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Gaza: l’illusione del giorno dopo

La visita del vicepresidente americano Vance in Israele sancisce l’impegno americano a difendere il cessate il fuoco. Ma tra ambiguità politiche e vuoti strategici, il “giorno dopo” rischia di somigliare al giorno prima. La tregua tra Israele e Hamas reggerà, ma c’è bisogno di tempo per consolidarla. Lo ha detto il vicepresidente americano J.D. Vance, arrivato ieri in Israele, minimizzando gli scontri dello scorso fine settimana che hanno minacciato il fragile cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Israele e Hamas si accusano a vicenda di aver violato l’intesa, mentre si moltiplicano episodi di esecuzioni sommarie da parte dei miliziani nei confronti di presunti collaboratori delle forze israeliane e permangono le controversie sul ritorno degli ostaggi deceduti da Gaza.

di Alessia De Luca | 23 Ottobre 2025

La tregua tra Israele e Hamas reggerà, ma c’è bisogno di tempo per consolidarla. Lo ha detto il vicepresidente americano J.D. Vance, arrivato ieri in Israele, minimizzando gli scontri dello scorso fine settimana che hanno minacciato il fragile cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Israele e Hamas si accusano a vicenda di aver violato l’intesa, mentre si moltiplicano episodi di esecuzioni sommarie da parte dei miliziani nei confronti di presunti collaboratori delle forze israeliane e permangono le controversie sul ritorno degli ostaggi deceduti da Gaza. La visita di Vance, preparata con cura dall’inviato Steve Witkoff e da Jared Kushner consigliere della Casa Bianca e genero del presidente, avviene mentre le parti si preparano a negoziare la fase successiva dell’accordo, che si prevede sarà molto più impegnativa: i termini del piano di pace di Trump, prevedono che Hamas disarmi e che una forza di stabilizzazione assuma il controllo della sicurezza mentre le forze israeliane si ritireranno in una zona cuscinetto, ponendo fine alle ostilità. Vance ha evitato di rispondere ai cronisti che lo incalzavano, rifiutandosi di fissare una scadenza entro cui Hamas dovrà disarmare o restituire i corpi degli ostaggi. Al contrario ha ostentato ottimismo affermando che “Nonostante i media dipingano un quadro negativo le cose vanno bene, meglio di quanto mi aspettassi”. Trump ha elogiato l’accordo sul Medio Oriente come un traguardo trasformativo in politica estera, affermando la scorsa settimana che il cessate il fuoco ha segnato “l’alba storica di un nuovo Medio Oriente”.

Se il giorno dopo non arriva mai?

La visita di Vance è un chiaro segnale a tutte le parti in causa: gli americani considerano il cessate il fuoco mediato da Trump un grande risultato e non intendono vederlo sfumare. Tuttavia, secondo diversi osservatori, l’amministrazione avrebbe iniziato solo ora a cercare una formula per il ‘giorno dopo’ nella Striscia. Finora, gli unici obiettivi chiari del piano d’azione di Trump sono stati porre fine ai combattimenti, liberare gli ostaggi e rinviare ad un secondo momento la discussione sulla ricostruzione e il governo di Gaza. Una volta raggiunti, però, il percorso verso una pace sostenibile diventa confuso. “Il fatto che i colloqui sulla forza multinazionale da dispiegare a Gaza, la sua composizione e il suo ruolo stiano cominciando solo ora rivela che non è stato svolto alcun serio lavoro di stato maggiore”, osserva Jack Khouri su Haaret’z, sostenendo che “chiunque volesse assicurare la stabilità avrebbe già dovuto presentare un quadro operativo chiaro – chi gestirà la Striscia, chi la governerà e chi la proteggerà – in modo che la forza multinazionale potesse entrare immediatamente in vigore anziché lasciare un pericoloso vuoto”. Finora, nessuno a parte l’Indonesia ha dichiarato formalmente che parteciperà alla forza. E secondo il New York Times Washington starebbe incontrando resistenze al reclutamento da parte di altri paesi, riluttanti a inviare truppe senza un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o una conoscenza approfondita delle regole di ingaggio, mentre su un punto sia Trump che Vance sono stati chiarissimi: nessun contingente americano entrerà nella Striscia.

