
Da anni il music business americano sta mostrando tutti i segni di una crisi strutturale profonda. E il caso Fender, con il continuo tentativo di blindare legalmente forme storiche della chitarra elettrica, rappresenta probabilmente uno dei sintomi più evidenti di questo declino.
L’azienda continua periodicamente a muoversi contro liutai indipendenti, piccoli costruttori e fabbriche accusate di utilizzare forme considerate troppo vicine ai propri modelli storici, in particolare le sagome double cut che richiamano la Stratocaster e quelle single cut della Telecaster. Una guerra fatta di diffide, tribunali e pressioni commerciali che dura da anni.
Il problema è che quelle forme, dopo oltre settant’anni, non appartengono più soltanto a un marchio. Sono diventate uno standard industriale mondiale. Ormai fanno parte della grammatica universale della chitarra elettrica, replicate da migliaia di produttori e assimilate da intere generazioni di musicisti.
E soprattutto c’è un dettaglio enorme che molti fingono di ignorare: i brevetti originali sono scaduti da decenni. Se così non fosse, gran parte dell’industria mondiale della chitarra semplicemente non esisterebbe.
Ma il nodo reale è un altro. Il music business americano è deflagrato nel momento stesso in cui il mercato globale è stato travolto dall’avvento dello schiavismo industriale cinese. Produzioni enormi, costi irraggiungibili per qualsiasi fabbrica occidentale, manodopera compressa, capacità produttiva smisurata e un’invasione continua di strumenti a basso costo hanno demolito gli equilibri storici del settore.
Da quel momento il mercato è stato letteralmente saturato da una offerta spasmodica di copie, derivazioni, cloni e reinterpretazioni infinite degli stessi identici strumenti. Stratocaster, Telecaster, Les Paul e derivati vengono prodotti in ogni angolo del pianeta in quantità industriali, spesso con differenze minime, puramente estetiche o cosmetiche.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un mercato drogato da reissue, relic artificiali, serie limitate, operazioni nostalgia e marketing compulsivo. Ormai si vende il passato perché il presente non riesce più a produrre nulla di realmente nuovo.
Ed è qui che nasce il vero problema per marchi storici come Fender. Il peso commerciale del nome, da solo, comincia a non bastare più. Per decenni bastava il logo sulla paletta per giustificare prezzi enormemente superiori alla concorrenza. Oggi quel meccanismo inizia a mostrare crepe evidenti, perché il consumatore medio si trova davanti migliaia di prodotti praticamente identici, spesso costruiti a costi infinitamente inferiori.
E allora entrano in scena gli avvocati. Quando un settore smette di crescere realmente, la tutela legale diventa una forma di autodifesa industriale. Si prova a proteggere non tanto l’innovazione, quanto il controllo psicologico di un mercato sempre più instabile.
Ma la realtà resta una: nessun tribunale potrà cancellare settant’anni di evoluzione della liuteria mondiale. Le forme Stratocaster e Telecaster sono ormai un linguaggio globale, esattamente come certe architetture automobilistiche o certi design industriali entrati nella cultura collettiva.
E forse proprio questa aggressività racconta la verità più scomoda. Dietro certe battaglie legali non sembra esserci forza industriale, ma paura. Paura di un mercato fermo, di margini che si assottigliano, di un pubblico sempre meno disposto a pagare cifre folli per strumenti ormai indistinguibili da migliaia di alternative presenti sul mercato globale.
Quando un’industria smette di costruire il futuro e sopravvive tentando di blindare il proprio passato, significa che il baratro economico non è più lontano. È già davanti alla porta. E il fallimento, a quel punto, diventa soltanto una questione di tempo.
Piero Terracina

Lascia un commento