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Finita la manfrina: il Leonka accetta San Dionigi, ma ora contratta sui lavori

A quattro mesi dallo sgombero dalla storica sede di via Watteau e dopo tre mesi di trattative fitte con Palazzo Marino, il Leonka ha finalmente compiuto il passo che per settimane aveva detto di non voler fare: ha presentato la manifestazione di interesse per il bando comunale che assegnerà lo stabile dismesso di via San Dionigi, nel cuore dimenticato di Porto di Mare. L’annuncio è arrivato nella serata di mercoledì sulla pagina Facebook del centro sociale più famoso d’Italia, con toni trionfali: «L’avevamo detto, l’abbiamo fatto.» Dietro la retorica, però, si nasconde un dato politico difficile da ignorare: dopo mesi di proclami, cortei, accuse e rivendicazioni, il Leonka si arrende alla realtà e prende ciò che c’è. Nessun rientro “trionfale” in via Watteau, nessun benefattore pronto a trattare con la famiglia Cabassi, nessun imprenditore o fondazione disposta a ospitarli in nome della cultura. La verità è semplice: non li ha voluti nessuno. E l’approdo a San Dionigi è la conseguenza di questo isolamento.

di Luca Rampazzo | 7 Dicembre 2025
Leonka

A quattro mesi dallo sgombero dalla storica sede di via Watteau e dopo tre mesi di trattative fitte con Palazzo Marino, il Leonka ha finalmente compiuto il passo che per settimane aveva detto di non voler fare: ha presentato la manifestazione di interesse per il bando comunale che assegnerà lo stabile dismesso di via San Dionigi, nel cuore dimenticato di Porto di Mare. L’annuncio è arrivato nella serata di mercoledì sulla pagina Facebook del centro sociale più famoso d’Italia, con toni trionfali: «L’avevamo detto, l’abbiamo fatto.» Dietro la retorica, però, si nasconde un dato politico difficile da ignorare: dopo mesi di proclami, cortei, accuse e rivendicazioni, il Leonka si arrende alla realtà e prende ciò che c’è. Nessun rientro “trionfale” in via Watteau, nessun benefattore pronto a trattare con la famiglia Cabassi, nessun imprenditore o fondazione disposta a ospitarli in nome della cultura. La verità è semplice: non li ha voluti nessuno. E l’approdo a San Dionigi è la conseguenza di questo isolamento.

Il centro sociale ha partecipato al bando insieme all’associazione “Mamme Antifasciste del Leoncavallo”, nonostante un contenzioso aperto con il Comune.

I punti critici restano tutti lì: bonifica dell’amianto, messa in sicurezza del sito, allacci alla rete fognaria. È lo stesso Leoncavallo ad affermare che questi costi — si parla di almeno 300 mila euro solo per rimuovere l’amianto dal tetto dell’ex magazzino isolato lungo la strada per Chiaravalle — devono ricadere esclusivamente sul Comune. Così, quelli che per cinquant’anni si sono raccontati come avanguardia sociale, laboratorio culturale, spazio liberato, finiscono oggi a mercanteggiare sugli oneri di ristrutturazione come qualunque immobiliarista alle prese con un rudere da rifare da zero. Un paradosso che dice più di molti slogan: chi voleva cambiare il mondo ora discute di bonifiche e capitolati edilizi.

Le critiche a Palazzo Marino continuano, come si era visto nel corteo del 7 settembre: mancato coraggio politico, nessuna volontà di riconoscere la storia del Leoncavallo.

Eppure rimane un fatto: nessuna amministrazione, né di destra né di sinistra, ha mai trovato (o voluto trovare) una soluzione che permettesse al Leoncavallo di restare dove pretendeva di restare. E nemmeno il Leoncavallo ha trovato sostenitori veri, investitori, fondazioni, mecenati. La “centralità culturale” sbandierata in questi mesi non ha prodotto nessuno disposto a mettere milioni per salvare via Watteau. Il risultato è quello che molti davano per inevitabile: lo spostamento all’estrema periferia. Un luogo isolato, difficile da raggiungere, dove questa esperienza rischia di trasformarsi in un’eco lontana di ciò che fu.

Ieri, 5 dicembre, all’Arci di via Bellezza si è tenuto il convegno dal titolo altisonante:

“Improprietà, acquisizione, impresa politica. Autogestione, vecchi e nuovi lessici per la città che vogliamo.” Il sottotitolo — “Rientrare in via Watteau è possibile? Noi pensiamo di sì.”. Suona come un manifesto nostalgico più che un’analisi realistica. Si rilancia l’idea, irrealistica, di un ritorno nella sede da cui sono stati sgomberati dopo 31 anni. Immancabile la chiusura con lo slogan rituale: “10, 100, 1000 occupazioni.” Ma il contrasto è evidente. Si parla di rivoluzione urbana mentre si partecipa a un bando comunale. E poi si invoca l’autogestione. Il tutto mentre si negoziano bonifiche da centinaia di migliaia di euro; si sogna l’assalto al cielo mentre si discute di allacci fognari.

Alla fine della manfrina, resta un’immagine che la dice lunga: un centro sociale nato per cambiare il mondo che chiude la sua parabola discutendo di perizie, amianto e costi di ristrutturazione. Il trasferimento a San Dionigi non è solo un fatto logistico: è un simbolo. Un’esperienza che per decenni si è proclamata avanguardia culturale finisce oggi relegata ai margini geografici e politici della città. Una triste parabola per chi immaginava rivoluzioni: finire a restaurare immobili, sperando di restare nel budget.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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