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Euro addio?

di Enrico Cisnetto | 11 Dicembre 2011

Un errore non ammonire fin da subito sulle contraddizioni della moneta unica. 

Se c’è una cosa che mi rimprovero e di cui non riesco a perdonarmi è di non essere stato, a suo tempo, sufficientemente euroscettico. Sia al momento della creazione dell’euro, quando si scelse la via monetaria alla integrazione politico-istituzionale, sia quando (per colpa di un italiano, Romano Prodi) si volle allargare l’Europa a 27 paesi. Due errori non soltanto clamorosi, ma esiziali. Nei confronti dei quali levai sì voce – insieme a pochissimi avveduti e ad altri, più numerosi ma improvvidi, che erano contro per becere ragioni campanilistiche – ma non con la forza che si doveva di fronte ad un pericolo così grande. Chi, come me, era favorevole alla moneta unica, ma intesa come punto d’arrivo di un processo federativo che anteponesse all’integrazione monetaria la nascita di uno stato federale cui le nazioni aderenti devolvessero quote importanti e crescenti delle loro sovranità, fu criminalizzato, confuso con i localisti e i secessionisti che volevano le regioni-nazione (comprese quelle inesistenti come la Padania) e definito con spregio “eurodisfattista” da coloro che si dicevano sicuri che l’euro prima e l’allargamento poi avrebbero portato alla creazione degli Stati Uniti d’Europa. Il risultato eccolo qui: non appena è finito il tempo delle vacche grasse e la crisi finanziaria mondiale ha portato la recessione, la tara genetica dell’euro ha fatto esplodere le sue contraddizioni e messo a nudo la fragilità dell’eurosistema. Fino al punto da portare il Vecchio Continente ad un passo dal disfacimento. Cosa che rappresenterebbe non solo la fine ingloriosa del sogno unitario dell’Europa comunitaria e il tradimento del pensiero e dell’opera di uomini come Monnet, Schumann, Adenauer, De Gasperi, La Malfae Spinelli, ma anche e soprattutto una catastrofe economica di proporzioni bibliche. Infatti, da quando la globalizzazione ha dispiegato i suoi effetti rivoluzionari, facendo emergere realtà fino a ieri inesistenti o marginali, una delle pre-condizioni per giocare la partita dell’economia planetaria è proprio quella delle grandi dimensioni. “Piccolo è perdente”, si potrebbe tramutare un vecchio slogan italiano che ancora in troppi si ostinano a non archiviare.

Ecco, se l’Europa non capisse i veri motivi della situazione in cui si è venuta a trovare e quindi non dovesse trovare l’antidoto all’esplosione dell’euro e con esso delle ragioni dell’essere un’unica economia, il risultato sarebbe che ciascun paese continentale – nessuno escluso – si ritroverebbe troppo piccolo e troppo fragile per reggere la concorrenza degli altri player giganti. Con una caduta rapida e verticale della ricchezza cui, dal dopoguerra in poi, tutti gli europei si sono abituati. Dunque, sarebbe per interesse e non per aulico idealismo, che i leader dei maggiori paesi europei dovrebbero riuscire a trovare il bandolo della matassa. Il quale sta solo e soltanto nel mettere rimedio al difetto genetico della moneta unica: dare ad essa un unico padre. Cioè creare uno stato federale con sovranità sottratta agli stati nazionali. Se il cambiamento dei Trattati richiesto dalla Germania va in questa direzione, e fin da subito, bene. Altrimenti, meglio discutere di come trattare il ritorno alle monete nazionali. Non ci sono scorciatoie: la politica fiscale integrata, gli eurobond, una Bce con lo statuto della Fed, sono tutti strumenti che richiedono giocoforza l’esistenza di un governo centrale che abbia come obiettivo la tutela dell’interesse comunitario. Credere che esso possa essere surrogato da vincoli più stringenti alle politiche nazionali affidati a soggetti vecchi e nuovi dell’Europa delle nazioni, come la Commissione o anti-democratici patti di consultazione, è pura illusione. Al punto a cui siamo arrivati, la discussione non può essere, come è apparso alla vigilia del decisivo vertice europeo che si è aperto ieri sera, se deve prevalere l’Europa a 17 o quella a 27, perché senza un avvio di integrazione politica non ci sarà più nell’una nell’altra. D’altra parte, basta osservare quanto è successo ieri: le Borse sono crollate e gli spread sono tornati a volare (444 quello Btp-Bund) nonostante che la Bce di Draghi abbia messo sul piatto un secondo taglio di un quarto di punto dei tassi e un aiuto alle banche, lanciando due operazioni con cui concede loro liquidità illimitata a 36 mesi. E questo prima che l’Eba emettesse la sua sentenza – sulla quale varrebbe la pena ragionare, perché assolutamente cervellotica – secondo cui le banche europee avrebbero un fabbisogno di capitale pari a 114,7 miliardi, di cui 15,4 (cioè oltre il 13%) riguardano quelle italiane. Tutto questo significa che i mercati, dopo un’apertura di credito che nei giorni scorsi aveva spinto al rialzo le piazze azionarie e ridotto gli spread (quello italiano sotto i 360 punti), mettono in conto che il vertice Ue vada male, o comunque risulti solo interlocutorio.

Sia chiaro agli euroentusiasti per demagogia e ignoranza di ieri e di oggi: quella in corso è una vera e propria guerra, seppure combattuta senza le armi. E loro ne portano la responsabilità. Che sento anche mia, per non averli saputi fermare in tempo.

Pubblicato in : EditorialeTag: adenauer, banche, bce, crisi finanziaria, draghi, euro, moneta unica, romano prodi

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giuseppe Selvaggi

    14 Dicembre 2011 alle 12:01

    Per la fine dell’euro mi son già messo in gramaglie. Seguo l’esempio di Ida Magli.
    Interessante la sottile distinzione tra l’europeista Ugo La Malfa ed il federalista Altiero Spinelli. Andrebbe approfondita.

    Rispondi
  2. angiolo bandinelli

    13 Dicembre 2011 alle 12:17

    Mi pare di ricordare che La Malfa fu europeista, ma non federalista. Quindi il suo nome dovrebbe quanto meno essere posposto a quello di Spinelli. L’europeista La Malfa salutò come un grande evento l’ingresso nell’Europa dell’Inghilterra.

    Rispondi
  3. michele

    11 Dicembre 2011 alle 22:23

    A mio parere l’errore fu accetare paesi, come appunto l’Italia, che non raggiungevano i criteri minimi per l’entrata nell’euro stesso nella ” speranza” che prima o poi si sarebbero adeguati senza neanche prevedere meccanismi di controllo e sanzione seri!Oggi tornare alle monete nazionali è praticamente impossibile perchè, a parte i problemi pratici( come il tasso di cambio) scatenerebbe una speculazione al ribasso su monete come lira, dracma e peseta ed al rialzo su franco svizzero( che di fatto appartiene all’area euro) e marco tedesco che rovinerebbe gli abitanti dei paesi mediterranei che si troverebbero una moneta senza valore ma anche i paesi nordici che non esporterebbero più. Non c’è quindi alternativa all’euro, a meno di un suo improbabilissimo tracollo,proprio perchè è impossibile anche solo pensare ad un passo indietro verso un baratro praticamente senza fondo. La buona notizia è che il baratro è dietro di noi non davanti !!

    Rispondi

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