Un new normal per Gaza?

Pur avendo limitato la sua libertà d’azione, soprattutto per quanto riguarda la ripresa degli attacchi a Gaza, la Casa Bianca non ha alcun reale desiderio di sfidare il primo ministro Benjamin Netanyahu. E di certo non intende danneggiarlo politicamente. Allo stesso tempo, Israele ha posto un veto permanente a qualsiasi cosa possa aprire la strada a un ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza. Il risultato è un circolo vizioso di procrastinazione in cui si inserisce anche l’intenzione, annunciata dallo stesso Vance, di iniziare a ricostruire le zone di Gaza ancora sotto il pieno controllo israeliano. La scorsa settimana, un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha parlato della possibilità di creare in aree come Rafah, libere da Hamas e sotto il controllo israeliano, una “nuova Gaza”. Si tratterebbe di ricostruire città e quartieri ‘bonificati’ dai combattenti e su cui le Idf hanno il totale controllo, in modo che costituiscano un “new normal” per i palestinesi, con tanto di alloggi e posti di lavoro. “Arriveranno un po’ più di aiuti, migliaia di feriti saranno evacuati per cure mediche, la popolazione di Gaza si diraderà e si consoliderà una nuova normalità. Gaza sarà un territorio i cui bisogni umanitari saranno soddisfatti, ma che non avrà né orizzonte diplomatico né possibilità di sovranità”, scrive Liza Rizovsky.

Impasse strategica?

Nel frattempo, a Gaza, gli aiuti alimentari restano ben al di sotto dei livelli necessari perché solo due valichi sono stati aperti dopo la tregua. Nessuno dei due, inoltre, si trova nel nord di Gaza, dove gli osservatori internazionali hanno dichiarato una carestia. Se la situazione di stallo si protrae è anche perché neanche i paesi arabi stanno più spingendo per un avvio della ‘seconda fase’. Fino ad ora gli Stati del Golfo hanno proposto idee per la governance e la ricostruzione postbellica, ma non hanno mai esercitato alcuna pressione reale per la loro attuazione. Finché Israele si opporrà a fare concessioni sulla futura governance di Gaza, gli Stati arabi non eserciteranno pressioni e l’America cercherà di guadagnare tempo senza scontentare Netanyahu è difficile credere che il piano progredisca. E chiunque si aspetti un cambiamento nel 2026 potrebbe rimanere deluso. Israele entrerà in un anno elettorale, e ogni decisione sarà rinviata. Intanto, se la ricostruzione di Gaza inizierà davvero nelle aree sotto il pieno controllo israeliano, ciò potrebbe cristallizzare la situazione attuale e consentire a Israele di non ritirarsi da oltre metà del territorio della Striscia per anni a venire.

Il commento

Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow

“Sul piano di pace per Gaza, Donald Trump ha investito una fetta importante della sua credibilità. Molto più di quello in Ucraina, l’impegno di Washington in Medio Oriente è ormai diventato ‘too big to fail’. L’opposizione interna al Presidente – che in questi giorni ha occupato le piazze con le proteste del movimento ‘No Kings’ – offre un altro incentivo a cercare all’estero un successo ‘di prestigio’, che ne accrediti l’immagine in casa. Il dubbio resta la capacità dell’amministrazione di tenere le parti ancorate ai rispettivi impegni, viste da una parte la diffidenza del fronte palestinese nei confronti di un mediatore ritenuto non imparziale, dall’altra la crescente autonomia che il governo israeliano sembra avere acquisito rispetto alle indicazioni di Washington e il bias che – nonostante gli fra alti e bassi – la Casa Bianca continua a esprimere per le posizioni di quest’ultimo”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: gaza, israele, Netanyahu, Palestina, tregua, Vance, vicpresidente usa

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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