Era inevitabile che la cocente sconfitta dei socialdemocratici alle elezioni tedesche, sia pur largamente prevista e facente seguito ad altre sconfitte in Europa, avrebbe riaperto, anche in Italia, il dibattito sullo stato della sinistra; e diciamo solo “stato”, perché parlare di prospettiva al momento sarebbe ottimistico. La prima impressione è che a questa riflessione la sinistra nel suo complesso, ma più segnatamente il partito democratico, giunga culturalmente impreparata; e non solo perché all’interno di quest’ultima formazione, con l’attenuante della fase precongressuale, anziché spingere il dibattito su questioni strategiche si ripiega sulla scelta nominalistica dell’una o dell’altra candidatura.
Lasciamo da parte gli aspiranti segretari che, impegnati come sono nel duro confronto personale, non si fanno distrarre da circostanze o problemi di più ampio respiro che esulino dai loro obiettivi più o meno immediati. Più interessante invece valutare, come risulta da recenti articoli, il grado di allarme raccolto da due personaggi di quel partito, Fassino e D’Alema, provenienti dall’ex Pci, oggi schierati a sostegno di candidati contrapposti, ma ambedue impegnati a cercare soluzioni maggiormente proiettate verso il futuro da offrire come patrimonio d’idee all’uno o all’altro schieramento.
Fassino parte dal presupposto che le tre grandi componenti riformiste, quella socialista, quella cattolica e quella liberalprogressista abbiano esaurito il loro compito e si trovino impreparate, singolarmente, a rispondere in termini di sintesi politica alle questioni nuove, emergenti del secolo ventunesimo. Il tentativo messo in atto dal Pd altro non sarebbe, perciò, che quello di operare l’incontro tra queste culture, non senza qualche occhieggiamento ai verdi ed agli esponenti più remissivi dell’altra sinistra. Le questioni nuove – non ci vuole una grande immaginazione per capirlo e Fassino riesce persino ad elencarle – sono la globalizzazione, la flessibilità del lavoro e la sua esposizione alla precarietà, la crisi fiscale dello stato sociale, l’immigrazione ed i suoi impatti sulla società, la sicurezza dei cittadini, tutti problemi che stimolano inquietudini e voti a destra. L’ex segretario si ferma qui. Non si può pretendere di più da due colonne su un quotidiano, ma francamente resta un briciolo di delusione per il modo sbrigativo con cui l’argomento viene trattato.
La riflessione di D’Alema è decisamente più impegnata. La sconfitta elettorale tedesca è un episodio, magari inserito in una tendenza pressoché comune nella realtà europea, ma al di là della tendenza c’è da registrare una contraddizione: di fronte alla crisi mondiale che segna il tramonto delle tendenze ultraliberiste [D’Alema riprende ed usa il termine liberale, ma si sa che non si tratta della stessa cosa] le forze della sinistra in Europa drammaticamente non riescono ad elaborare una strategia almeno contrapposta, lasciamo perdere vincente. Ora però ritiene che sia troppo tardi per la ripresa di un’iniziativa comune europea su base semplicemente socialdemocratica o socialista, ammesso – mi viene da aggiungere – che questi due termini possano essere differenziabili ai giorni nostri. La palla dovrebbe passare invece ad una forza progressista europea, che sia in grado di superare, senza ripudiare, la vecchia cultura socialdemocratica basata su una organizzazione del lavoro ed una composizione sociale che non esistono più, per portare invece al centro dell’attenzione … D’Alema non lo dice, salvo indicare “nella democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista alla crisi”.
Date queste premesse, può darsi perciò che ancora non ci siamo, non solo per la costruzione del nuovo, ma neppure per un approccio che voglia affrontare i nuovi termini in cui la questione si pone; mancanza questa che ripropone la scarsa dimestichezza della politica italiana con i processi che vengono dal mondo e le conseguenze di questi processi. Se è vero, come dice D’Alema, che il socialismo europeo non è riuscito a cogliere il senso della globalizzazione, rinserrandosi nei suoi confini nazionali, altrettanto vero è che uno degli effetti apparentemente collaterali della globalizzazione sia stata e sia la nuova presenza da protagonisti di larghi strati della popolazione mondiale finora esclusi. Non chiamiamola lotta di classe, sennò qualcuno si spaventa e poi non ne avrebbe neanche i requisiti, però c’è sul piano internazionale un confronto/sfida al nostro mondo da parte di un altro mondo, anzi di altri mondi, ed una pressione di popolazioni al fine di vivere meglio, le cui élite [perché tali sono] premono sulle nostre economie, sulle nostre strutture sociali e su quelle dell’ordine. Questo fenomeno la nostra sinistra, anche sul piano europeo, l’ha saputo analizzare solo per rispondere in termini di garanzie e di sicurezza alle pressioni della destra, ma ora è venuto il momento di prendere in carico il problema e cominciare ad articolare delle risposte in termini sia pur minimamente e provvisoriamente strategici. Eppure non da oggi il mondo va avanti così. Basterebbe tenerlo presente.
Silla Cellino

Lascia un commento