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“Fuori da Cannes il cinema italiano. Come il calcio dai Mondiali. Ma se pretendi di fare docufilm politici con soldi pubblici finisci come nei film del blocco orientale. Propaganda, film Luce e non cinema”. La provocazione dell’amico Luciano Pallini, già sindaco di Pistoia e osservatore attento delle dinamiche culturali ed economiche, coglie un punto che va ben oltre la battuta. Perché la notizia – l’assenza totale dell’Italia dal Festival di Cannes 2026, senza alcun film in concorso e senza una presenza significativa nelle sezioni principali – non è soltanto un episodio sfortunato. È un segnale. Non accadeva da anni che il nostro cinema risultasse così marginale nella principale vetrina mondiale. E quando un Paese come l’Italia, che ha costruito una parte della propria identità culturale sul cinema, sparisce da Cannes, non è mai un caso. È il sintomo di qualcosa che non funziona, di un meccanismo che si è inceppato, di una filiera che produce ma non incide, che realizza ma non lascia traccia.
La spiegazione più immediata è quella produttiva: film non pronti, opere non ritenute all’altezza, scelte dei selezionatori internazionali. Ed è una parte della verità. Ma fermarsi qui significherebbe non cogliere il problema più profondo. Il cinema italiano, negli ultimi anni, ha progressivamente smarrito la propria vocazione universale. Ha raccontato molto sé stesso, ma sempre meno il mondo. Ha privilegiato temi interni, spesso legittimi, talvolta necessari, ma raramente capaci di parlare oltre i confini nazionali. E qui la riflessione si fa più delicata. Non è una questione di contenuti, ma di linguaggio. Il grande cinema, anche quando è politico, non nasce per dimostrare una tesi, ma per raccontare una storia. Quando invece prevale l’intenzione di “dire qualcosa” a tutti i costi, il rischio è quello di trasformare il film in un messaggio, e il messaggio in un prodotto. Ed è esattamente questo il passaggio che Pallini denuncia con la sua provocazione.
Il riferimento ai docufilm politici finanziati con risorse pubbliche apre un capitolo che non può essere ignorato. Il sostegno statale al cinema è fondamentale, soprattutto in un mercato globale dominato da grandi piattaforme e produzioni internazionali. Ma ogni sostegno comporta una responsabilità. E il rischio, negli ultimi anni, è stato quello di un sistema che tende a premiare progetti “coerenti” più che progetti “forti”. Coerenti con determinate sensibilità culturali, con determinati filoni tematici, con un certo tipo di narrazione. Il risultato è una produzione spesso omogenea, riconoscibile, ma poco innovativa. E soprattutto poco competitiva sul piano internazionale. Cannes non seleziona sulla base delle intenzioni, ma della qualità. E la qualità, nel cinema, è fatta di scrittura, regia, visione, capacità di sorprendere. Non di correttezza o di adesione a un contesto.
Il paragone con il cinema del blocco orientale può apparire eccessivo, ma contiene un elemento di verità. Quando il cinema diventa strumento, perde una parte della sua libertà. E quando perde libertà, perde anche forza espressiva. Il riferimento ai “film Luce” richiama una stagione in cui l’immagine era funzionale al messaggio, e non il contrario. Oggi il rischio non è quello di una propaganda esplicita, ma di una forma più sottile, più raffinata, ma non per questo meno limitante. Una produzione che tende a confermare più che a interrogare, a rappresentare più che a scoprire. E il pubblico internazionale, così come i grandi festival, percepisce questa differenza.
C’è poi un altro elemento che riguarda la struttura stessa del sistema cinematografico italiano. La difficoltà di costruire una vera industria capace di competere a livello globale. L’Italia continua a essere un Paese di autori, ma fatica a essere un Paese di produttori. Le opere nascono, ma raramente si trasformano in eventi. Mancano strategie, manca una visione di lungo periodo, manca soprattutto la capacità di fare sistema. E questo si riflette anche sulla distribuzione, sulla promozione, sulla presenza nei circuiti internazionali. Cannes non è soltanto un festival. È un mercato, un luogo di relazioni, di scambio, di costruzione di opportunità. Restarne fuori significa perdere molto più di una vetrina.
Infine, resta una riflessione più ampia, quasi simbolica. L’Italia appare sempre più spesso come un Paese che fatica a stare nei luoghi della competizione internazionale. Fuori dai Mondiali nel calcio, fuori da Cannes nel cinema. Due ambiti diversi, ma un filo comune: la difficoltà di rinnovarsi senza perdere identità. Il cinema italiano ha conosciuto le sue stagioni migliori quando ha saputo coniugare radici profonde e sguardo universale, quando ha raccontato l’Italia parlando al mondo. Oggi sembra oscillare tra autoreferenzialità e produzione seriale, con poche eccezioni che confermano la regola.
La sfida, allora, non è tornare a Cannes per presenza, ma per merito. Ritrovare storie capaci di emozionare, linguaggi capaci di innovare, sguardi capaci di uscire dai confini. E soprattutto ritrovare quella libertà creativa che è la vera forza del cinema. Perché il cinema non è mai propaganda. Quando lo diventa, smette di essere cinema. E Cannes, semplicemente, se ne accorge.
Cesare Mannucci

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