La parola “funzionarismo” è stata usata soprattutto per designare l’aumento del potere burocratico e anche la rappresentazione che dell’universo (e dello Stato) “a misura di burocrate” dà la stessa burocrazia.

Nei primi decenni del Novecento il termine era utilizzato, seppur con differenze di significato, almeno nelle opere di tre intellettuali di spicco dell’epoca (ma non solo da questi), non riconducibili ai medesimi interessi culturali. Un giurista, Antonio Salandra; un economista, Giustino Fortunato; un pensatore politico, Antonio Gramsci.
In seguito, “funzionarismo” ha subito la damnatio memoriae di chi favorisce – o detiene – un potere che si è enormemente accresciuto all’ombra di tutte le ideologie e dottrine stataliste del Novecento: il socialismo “reale”, il nazifascismo e la socialdemocrazia, i regimi populisti e perfino liberali. La marcia trionfale della burocrazia è proseguita senza sosta, e in Italia quasi ogni cambio di governo, ogni crisi economica, ogni guerra hanno lasciato la sgradita eredità di enti, direzioni, ispettorati, uffici con una resistenza all’estinzione inversamente proporzionale alla loro utilità.
La parola “funzionarismo” è stata usata soprattutto per designare l’aumento del potere burocratico e anche la rappresentazione che dell’universo (e dello Stato) “a misura di burocrate” dà la stessa burocrazia: ossia denota la Weltanshauung funzionariale, con un significato quasi sempre dispregiativo.
Caratteristica principale del funzionarismo è quella di essere una deviazione della burocrazia, un’ipertrofia dell’ego burocratico. Come descritto più volte da Max Weber, il vizio essenziale del funzionarismo è quello di credere di poter sostituire la politica, la classe politica e il politico con la burocrazia (“la macchina inanimata”), come se una comunità umana potesse essere guidata da un potere di per sé “intermedio” senza vertice e senza base, da un aiutantato di servizio alla direzione politica e all’istituzione.
La burocrazia è una componente essenziale dei processi di decadenza (della comunità, delle istituzioni, delle formule politiche, dei regimi)? Probabilmente non lo è sempre e in assoluto, dato che la storia ha visto stati “burocratici” avere una durata (anche ultra) millenaria, come il Celeste Impero o l’Impero romano d’Oriente da Diocleziano alla caduta di Costantinopoli. Ma se la burocratizzazione è inarrestabile, occorre allora pensare ai rimedi, a quali siano i limiti e i controlli per contenerne il potere. E soprattutto occorre chiedersi se essa, invece, possa attecchire ove quella comunità, istituzione, formula politica non siano più vitali, abbiano “perso l’anima”.
Il libro, dedicato “ai funzionari che fanno il loro dovere”, è preceduto da una curiosa Preghiera del burocrate, traduzione italiana (a cura di Sabina Addamiano) di un anonimo Hymn And Prayer for Civil Servants.
Teodoro Klitsche de la Grange (Roma 1948), giurista, avvocato, direttore del trimestrale di cultura politica «Behemoth», collabora e ha collaborato a riviste di politica e di diritto, tra cui: «Nuovi studi politici», «Il Consiglio di Stato», «Il Foro amministrativo», «Giustizia civile», «Catholica», «Telos», «Empresas políticas», «Deus Mortalis», «Ciudad de los Césares». Tra le sue opere più recenti si segnala Dove va lo Stato? (2009); per Liberilibri ha già pubblicato Apologia della cattiveria (2003).
Teodoro Klitsche de la Grange, Fu

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