
Eccoci di nuovo qui, a contare i pezzi di un mosaico che si frantuma sempre nello stesso modo, sotto lo stesso sole spietato, mentre il mondo guarda da un’altra parte o si limita a calcolare il prezzo del barile. Settantacinquemila anime. Settantacinquemila esseri umani strappati alla loro terra, alle loro case di fango e pietre, inghiottiti dal nulla di una guerra che non ha mai smesso di masticare vite. E nelle ultime ventiquattro ore, duemila di loro hanno guardato il mare, quel braccio d’acqua ingannevole che separa lo Yemen da Gibuti, e ci si sono buttati dentro. Non per scelta, badate bene, ma per quella disperata, ferina volontà di sopravvivere che pulsa quando intorno non resta che cenere. Fuggono su barche di fortuna, stipati come bestie, fissando un orizzonte straniero con gli occhi svuotati dal terrore.
Nel frattempo, la geopolitica dei potenti risponde con il cinismo che le è proprio. L’Arabia Saudita stringe i pugni e chiude i rubinetti: l’oleodotto East-West, quella gigantesca arteria d’acciaio che pompa il sangue nero del pianeta attraverso il deserto, è stato sigillato. Paura del contagio? Calcolo strategico? O forse la consapevolezza che il petrolio vale sempre più del sangue di un bambino yemenita? Quando le rotte dell’energia si bloccano, l’Occidente trema per le sue borse e per i suoi serbatoi, non certo per i profughi che affogano nel Mar Rosso.
E mentre una porta si chiude nel deserto saudita, altre si spalancano poco più in là. L’Iraq riapre i suoi valichi di confine con l’Iran, riallacciando fili invisibili ma pesantissimi di un’influenza che non si è mai spezzata. È una scacchiera infernale, dove i confini si aprono e si chiudono a piacimento di regimi, ayatollah e generali, mentre la gente comune subisce, sanguina, scappa. È la solita, tragica commedia mediorientale, dove il fanatismo e l’interesse economico si stringono la mano sopra i cadaveri dei diseredati. Vi chiedo allora, con la rabbia che mi stringe la gola: quanto tempo ancora passerà prima che ci rendiamo conto che quella sponda del Mediterraneo non è poi così lontana, e che questo fuoco finirà per bruciare anche noi?
Giuseppe Basilico

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