Dopo un affannoso tira e molla nella maggioranza, nel vertice di Arcore (a proposito, perché importanti decisioni del governo vengono prese non a palazzo Chigi, ma in un’abitazione privata?) sono state assunte sulla manovra-bis decisioni senza alcuna idea di riforme strutturali in grado di ridurre il deficit tagliando gli sprechi e liberando risorse per sostenere famiglie, imprese e crescita.
E’ mancata la volontà di toccare ben determinati interessi; emblematico il caso delle sei frequenze televisive rese disponibili dall’uscita dell’analogico la cui assegnazione, come noto, è stata disposta dall’Agcom attraverso lo strumento del beauty contest, cioè la cessione gratuita agli operatori già presenti sul mercato, se in possesso dei requisiti adatti (guarda caso RAI e MEDIASET). Ben altra è stata a suo tempo la scelta fatta dal presidente Giuliano Amato che nel 1999 fece assegnare le frequenze per l’UMTS attraverso un’asta al rialzo, consentendo allo Stato di ricavare alla fine ben 26.750 miliardi di lire.
Mettere in concorrenza gli operatori attraverso l’asta competitiva avrebbe potuto riservare una bella sorpresa in termini di cassa; avrebbe risposto al pubblico interesse, cioè determinare un corrispettivo adeguato al valore delle concessioni e, infine, avrebbe potuto favorire l’ingresso di nuovi operatori in un mercato dominato dal duopolio RAI – MEDIASET.
Ma a presiedere il Consiglio dei ministri oggi non c’è Amato, ma Berlusconi i cui interessi privati configgono con l’interesse pubblico e che, inoltre, promette da 17 anni di avviare le liberalizzazioni ed ora, non sapendo più a chi addebitarne il fallimento, ha individuato il colpevole nell’art. 41 della Costituzione. Quivi è riconosciuta la libertà dell’attività economica privata, ma vengono posti anche dei paletti all’economia che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo di recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Quei paletti non impedirono il boom economico dei primi anni ’60, ma, d’altro lato, ispirarono l’esemplare sentenza su ThyssenKrupp Italia per l’omicidio di sette operai carbonizzati a Torino, solo per citare il caso più clamoroso delle migliaia di morti bianche che da decenni funestano i luoghi di lavoro; così come senza l’art. 41 non avremmo la legislazione antitrust con le norme per la tutela della concorrenza e del mercato, né l’istituzione delle Onlus, esempio di attività economica finalizzata a fini sociali. Sul punto anche il pensiero del Papa concorda col contenuto dell’art. 41: “L’economia non può essere autoreferenziale. L’uomo deve essere al centro dell’economia, che non rappresenta solo profitto ma solidarietà”.
Una politica coerente con l’obiettivo della liberalizzazione dei mercati deve operare per rimuovere gli ostacoli all’ingresso di nuovi operatori, deve contrastare l’abuso di posizioni dominanti e promuovere la libera concorrenza. Quindi, nel mercato TV il governo avrebbe dovuto intervenire per far mettere all’asta le frequenze televisive allo scopo di allargare quel mercato dal lato dell’offerta per l’ingresso di nuovi operatori quale premessa necessaria per creare le condizioni al dispiegarsi della concorrenza ai fini della tutela della libertà del mercato e degli utenti.
Regalare frequenze TV a chi ha già il monopolio del mercato è ciò che intende Berlusconi per politica di liberalizzazione? Evitare a Mediaset di sborsare la sua parte è un esempio di come si governa nel supremo interesse del Paese o è l’ultimo scandaloso episodio del mai risolto conflitto di interessi? Infine, è sulla base di queste premesse che Berlusconi intende riformare l’art. 41?
Sergio Enriotti (avantidelladomenica.it)

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