
Garlasco non è più soltanto cronaca: perché la politica deve occuparsi del caso.
Enzo Maraio ha ragione su un punto essenziale: la politica deve occuparsi del caso Stasi. Ma forse oggi bisogna fare persino un passo in più. Perché mentre magistrati, periti, avvocati, giornalisti e televisioni discutono dei nuovi elementi emersi sul delitto di Garlasco, c’è una realtà che non può essere dimenticata: Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva e, quando è in gioco la libertà di una persona, il tempo non è una variabile neutra.
Questo non significa proclamare Stasi innocente. Non spetta alla politica farlo. E non significa individuare un altro colpevole attraverso i giornali o la televisione. Andrea Sempio ha diritto alle stesse garanzie che si chiedono per Stasi.
Significa però riconoscere che Garlasco non è più soltanto un grande caso di cronaca giudiziaria. Le nuove indagini e gli elementi sui quali magistratura, consulenti e difese stanno tornando a confrontarsi hanno aperto interrogativi che non possono essere trattati come un semplice spettacolo televisivo.
È qui che la provocazione politica di Maraio acquista forza.
Il segretario di Avanti PSI ha ricordato Marco Pannella: probabilmente avrebbe portato un caso come questo direttamente in Parlamento. E probabilmente lo avrebbe fatto anche il Partito Socialista quando aveva una forza parlamentare ben diversa da quella attuale. Non perché Parlamento e politica debbano sostituirsi ai giudici, ma perché libertà personale, errori giudiziari e garanzie sono questioni politiche prima ancora che mediatiche.
Esiste una sentenza definitiva e va rispettata. Ma lo Stato di diritto non è costruito sull’idea che una sentenza definitiva renda irrilevante qualunque elemento successivo. Proprio per questo l’ordinamento contempla, a determinate condizioni, lo strumento straordinario della revisione.
Ed è qui che occorre avere il coraggio di porre la domanda più difficile: se gli sviluppi del caso hanno raggiunto una consistenza tale da alimentare interrogativi seri sulla ricostruzione giudiziaria, è accettabile limitarsi ad aspettare mentre Stasi continua a scontare la pena?
La risposta non può essere affidata alla televisione e neppure alla politica. Deve arrivare dagli strumenti previsti dall’ordinamento e dalle autorità competenti. Ma la politica ha il diritto, e forse il dovere, di chiedere che ogni strada prevista dalla legge venga valutata rapidamente. Perché una cosa è discutere di un fascicolo giudiziario, altra cosa è discutere mentre una persona è privata della propria libertà.
Non bisogna commettere, però, l’errore opposto.
Il garantismo non consiste nel passare dalla condanna mediatica di Alberto Stasi alla condanna mediatica di Andrea Sempio. Non servono nuove cacce alle streghe, nuovi colpevoli costruiti nei talk show o sentenze pronunciate sui social. Servono accertamenti, garanzie e tempi compatibili con il bene più prezioso che lo Stato può limitare: la libertà.
Per questo il caso Garlasco riguarda anche la politica.
E riguarda soprattutto una sinistra che per troppo tempo ha lasciato scolorire una parte importante della propria cultura. Da Pannella alla tradizione socialista, il garantismo ha significato anche questo: stare dalla parte delle garanzie quando è difficile farlo, non soltanto quando è conveniente.
Maraio pone dunque una questione giusta. Ma oggi quella domanda può essere formulata ancora più chiaramente: davanti a ciò che sta emergendo, possiamo considerare normale che tutto proceda con i suoi tempi mentre Alberto Stasi continua a scontare la sua pena?
Non significa dichiararlo innocente.
Significa affermare che, quando esistono interrogativi seri e c’è di mezzo la libertà di un uomo, lo Stato ha il dovere di trovare risposte nel minor tempo possibile. Perché il tempo della giustizia, quando una persona è in carcere, è esso stesso una questione di giustizia.
Gaetano Amatruda

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