Nella partita sul fisco in molti si giocano la faccia con il rischio, meglio la certezza, di ricadere negli stessi errori di Prodi che ha ridisegnato le aliquote con la pretesa di realizzare un po’ di giustizia fiscale. Prodi non poteva che mancare l’obiettivo ma forse non si aspettava di scontentare gli stessi beneficiati che si sono ritrovati in tasca pochi spiccioli. La colpa non è stata tutta sua. La parte del leone l’ha fatta la libertà d’imposizione fiscale concessa a Comuni e Regioni e subito trasformata nella maggioranza dei casi in licenza…di uccidere ma gli stessi meccanismi fiscali pensati per agevolare le classi più deboli si sono trasformati in una sorta di fuoco amico (vedi la tassazione delle tredicesime 2007).
Dove sta l’errore? Nel nostro sistema fiscale. E tutti quelli che oggi pensano di risolvere la questione dei bassi salari attraverso un alleggerimento delle aliquote rischiano di fallire. Perché nessuno può ragionevolmente pensare di riuscire con il fisco a rendere competitivi i nostri salari con il resto d’Europa. Né, aggiungiamo noi, sarebbe auspicabile perché il prelievo in Italia è iniquo e inefficace: ogni aggiustamento contributivo, qualunque innovazione che si basi sul reddito rischia di tradursi in un regalo agli evasori che infatti occultano qualcosa come cento miliardi l’anno, più di tre finanziarie.
Tutto nasce dalla riforma fiscale dei primi anni Settanta che istituì il prelievo alla fonte per il lavoro dipendente. Per farla digerire agli italiani giornali e tv sbandierarono allora che i lavoratori avrebbero potuto addirittura guadagnarci grazie ai rimborsi. Trent’anni dopo si è visto com’è andata, il lavoro dipendente finanzia il 70% del fabbisogno e riversa nelle casse dello Stato una montagna di soldi che in tutto questo tempo non ha scandalizzato né governi né sindacati. Quest’ultimi ne parlano ora perché la soglia di povertà rischia di alzarsi fino a un punto di non ritorno per l’economia. Si scopre insomma l’ alleggerimento delle aliquote ai lavoratori quando la cinghia è all’ultimo buco. Così, pressati dall’emergenza, si può continuare a prendere il toro per la coda e non per le corna. Si può continuare a ignorare l’unica battaglia sul fisco degna di essere combattuta e cioè la falsità degli scaglioni di reddito che di vero contengono solo nomi, cognomi ed entrate dei titolari di reddito fisso.
Con costoro il fisco ha un rapporto di tipo matematico: tanto guadagni e tanto mi spetta. I soldi il lavoratore neanche li vede, nella sua busta paga ci mettono le mani lo Stato, il Comune e la Regione, salvo conguaglio. Con i lavoratori autonomi, invece, il rapporto è quasi fiduciario fatti salvi gli studi di settore che però non hanno il crisma della matematicità. Non sfugge a nessuno che nel primo caso margini di evasione non ce ne sono (salvo il lavoro nero), nel secondo sì. Questo non significa affibbiare patenti d’immoralità a nessuno ma solo sottolineare la profonda iniquità e l’insostenibilità di un sistema che si porta dietro una serie di ingiustizie palesi e no che vanno dall’utilizzo dei servizi comunali al paradosso del gioielliere più “povero” del suo dipendente. Pensare dunque al fisco per mettere in tasca agli italiani più soldi da spendere è una pia illusione a meno che non si pensi di affiancargli altre misure, quelle sì efficaci. L’Italia di Craxi dette prova di grande maturità abolendo il meccanismo della scala mobile che generava inflazione che poi finiva per penalizzare proprio il reddito fisso. L’Italia fu salvata ma non furono salvati i lavoratori che si sono ritrovati senza ombrello sotto la pioggia del fiscal drag e dei contratti mai rinnovati a scadenza. Sarebbe ora di restituire a Cipputi quel che è di Cipputi. E nel frattempo porre le premesse di una riforma fiscale che eviti al reddito fisso la cattiva sorte del reddito fesso.
Enrico Buffoni

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