
Nel frastuono delle crisi energetiche e delle priorità economiche globali c’è una tragedia che continua a scorrere quasi in sordina: quella di Gaza. Eppure le responsabilità politiche sono tutt’altro che silenziose. Il governo guidato da Netanyahu procede con una linea dura che sta erodendo non solo vite umane, ma anche la reputazione internazionale di Israele. Di fronte a questa escalation il ruolo del Presidente Isaac Herzog appare sempre più sfumato: garante istituzionale o semplice spettatore di decisioni che stanno segnando una delle fasi più controverse della storia recente del Paese? La domanda resta aperta mentre sul terreno si continuano a contare centinaia di vittime civili. Le cifre che arrivano da Gaza parlano chiaro e non possono essere archiviate come “effetti collaterali”. Migliaia di morti, tra cui un numero impressionante di bambini, pongono un interrogativo che l’Occidente sembra voler evitare: fino a che punto è lecito spingersi in nome della sicurezza? E quando la difesa si trasforma in qualcosa che somiglia pericolosamente a una punizione collettiva? A rendere ancora più inquietante il quadro è il sostegno politico internazionale che consente a questa strategia di proseguire senza reali freni. Le alleanze pesano, certo. Ma possono davvero giustificare il silenzio, o peggio l’ambiguità, di fronte a una crisi umanitaria di tale portata? Sia chiaro: comprendere non significa giustificare. La complessità del conflitto israelo-palestinese è evidente, così come lo è il diritto di ogni Stato a difendersi. Ma proprio per questo le scelte devono essere sottoposte a un giudizio rigoroso. Perché quando a pagare sono soprattutto civili inermi, il confine tra sicurezza e abuso diventa drammaticamente sottile. C’è poi un paradosso che pesa come un macigno sulla coscienza collettiva: la storia. Un popolo che ha conosciuto la persecuzione, la discriminazione e lo sterminio dovrebbe avere nella memoria un anticorpo naturale contro la sofferenza inflitta ad altri. E invece, oggi, quella memoria sembra non bastare a fermare una spirale di violenza che rischia di alimentare odio per generazioni. Nel mondo arabo, e non solo, sta crescendo una rabbia destinata a lasciare segni profondi. Ogni bomba che cade, ogni famiglia distrutta, è un investimento sul futuro dell’instabilità. E mentre la politica internazionale si divide o resta immobile, il conto umano continua a salire. Il punto non è scegliere da che parte stare in modo ideologico. Il punto è riconoscere quando una linea politica diventa moralmente insostenibile. E oggi, guardando a Gaza, questa soglia sembra essere stata superata da tempo.
Angelo Santoro

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