Famiglia cinica. Uno spaccato di vita quotidiana tra commedia grottesca e tragedia greca; violenza e mafia in una Palermo degli anni Sessanta.

Nel film “E’ stato il figlio” , tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, si racconta della famiglia Ciraulo che vive in una delle tante periferie povere di una Palermo sempre più nelle mani della mafia. Ciprì, che non riesce più a respirare l’aria di Palermo e di recente si è trasferito a Siracusa, per rappresentare la sua Palermo, si è spostato in Puglia.
Non c’è lavoro e il capofamiglia mantiene moglie, figli e genitori vendendo il ferro vecchio che sottrae alle navi in disuso, aiutato dal padre ormai vecchio e dal figlio, timido e introverso. E’ ancora la Sicilia di Verga quella di cui si parla, dove l’unica cosa che conta è il possesso, la roba.
In questo film non lacrime e sangue ma denaro e sangue che si inseguono e dipendono l’uno dall’altro e portano l’uno all’altro.
La storia, raccontata in flashback da un vecchio Tancredi stanco e disilluso dopo anni di carcere, che passa la sua giornata in un ufficio postale aspettando l’ora di chiusura prima di tornare nella vecchia casa, evidenzia il disfacimento di quei valori , che mantenevano salda e solidale la famiglia, narra come la vita, i rapporti sociali, gli affetti non contino più niente in nome solo del dio quattrino. Non importa come arrivano i soldi, l’importante è che ci siano e per averli, per conquistare quel simbolo di potere e rispetto che è una Mercedes, (siamo negli anni Sessanta) si è pronti a dimenticare che “tanta grazia” arriva come risarcimento per una vita sottratta, la piccola Serenella, vittima di uno scontro di mafia, deve essere risarcita e allo stesso tempo dimenticata come dolore.
Quando Tancredi e il cugino, più sveglio di lui, già capetto più che manovalanza della mafia, usano la macchina e ne causano alcuni graffi, esplode la violenza; quella del capofamiglia che schiaffeggia i due e quella di Masino che reagisce uccidendolo.
“Ma che fai? Stai pazzianno?” chiede quasi incredulo quell’uomo ridicolo che è Nicola Ceraulo prima di morire.
Il film sottolinea il torto che viene fatto ai giovani cui viene sottratta ogni speranza.
Serenella , vittima di mafia, porterà “la fortuna” nella casa dei genitori, fortuna sotto forma di soldi e Tancredi, proprio per quei soldi che verrebbero a mancare alla famiglia una volta morto l’unico sostegno economico, sarà sacrificato sull’altare dell’utilitarismo. Dovrà accollarsi la colpa di Masino, in grado di provvedere, grazie alla mafia, al sostentamento dei membri superstiti della famiglia Ciraulo.
Ma è vero che in nome di un presunto benessere siamo riusciti a svendere la nostra morale, ci siamo volontariamente trasformati in quegli “ominicchi” di cui parlava Sciascia? Davanti alla nonna che si erge quale giudice e decide per tutti, rivelando di essere la vera capofamiglia sono tante, forse troppe le domande alle quali dovremo prima o poi dare una risposta.
In sala stampa Servillo, che nel film si trasforma camaleontescamente in un padre padrone gretto e ridicolo, privo di principi, ricorda ancora Sciascia che parlando di mafia affermava: “…il matriarcato in Sicilia è all’origine del comportamento mafioso…” Se anche questo fosse vero saremmo ancora lontani da un riscatto necessario se vogliamo uscire da questa palude che sta soffocando ogni nostra speranza.
Il film, in uscita il 14 settembre, è un quadro paurosamente vero della nostra attualità. Ci aspetta un’apocalisse di cui ancora non ci rendiamo conto. Da vedere.

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