Il giubilo che circonda la modesta flessibilità di spesa accordata all’Italia dalla Commissione europea sui conti del 2016 è così fragoroso e generalizzato che si ha quasi timore, ponendo domande, di guastare l’atmosfera festosa.
Eppure, un minimo di serietà suggerisce di andare al di là del trionfalismo dei titoli di tutti i grandi giornali, impegnati a celebrare il successo di Renzi.
Non saremo certo noi a dolerci se l’approccio ottusamente burocratico che governa l’Unione, una volta tanto ha dovuto segnare il passo dinanzi a valutazioni più squisitamente politiche: da qui lo spazio di manovra concesso a Paesi come Francia e Spagna, oltre che Italia, tutti alla vigilia di fondamentali scadenze elettorali o referendarie.
In questo senso Renzi ha vinto la sua scommessa sul bilancio 2016 che potrà derogare ai parametri in relazione al rapporto deficit/pil, senza incorrere nei fulmini delle misure di salvaguardia.
Ma tutto è semplicemente rinviato a Ottobre : confondere una boccata di ossigeno con la guarigione dalla malattia è il primo rischio che non dovremmo correre.
Niente è cambiato nella sostanza dei nostri problemi, a cominciare dalla dimensione astronomica del debito pubblico, dall’abbandono delle politiche di revisione della spesa, dalla estrema debolezza dei segnali di crescita, dal peso aggravato della pressione fiscale, dall’accesso al credito che resta un miraggio per famiglie e piccole imprese, e via enumerando.
Ed è partendo da qui che avremmo bisogno di capire di più. La flessibilità sul 2016 è stata concessa a fronte di un impegno scritto del nostro governo ad una riduzione strutturale del rapporto deficit/pil per il prossimo anno dal 2,4 attualmente stimato, all’1,8-
Se l’obiettivo venisse mancato, le clausole di salvaguardia questa volta scatterebbero davvero, con i pesanti aumenti dell ‘Iva che esse comportano. D’altra parte la mole del nostro debito pubblico è tale che certi richiami al realismo possono non piacere, ma non è salutare negarne il fondamento.
Tutto questo è chiaro; meno chiare sono le politiche prescelte per raggiungere questi obiettivi e la compatibilità delle promesse fatte a cittadini e imprese.
Renzi promette di tagliare l’irpef al ceto medio (quale?), di chiudere Equitalia (bene, ma un esattore ci vorrà lo stesso),di dare un assegno di 500 euro agli studenti, di raddoppiare il bonus bebè , di togliere il bollo auto, e così via elargendo.
Le elargizioni a pioggia non fanno una politica economica e sono il contrario di una politica sociale.
Ma qui la domanda è anche più banale: se per superare l’esame di Ottobre con la Commissione europea occorre ridurre di oltre 10 miliardi il deficit e al tempo stesso si fanno circolare solo promesse equivalenti a minori entrate, quale base di credibilità si può dare a questi annunci ?
A meno che non si chiedano ai cittadini solo atti di fede nelle virtù taumaturgiche dell’ottimismo.

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