
Israele esulta e si commuove. Tornano a casa alcuni ostaggi, vivi, segnati, ma vivi. E ogni volto che rivede la luce è una vittoria autentica, una di quelle che fanno tremare le mani anche ai più cinici. Ma sotto quella gioia sacrosanta si muove un’ombra che sa di déjà vu, e che lascia in bocca un gusto amarissimo.
Perché mentre gli israeliani stringono i loro cari, dall’altra parte della Striscia i miliziani di Hamas sfilano in carovane di pick up, kalashnikov al cielo, volti coperti come in un film già visto. Le stesse scene di sempre, da cinquant’anni. Gli stessi slogan gridati in nome di una resistenza che di politico non ha più nulla, solo l’estetica del martirio e del potere.
E intanto le telecamere, come ipnotizzate, trasformano quella barbarie in spettacolo. Non raccontano la sconfitta di un gruppo jihadista, ma la presunta vittoria di chi, in realtà, ha barattato venti vite innocenti con duemila detenuti, molti dei quali condannati per terrorismo e sangue.
È la follia del nostro tempo. Un Occidente che si commuove a comando, che non distingue più la liberazione dal ricatto, che confonde la pietà con la complicità. I media, pavidi e affamati di pathos, stanno vendendo questa storia come una pagina di speranza. Ma di speranza non c’è traccia. C’è solo la resa morale di chi accetta che un gruppo armato continui a dettare i tempi della pace e della guerra, della gioia e del lutto.
A complicare il quadro arriva pure l’omaggio a Trump. Entra in scena in pompa magna come liberatore della patria, luci puntate e fanfara d’ordinanza. Ma la sostanza è un’altra. È uno spettatore di un film già visto, che si sistema in prima fila e si prende l’applauso finale. Aspettiamo gli altri punti del trattato, che per ora sembra firmato da chiunque tranne che dagli attori veri del conflitto. Un testo opaco, poco chiaro, assolutamente incerto, che più che costruire realtà alimenta solo la fame di visibilità di chi ci si accalca attorno a gomitate per guadagnare un fotogramma in più.
Hamas non ha vinto nulla, se non il premio dell’ipocrisia globale. Israele, ancora una volta, ha pagato un prezzo altissimo per riaffermare un principio elementare. La vita dei suoi cittadini vale più della propaganda di chi li rapisce.
Eppure il mondo osserva, confuso, incapace di nominare le cose col loro nome. Dire che Hamas è una milizia jihadista, che usa i civili come proiettili e come scudi umani, sembra diventato un tabù linguistico. Meglio la favola, meglio il racconto morbido, meglio fingere che il male sia solo una parte del conflitto.
Chi conosce Israele sa che dietro la compostezza e i canti c’è una rabbia lucida e una consapevolezza amara. Ogni ostaggio liberato è una festa, ed è insieme la prova che il mondo ha smesso di capire da che parte stia la ragione.
Si può piangere di gioia per chi torna, ma non si può applaudire il carnefice travestito da liberatore.
Questa non è una vittoria di Hamas. È l’ennesima sconfitta di chi, in nome del dialogo a ogni costo, ha smarrito perfino il senso della giustizia. E fino a quando i trattati saranno sceneggiature opache e gli attori veri resteranno fuori campo, le immagini continueranno a sostituire la realtà invece di raccontarla.
Piero Terracina

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