Credo che, nella sua semplicità, l’immagine del Vescovo di Grosseto che bussa ed aspetta – sotto la pioggia come l’uomo di Folon – alla porta di una scuola, nella specie quella di Roccastrada, abbia una efficacia straordinaria per illustrare, più di molte parole, la situazione reale della società e della politica toscana e la delicatezza dei rapporti all’interno della società civile. Mi chiedo dove affondi l’autorità di un Consiglio di istituto di impedire l’ingresso di un Vescovo in visita pastorale? Ho letto e riletto la legge, il Dpr e le sentenze relativi alle competenze di tale organo collegiale e mi sono fatta l’idea che la delibera adottata sia molto discutibile in termini di legittimità e comunque definitivamente inaccettabile in termini di opportunità negata ad una istituzione coma la scuola chiamata ad una comunicazione con il proprio ambiente tesa ad arricchire la cultura dei singoli studenti. Mi chiedo quanti di quegli insegnanti o dirigenti o genitori o studenti eletti, presenti alla votazione – sempre che una votazione formale ci sia stata- si siano documentati circa il significato storico di tale azione pubblica di una autorità che, nel rispetto di altre autorità civili, sviluppa essa stessa una funzione civile e religiosa ad un tempo. Mi chiedo ancora come e quanto le famiglie siano state coinvolte dal dirigente scolastico o se sia stato presente un loro rappresentante al momento della eventuale delibera del Consiglio. Voglio ricordare che è nella competenza del Dirigente scolastico garantire la libertà degli studenti di assistere ad aventi che ruotino interno alla frequentazione dell’ora di religione. Mi chiedo quale verosimiglianza possa avere l’osservazione, attribuita alla evocata delibera, che ogni intervento esterno alla scuola debba essere programmato a distanza proprio all’interno del POF. Mai è entrato nella scuola il Sindaco, l’Assessore, il rappresentante di una associazione di volontariato? Può essere avvenuto ciò in una scuola dell’autonomia che deve formulare il suo curricolo locale cioè rivolto al territorio, territorio di cui la cultura storica locale attiene anche alla cultura e alla tradizione religiosa? Per i laici credenti come la sottoscritta, ma anche per i laici non credenti, mi pare sia giunto il momento di difendere una identità culturale che prima di essere un credo religioso è il frutto di una dimensione storica dalle irrinunciabili radici.

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