Fulvio Venturi, musicologo, livornese D.O.C Gli chiediamo di presentarsi, di farci conoscere chi sia al di là del suo ruolo di scrittore

Sono nato nel 1954. Appassionato d’arte, di musica e di letteratura. Il periodo che preferisco, l’Ottocento e il Novecento; il musicisti, Debussy e Mahler; il poeta, D’Annunzio; romanzi, tanti: due a caso Memorie di Adriano e Il grande Gatsby, ma faccio torto a una vita di letture.
Ho una vera passione per i simbolisti francesi e belgi, ne leggo in continuazione: Verhaeren, Louÿs, Rodenbach, Coppée, De Régnier e poeti come Renée Vivien, Lucie Delarue-Mardruc, più dei flirt americani, uno con Edna St.Vincent Millay, un altro con Romaine Brooks, pittrice.
Ho compiuto un viaggio a Sète per visitare Le cimetière marin di Paul Valéry.
A proposito della poesia, della quale sono un compulsivo lettore, dovrei citare anche una sequela di amatissimi italiani novecenteschi. Dall’infinito mazzo ne estraggo uno, Lucio Piccolo di Calanovella.
Poi ci sarebbero anche gli inglesi, Shelley, Keats, Tennyson, Swinburne, Yeats.
Ma basta, non sono qui per scrivere un saggio.
A proposito di saggi, il mio saggista preferito è Vittorino Andreoli in ragione del suo magnifico scritto sulla mente di Giovanni Pascoli. Fulminante.
In pittura, Klimt, gli impressionisti francesi (ma i pompiers come Cabanel non sono peggio di loro), Maxence, Sargent, Tissot, Corcos, Boldini, Sorolla, i divisionisti italiani. Taccio della citata Romaine e della sempreverde Tamara.
Ho il vizio di scrivere. Massimamente di musica ma anche racconti. Un metodo rilassante molto efficace. Dopo qualche ora di scrittura, ho la sensazione di essere stato in palestra. Sono stato consulente artistico del Teatro Goldoni di Livorno, così come ho fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Istituto Musicale Mascagni. Per dieci anni ho organizzato una rassegna estiva di successo, “La Caprillina”e per cinque “Estate a Villa Trossi”. Ho scritto libri sulla pratica teatrale, biografie di cantanti lirici e di pittori, saggi per programmi di sala, recensioni, qualche pièce teatrale il cui titolo è per lo più una citazione: Tramontata è la luna (dedicata a Maria Callas), Estate (dedicata a D’Annunzio), Elvira povera donna (dedicata a Puccini).
Sono monologhi con musica, da non definirsi melologhi, parola dal suono orribile.

