Quel giorno di Ferragosto le cose sono andate in modo del tutto diverso, con il bambino sottratto alla madre immediatamente dopo il parto, secondo il provvedimento “d’urgenza” preso dal Pubblico Ministero.
Per chi come me, nei giorni di metà agosto, rifugge dalla calca, è l’occasione giusta per leggere di più e comunque “meglio”. Ci si dedica con piacere a qualche libro che magari era stato comprato in fretta e furia qualche giorno prima, dopo averlo scovato nell’angolo più recondito di una grande libreria, e anche taluni articoli di cronaca, che in giorni “normali” sarebbero stati solo scorsi, sono letti con cura cercando nella mente gli eventuali interrogativi e riflessioni ai quali si prestano.
Giorno di Ferragosto in Italia: non si arrestano i flussi dei migranti sulle nostre coste e il lavoro di quanti, istituzioni pubbliche e del privato sociale, sono impegnati in tutto il Paese nel sistema dell’accoglienza; all’ Electrolux gli operai continuano a lavorare; il turismo registra un balzo in avanti anche in tantissime città che hanno apprestato un ricco ventaglio di iniziative con eventi, musei aperti, mostre e feste;
l’Expo di Milano, dopo gli scandali e i ritardi che tanto avevano fatto temere, va alla grande con una presenza di visitatori che supera la migliore delle aspettative.
Tra gli accadimenti di Ferragosto, sempre a Milano, la nascita del figlio di una detenuta, Martina Levato, che subito viene però strappato alla madre per decisione del Pubblico Ministero dei minori che era di turno. Un provvedimento “d’urgenza” – spiegherà lo stesso PM di lì a poche ore, quando attorno alla vicenda comincia ad accendersi un forte clamore – soggiungendo che se il bambino “fosse nato un giorno prima o due giorni dopo tutto sarebbe stato meno gravoso …” perché i giudici del Tribunale dei minori “avrebbero potuto esaminare la situazione in modo tempestivo”.
Che strano … anche se non con grande attenzione avevo a suo tempo letto della Levato e del suo compagno, una coppia diventata tristemente nota ed etichettata come la “coppia dell’acido” per l’aggressione (con l’acido, appunto) all’ex fidanzato della donna, poco prima dello scorso Natale. Colti sul fatto, il processo si era svolto in tempi rapidi avendo i due scelto il rito abbreviato e, condannati in primo grado a quattordici anni con sentenza peraltro appellata, entrambi erano detenuti .
Un po’ mi ero invece soffermato a pensare sulla sorte del bambino che la donna aveva subito detto di aspettare dal suo compagno e che sarebbe nato attorno alla metà di agosto.
A parte un sentimento compassionevole nei confronti di una creatura già segnata dall’ombra di un destino difficile, mi era venuta in mente una serie di ipotesi conseguenziali, secondo gli schemi della giustizia italiana: alla donna, se anche non fossero stati concessi i domiciliari (cosa invece assai frequente in questi casi) , sarà assicurata la permanenza in un Istituto a custodia attenuata assieme al bambino almeno sino a quando questi compirà i tre anni ; se anche non sarà possibile usufruire di una tale struttura il bambino sarà nel carcere assieme alla madre, certo un danno per lui ma comunque un danno minore rispetto a quello che ne avrebbe dall’allontanamento; seguiranno poi tutte le altre procedure (volte a un affido, preferendo il familiari della detenuta ove disponibili, volte all’ adozione ecc.).
Insomma era lecito ritenere che la fattispecie si sarebbe inquadrata rispettando un principio giuridico basilare, quello in base al quale ogni persona rimane sempre titolare dei diritti fondamentali, fra i quali il diritto a non dovere recidere l’affetto genitoriale, non rilevando né la sua condizione di detenzione né la gravità del delitto che le sia stato addebitato (nel caso in esame neanche con sentenza definitiva) e il correlato diritto del figlio a beneficiare dell’affetto e delle cure delle proprie madri anche se in un contesto detentivo. Tutto ciò, a meno che non venga provata l’incapacità materna a soddisfare le esigenze del bambino in relazione allo sviluppo psico-fisico di quest’ ultimo.
Come sappiamo quel giorno di Ferragosto le cose sono andate in modo del tutto diverso, con il bambino sottratto alla madre immediatamente dopo il parto, secondo il provvedimento “d’urgenza” preso dal Pubblico Ministero.
Ma non è principio generale che i provvedimenti d’urgenza si riferiscano ad eventi eccezionali determinati da fatti imprevisti per i quali sarebbe impossibile avvalersi dei normali mezzi predisposti dall’ordinamento giuridico? E che la donna detenuta avesse partorito attorno alla metà di agosto non era evento annunciato?
Il 16 agosto, sul sito dell’Unione delle Camere Penali, lo sdegno per quanto accaduto e l’appello al Ministro della Giustizia (http://www.camerepenali.it/news/6343/Sulla-presunta-tutela-del-minore,-sottratto-alla-madre-detenuta.html).
“Non sono bastati nove mesi alla Giustizia Italiana – si legge – per predisporre quanto necessario per evitare questa barbarie. Abituata a rinvii di ogni genere, ad aggirare principi di civiltà predisponendo norme che non troveranno applicazione, la nostra malandata Giustizia è stata “sorpresa” dalla nascita e, in attesa della decisione dei suoi Giudici, mette i sigilli al rapporto madre-figlio”.
Adesso le soluzioni prese e quelle che si stanno profilando sono oggetto di cronaca quotidiana. Non entro nel merito e disapprovo chi a ogni costo vuole dire la sua, in massima parte fomentando l’allontanamento del bambino nell’intendimento non tanto di perseguirne il suo bene quanto piuttosto di infliggere un “castigo” alla donna. Ma il blackout della Giustizia nel giorno di Ferragosto con tutto il clamore che ha creato poteva ben essere evitato e allora non si sarebbe innescato il dubbio che ogni futura decisione giudiziale verrà presa sotto l’effetto di spinte mediatiche e non con tutta la serenità di giudizio che il delicato caso esige.

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