Presentato nella sezione “Giornate degli autori” alla Mostra del Cinema di Venezia 2010, ha finalmente trovato un distributore e, dopo sei anni è da qualche giorno nelle nostre sale. E’ un film assolutamente da vedere , è un film che affronta un argomento ‘difficile’ ma non è solo un film, è anche un libro, ma è soprattutto una storia vera, è la storia di Waris Davie . Nata in Somalia vive nel deserto con la sua famiglia con tanti fratelli e sorelle e un gregge di capre . A circa tre anni subisce “ per tradizione” l’infibulazione , a tredici il padre decide di venderla , come quarta moglie, ad un uomo di sessanta. A questo punto Waris (il cui nome significa appunto “Fiore del deserto”) non vuole subire il suo destino e decide di fuggire. Attraversa il deserto con un difficile cammino di quattro giorni che la porterà fino a Mogadiscio e da lì, grazie ad un passaporto fasullo, fino a Londra.
E’ ancora minorenne, analfabeta e si adatta a qualunque lavoro. Come inserviente da Mcdonald’s incontra Marylin, aspirante ballerina destinata a diventare la sua migliore amica e, notata da un famoso fotografo, da nomade del deserto diventerà la più richiesta indossatrice; le sue foto sulle più famose riviste di moda, la sua bellezza, le sfilate, la consapevolezza di essere padrona del proprio futuro, le cambiano la vita.
Dai piedi piagati per la traversata del deserto ai tacchi alti delle scarpe eleganti delle sfilate di moda, dalla povertà degli accampamenti nomadi al lusso e alle luci delle metropoli fino a calcare i tappeti delle sfilate di moda.
Il film è anche una denuncia contro l’infibulazione, uno degli abusi più grandi sulla libertà e la salute delle donne.

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