’Onu ha denunciato un “modello di uccisioni illegali”, evidenziando come i raid continuino a colpire infrastrutture civili e aree dove si rifugiano migliaia di sfollati. Solo tra il 6 e il 17 marzo, il bilancio delle vittime nella Striscia ha superato le 35 unità, portando il totale dei palestinesi uccisi dall’inizio della tregua a circa 680 persone, secondo i dati del Ministero della Salute locale ritenuti attendibili dalle organizzazioni internazionali. I nuovi attacchi si inseriscono in un quadro di estrema vulnerabilità. Le Nazioni Unite segnalano che la popolazione sta concludendo il mese di Ramadan in condizioni disperate. L’unico punto di accesso operativo per le merci resta il valico di Kerem Shalom, che rappresenta un collo di bottiglia insufficiente a garantire l’afflusso di cibo, medicinali e carburante necessari per la sopravvivenza di oltre due milioni di persone. La mancanza di sicurezza impedisce inoltre una distribuzione efficace degli aiuti all’interno della Striscia, dove le scorte di tende e materiali per il riparo sono ormai esaurite.
Dall’altro lato, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) giustificano le operazioni come risposte a violazioni degli accordi o come azioni mirate a neutralizzare infrastrutture terroristiche. Nonostante la pressione diplomatica, in particolare da parte della nuova amministrazione statunitense, il governo israeliano mantiene una linea di alta allerta, citando la necessità di prevenire attacchi contro i propri soldati schierati lungo i confini. Mentre i negoziati per stabilizzare definitivamente l’area sembrano segnare il passo, i raid aerei segnalati dall’Onu ricordano che a Gaza la “pace” rimane una condizione puramente nominale, lasciando i civili in un costante stato di emergenza e terrore. I negoziati per una soluzione definitiva si scontrano con richieste inconciliabili: da un lato, Hamas esige garanzie concrete per un ritiro totale e un cessate il fuoco permanente per il rilascio degli ultimi ostaggi; dall’altro, il governo israeliano mantiene una postura di alta allerta militare, giustificando i raid come azioni necessarie contro infrastrutture terroristiche. La mediazione internazionale, guidata da Stati Uniti e Qatar, cerca faticosamente di evitare che queste violazioni portino a un collasso totale degli accordi, mentre l’ONU continua a chiedere il rispetto del diritto internazionale e la fine della “legge del più forte”.
Sul fronte diplomatico, la situazione appare altrettanto complessa. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco nell’ottobre 2025 come parte del “piano in 20 punti”, la tregua è stata definita “armata” e punteggiata da continue violazioni. I dati del Ministero della Salute locale, riportati dall’Unrwa, (l’agenzia delle Nazioni Unite (Onu) per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente) indicano che oltre 670 palestinesi sono stati uccisi proprio dopo l’annuncio ufficiale della sospensione delle ostilità. L’Unrwa, che è finanziata quasi interamente da contributi volontari degli Stati membri delle Nazioni Unite, si è trovata quindi a dover gestire, senza la metà del budget, una crisi umanitaria dalle proporzioni catastrofiche durante il conflitto con il più alto tasso di mortalità del ventunesimo secolo. Israele ha accusato alcuni dipendenti dell’agenzia di aver partecipato attivamente agli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023. Un’indagine interna dell’Onu ha portato al licenziamento di 9 persone per un possibile coinvolgimento, pur non avendo trovato prove sistemiche di collusione dell’intera organizzazione.
Secondo le autorità israeliane, circa il 10-12% dei 13.000 dipendenti dell’Unrwa a Gaza sarebbe affiliato a gruppi militanti come Hamas o il Jihad Islamico. Israele sostiene che le strutture dell’agenzia, inclusi scuole e centri di distribuzione, siano state usate per scopi militari. L’agenzia è stata criticata per la presunta mancanza di neutralità nei suoi programmi educativi, accusati di promuovere l’odio verso Israele nei libri di testo.
Nonostante le riforme, Israele ha proceduto a vietare le operazioni dell’agenzia sul proprio territorio e nelle aree sotto il suo controllo, complicando drasticamente la distribuzione degli aiuti.
Giuseppe Basilico

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