
Con estrema fatica, l’amministrazione di Donald Trump prova a portare avanti il piano di pace per Gaza. Lo fa attraverso un vertice avvenuto domenica ad El Alamein, in Egitto, dove l’inviato speciale statunitense, nonché genero del presidente, Jared Kushner, ha incontrato il nuovo leader politico di Hamas, Khalil al-Hayya, per discutere dell’attuazione delle prossime fasi. È il primo faccia a faccia tra Usa e Hamas dallo scorso ottobre, quando è stato siglato il cessate il fuoco con Israele. Anzi, è il primo incontro diretto tra le due parti, visto che le varie amministrazioni statunitensi hanno sempre evitato contatti con Hamas, incluso tra i vari gruppi terroristici. Quella guidata da Trump non fa eccezione. Seduti attorno al tavolo c’erano anche gli altri membri esecutivi del Consiglio di Pace, Nikolay Mladenov e l’ex primo ministro britannico Tony Blair, insieme agli emissari di Egitto, Qatar e Turchia. Al centro dei discorsi, il tema del disarmo.

Muro contro muro?
Durante i colloqui, durati circa due ore, Hamas ha ribadito la propria disponibilità a consegnare le armi e a trasferire il potere alla Striscia a una nuova amministrazione. Prima di tutto, però, la milizia palestinese pretende di vedere passi in avanti concreti dal governo di Israele. Per questo ha chiesto all’amministrazione Trump di aumentare la pressione sul proprio alleato, affinché lo costringa a rispettare gli obblighi pattuiti e prosegua con la tabella di marcia concordata. E quindi che proceda con il ritiro delle truppe israeliane, consenta il dispiegamento della Forza Internazionale di Stabilizzazione, avvii la ricostruzione della Striscia e acceleri la consegna degli aiuti umanitari. Non da ultimo, che cessi gli attacchi lungo l’enclave. Da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco, le autorità di Gaza hanno denunciato l’uccisione di circa 1.250 palestinesi. La metà delle vittime sono state accertate anche dalle Nazioni Unite. Per l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, da ottobre a oggi il numero delle infrastrutture distrutte è aumentato del 9%. In tutta la Striscia, l’82% delle strutture è stato distrutto dai bombardamenti israeliani. Per rispettare la parola data, Hamas ha dunque posto le sue condizioni. Anche Kushner ha tuttavia chiesto al gruppo un maggiore impegno, per facilitare il suo lavoro di persuasione con Israele, che continua a non fidarsi.
Solo una settimana fa, Netanyahu ha rifiutato categoricamente il piano proposto dal Board of Peace. Senza un “vero disarmo di Hamas”, ha detto il primo ministro nel corso di una riunione con i suoi ministri, l’esercito israeliano non abbandonerà mai la Striscia di Gaza. Una posizione che ha irritato gli altri attori della regione. In una dichiarazione congiunta, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania, Qatar e Turchia, a cui si sono aggiunti Pakistan, Indonesia e altri paesi mediatori, hanno accusato Israele di essere l’ostacolo alla pace. Per il Likud, il partito di Bibi Netanyahu, questa posizione riflette la volontà di rovesciare l’attuale governo israeliano per favorire l’opposizione, guidata dall’ex generale Gadi Eisenkot e dal leader di centro-sinistra Yair Golan, in vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre. La loro vittoria alle urne, ha affermato il Likud, darebbe a quei paesi “tutto ciò che vogliono. Ma questo non accadrà”, ha assicurato.
Convincere Bibi, niente di più difficile?
Kushner, con l’aiuto dell’altro consigliere Mladenov, proverà a far cambiare idea a Netanyahu quando lunedì si siederà di fronte a lui per rendere conto dell’incontro avuto con Khalil al-Hayya. Abbattere il muro non sarà semplice. Stati Uniti e Israele restano alleati, ma negli ultimi mesi i rapporti tra le due amministrazioni si sono irrigiditi come mai prima d’ora. Complici (non solo) le diverse visioni sul futuro di Gaza. In autunno, sia Trump che Netanyahu saranno giudicati dai rispettivi elettori. Il presidente americano sta cercando di recuperare consensi in vista del voto di metà mandato, di scena il 3 novembre, nel tentativo di mantenere la maggioranza al Congresso. Una settimana prima, il premier israeliano è invece atteso dalle prime elezioni post 7 ottobre 2023. I sondaggi non sorridono a nessuno dei due leader, per cui entrambi necessitano di un successo da rivendicare. L’elezione più delicata è però quella in Israele. Le ultime proiezioni vedono il Likud perdere altri seggi alla Knesset, dove raggiungere la maggioranza dei 61 seggi sembra un miraggio.
L’estrema destra detta la linea?
Netanyahu, quindi, non può commettere passi falsi. Specie di fronte all’elettorato di estrema destra, che non gli perdonerebbe eventuali concessioni ad Hamas. D’altronde, le ultime dichiarazioni del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir non lasciano spazio a interpretazioni. Nell’intervista rilasciata al podcast di Rom Braslavski, uno degli ultimi ostaggi a uscire vivo da Gaza, il ministro per la Sicurezza nazionale si è mostrato in disaccordo con qualsiasi riduzione della presenza israeliana nella Striscia. “Immagino insediamenti non solo a Gush Katif, ma in tutta Gaza. Più ce ne sono, meglio è”, ha detto auspicando l’espulsione dei palestinesi. “E per i terroristi – ha aggiunto – non ci dovrebbe essere emigrazione. Dovremmo semplicemente ucciderli uno per uno”. Non solo. Ben-Gvir si è spinto ben oltre, chiedendo l’esecuzione di “30-40 palestinesi a notte. Non solo di chi rappresenta una minaccia immediata. Ci sono persone che non meritano di vivere. Non sono nemmeno persone”.
Il commento
Di Valeria Talbot, Head, ISPI MENA Centre
“Le parole del ministro Ben-Gvir confermano ancora una volta con chiarezza gli obiettivi dell’ultradestra israeliana nei territori palestinesi occupati: ristabilire insediamenti israeliani a Gaza, incoraggiare la popolazione palestinese a “emigrare” ed eliminare attraverso omicidi mirati “tutti coloro che rappresentano una minaccia immediata”. Mentre Benjamin Netanyahu continua a guardare a questi partiti estremisti in vista del prossimo appuntamento elettorale di fine ottobre per rimanere al potere, il Board of Peace non riesce a muovere passi concreti e la situazione dei palestinesi in Cisgiordania è sempre più critica.”
Istituto Ispi

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