
La sospensione della riforma dei medici di famiglia placherà momentaneamente gli animi in Parlamento, ma naturalmente non risolverà il problema. Ho l’impressione che la politica non si sia resa conto fino in fondo che la leggerezza con cui negli ultimi anni è stata affrontata questa questione arriverà in cabina elettorale come una valanga e travolgerà quei partiti che si rimpalleranno le responsabilità accusandosi a vicenda: “È stata colpa tua”.
La verità è che questi signori sono riusciti a rendere complicata una cosa semplice, lasciando migliaia di cittadini senza medico di base, mettendo in crisi i Pronto Soccorso e spendendo, alla fine, più di quanto sarebbe costato aumentare significativamente i compensi dei medici di medicina generale, professionisti laureati e specializzati secondo gli standard dell’Unione Europea.
Nel frattempo, si è fatto ricorso alle cooperative sanitarie e al reclutamento di medici provenienti da Paesi extraeuropei, una soluzione destinata probabilmente ad aumentare nel tempo. Senza mettere in discussione il valore professionale dei singoli, resta però il problema di garantire ai cittadini la certezza di una preparazione omogenea e verificabile per chi è chiamato a tutelare la loro salute. Se non c’è salute, non c’è vita.
E se non c’è vita, è inutile affaccendarsi intorno agli altri problemi che vengono presentati come prioritari. La metafora potrebbe essere questa: che cosa mi importa di avere una tavola elegantemente apparecchiata, di mangiare compostamente senza appoggiare i gomiti sul tavolo, se poi non ho nulla da mangiare?
Le persone hanno fame di salute e la politica sembra non accorgersene. Con la crisi della medicina di base sono crollati gli argini che tenevano sotto controllo il fiume in piena. Nell’immediato sarà forse possibile contenere l’espansione del problema, ma il danno è ormai stato fatto. Si è corso dietro ai finanziamenti del PNRR costruendo Case di Comunità che, in molti casi, rischiano di rimanere vuote: come nella metafora della tavola senza cibo, ci sono gli edifici ma mancano i medici. È stato fatto esattamente il contrario di ciò che sarebbe stato logico fare: prima i medici, poi gli ambulatori.
Qualunque soluzione verrà individuata, saranno necessari anni prima di recuperare quel rapporto di fiducia e continuità rappresentato dal medico di base tradizionale, del quale oggi molti cittadini rimpiangono la presenza e la conoscenza diretta delle loro condizioni. Ma, d’altronde, come si può comprendere davvero un problema quando si vive nella casa del re?
La celebre frase attribuita a Maria Antonietta – “Se il popolo non ha pane, che mangi brioche” – è probabilmente apocrifa, ma rende bene l’idea. Non si tratta necessariamente di cattiva fede: come si può capire cosa significhi soffrire, o addirittura rischiare di morire, per la mancanza di un medico disponibile, se quel problema non lo si è mai vissuto sulla propria pelle?
Angelo Santoro

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