Guardandosi indietro cosa ricorda, per lei significativa, della sua vita, professionale e non?
Un’antologica di Plinio Nomellini vista a dodici anni. Credo che il mio processo formativo parta da lì. Certo non posso dimenticare gli abbracci di mia nonna e mia madre, ruvido il primo, morbidissimo, avvolgente, il secondo. Poi le passeggiate con mio nonno e il rapporto con mio padre, arrivato più tardi, ma ugualmente bellissimo. Sono figlio unico e si sente.
MASCAGNI E LIVORNO Un caso internazionale, suo ultimo saggio pubblicato con dreamBOOK edizioni, non è l’unico lavoro che ha pubblicato. Perché questo bisogno di scrivere?
Lo dicevo sopra, scrivere necesse est, vivere non est necesse. Ovviamente scherzo, ma la scrittura e la lettura sono per me un bisogno primario. Dicendo lettura intendo anche ascolto, non ci trovo differenze.
Perché questo saggio? Cosa aggiunge a quello che è stato già scritto su Mascagni?
Questo saggio è un passaggio intermedio. Su Mascagni ho scritto un po’, adesso ho analizzato il rapporto con la città natale, Livorno, comune fra lui e me. In realtà in questo lavoro ho voluto sottolineare anche l’importate interrelazione tra Mascagni e l’Europa, in realtà il mondo, sia nelle frequentazioni del compositore con il mondo artistico e musicale, sia di ciò che egli ha prodotto ed è stato colto e apprezzato dagli artisti coevi. È un dato importante per collocare, in modo corretto, l’artista e le sue opere.
Il passo finale sarà un’ampia biografia unita all’analisi delle opere. Ho già cominciato.
Mascagni, come del resto Puccini e molti altri compositori italiani, sono stati erroneamente visti chiusi nei nostri confini, quasi autoreferenti. In realtà, come lei ben illustra nel suo saggio, hanno avuto frequentazioni, confronti, scambi, con le realtà culturali e musicali europee e internazionali. Ce ne può parlare?
Di Puccini sappiamo ormai quasi tutto grazie al lavoro della Fondazione che porta il suo nome, voluta dalla nipote Simonetta e condotta con grande acume e competenza da Gabriella Biagi Ravenni. Oltre alla pubblicazione dell’epistolario che è in atto, un atto decisivo sarà dato dalla catalogazione e pubblicazione dell’insieme dei carteggi e documenti appartenuti al Maestro rinvenuti recentemente nella casa di Torre del Lago.
Per Mascagni, dopo anni di oblio, è più difficile. Ma le relazioni ci sono state. E’ vero che lui in vecchiaia si chiuse in un isolamento negatorio e anche autoreferenziale, ma era più la sensazione del tempo che passa e che non si può fermare. Mi viene in mente una lettera di Mahler alla sorella nella quale il musicista austriaco scriveva che, dopo aver diretto L’amico Fritz, era arrivato a comprendere meglio la musica sua. Erano gli anni in cui Mahler stava componendo la Seconda Sinfonia, “Auferstehung” (Risurrezione). Per studiare Mascagni gli spunti non mancano: lo “Sturm un Drang” di Guglielmo Ratcliff composto a Milano negli anni finali della Scapigliatura, il simbolismo di Iris, l’estetismo di stampo pre-raffaellita d’Isabeau, il legame con D’Annunzio per Parisina, senza dimenticare l’intimismo dell’Amico Fritz da leggere come un “interno” di Borrani o di Cecioni, il bozzettismo di Silvano e Pinotta, uno marino alla Fattori, alla Micheli, l’altro di stampo morbelliano, e infine il parnassianesimo di Zanetto che alle spalle ha Le Passant di Coppée, referenza teatrale di Sarah Bernhardt.
Quali sono state le sue letture e, se ci sono, quali autori o quali libri le sono stati compagni della vita o addirittura maestri?
Certo, oltre ai molti che giro in continuazione, Il Sipario Rosso è il mio libro di baule e Gianandrea Gavazzeni il mio spirito-guida.
I giorni che stiamo affrontando, sono o ci sembrano “eccezionali”, non solo per la gravità oggettiva della pandemia in atto, ma forse ancor di più per la repentina interdizione da tutto ciò che normalmente e quasi inconsciamente, facevamo tutti i giorni come uscire, andare a prendere un caffé, trovare gli amici… Come sta vivendo questa situazione e cosa ne pensa?
La vivo con dispiacere per ciò che accade, ma personalmente senza particolari ansie. Sono tremendamente fatalista, sto alle regole, poi vada come vada. Ho accanto la mia compagna, sono in contatto con amici vicini e lontani. Il web è uno strumento straordinario. Mi pesa non vedere mia madre che vive da sola, ma lei ha un carattere così positivo che sopperisce a tutto.
Cosa sta scrivendo di nuovo e come questo clima così particolare influisce sulla scrittura?
Diciamo che in questi giorni sono un po’ infingardo per lo scrivere. Ho in mente un canovaccio per uno scritto sulle mie esperienze d’appassionato d’opera, però ancora non l’ho messo “su carta” anche se è quella virtuale di un file del computer. I primi manifesti d’opera che ricordo, gialli e rossi come si usava, le arrampicate per le scale teatrali, i vecchi cantanti e la provincia di allora. Una via di mezzo fra una Recherche du temps perdu alla buona, un po’ di bovarismo maschile e Cara Zazà del mio buon tempo. Lol. Non so se mi spiego.
A conclusione, ci vorrebbe regalare 15 righe del suo libro, quelle che ritiene, a suo avviso, le più significative?
Ad essere sincero dovrei estrapolare cinque righe dalla prefazione di Federico Maria Sardelli, poi altre cinque dalla introduzione di Giorgio Mandalis e per finire cinque ancora dalla postfazione di Marco Marchi. Questi scritti, magistrali e amichevoli, impreziosiscono il libro.
Se proprio vuole qualcosa di mio, ecco le quindici righe (scrivo qui di Mascagni a tavola, usi e costumi):
“Non tutti quei pranzi ufficiali avevano un esito proprio felice.
Mascagni agiva spesso dietro l’impulso di una consapevole sfrontatezza e talvolta anche nelle occasioni in cui sarebbe stato meglio seguire le regole del galateo si lasciava andare ad imprevedibili ostinazioni.
Così avvenne a Bergamo nell’agosto 1905 durante il pranzo in suo onore seguito alla rappresentazione di Amica al Teatro Donizetti.
La signora Lina, sua moglie, forse ingelosita dalle attenzioni che il marito rivolgeva a Fausta Labia, brava e bella protagonista dell’opera, fece una scenata davanti ai commensali e Mascagni per tutta risposta volse il piatto all’ingiù senza toccare cibo per l’intera durata del convivio. Qualcosa del genere era già accaduta nel 1893 in seguito alla temporanea liaison di Mascagni con la celeberrima prima donna australiana Nellie Melba che al Covent Garden cantò ne I Rantzau.
Quello del piatto rigirato era un atteggiamento tipicamente livornese. Anche mia nonna faceva così dopo che aveva litigato con nonno.”
(pagg. 162/63)

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