
Immaginiamo di essere nella Germania degli anni Trenta. Non sappiamo ancora che cosa accadrà, non conosciamo Auschwitz, non abbiamo il conforto retrospettivo della Storia.
Viviamo in un Paese colto, moderno, nel quale si leggono Goethe e Kant, si ascolta Beethoven, si frequentano università prestigiose. I nostri vicini sono persone normali: insegnanti, medici, commercianti, impiegati, padri e madri di famiglia. Non mostri, dunque, ma individui perfettamente integrati nella rispettabilità quotidiana.
Eppure, progressivamente, qualcosa cambia.
L’ostilità verso gli ebrei comincia a insinuarsi nel linguaggio comune, nelle conversazioni, nei giornali, nelle aule universitarie.
All’inizio sono allusioni, battute, insinuazioni. Poi diventano accuse, generalizzazioni, forme sempre più esplicite di disprezzo.
L’ebreo cessa gradualmente di essere un individuo, con la propria storia e le proprie responsabilità, per diventare il rappresentante indistinto di una categoria sulla quale è possibile proiettare ogni risentimento.
Qualunque cosa faccia, diventa una conferma del pregiudizio.
Se prospera, è un approfittatore; se si difende, è arrogante; se tace, è sospetto.
La sua stessa esistenza finisce per essere interpretata attraverso una colpa che lo precede.
L’odio, a quel punto, non ha più bisogno di dimostrazioni: ha soltanto bisogno di essere condiviso.
La propaganda non si limita a diffondere menzogne, ma costruisce progressivamente un clima morale nel quale la stigmatizzazione appare legittima, l’esclusione ragionevole e il disprezzo addirittura virtuoso.
E gli intellettuali? Alcuni tacciono, altri si adeguano, altri ancora forniscono alla persecuzione il vocabolario della scienza, della filosofia, della politica.
L’istruzione non impedisce necessariamente la barbarie ma offre strumenti più raffinati per giustificarsi.
E la gente comune? Persone che continuano ad amare i propri figli, ad ascoltare musica, a preoccuparsi del lavoro, mentre imparano a considerare naturale che un’intera minoranza venga umiliata, isolata, privata della propria dignità.
E soprattutto nessuno, o quasi, si riconosce nell’odio.
Ognuno dispone di una giustificazione, di una ragione superiore, di una causa che ritiene moralmente indiscutibile.
Adesso interrompiamo l’esperimento.
Torniamo al presente, senza sovrapporre meccanicamente epoche differenti e senza cancellare la specificità storica del nazismo.
Ma domandiamoci quanto sia difficile riconoscere l’antisemitismo quando non si presenta con i simboli che abbiamo imparato a condannare, quando adotta linguaggi nuovi, quando la responsabilità individuale viene nuovamente dissolta in una colpa collettiva e quando il disprezzo per gli ebrei trova, ancora una volta, una giustificazione considerata rispettabile.
Il problema non è stabilire se oggi siamo nella Germania degli anni Trenta. Non lo siamo.
Il problema è comprendere come una società possa abituarsi all’odio senza accorgersi di aver smesso di considerarlo tale.
La lezione più terribile del Novecento è proprio questa: la barbarie non ha bisogno di una società composta da mostri.
Le bastano persone ordinarie che, persuase della propria superiorità morale, imparino progressivamente a non riconoscere più l’umanità degli altri.
David Pacifici

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