
Il problema è che siamo sempre complicati. Basta un comma per invertire il senso di una legge. Si veda il caso delle Province. Abolite di fatto in un decreto del Governo, salvate di fatto (se passa il comma delle legge ordinaria) dal Parlamento. Basta una virgola per cambiare il senso di una frase e di una storia. E’ che noi usiamo la complicazione per risolvere i problemi, allontanandoli. Quindi senza, di fatto, risolverli. E’ l’origine del nostro dissesto economico e sociale. Oltreché etico. Perché abbiamo sempre rifiutato la semplicità. Abbiamo ammesso e coccolato come concetto la “semplificazione”, varando persino dei ministeri e dei ministri che ci credevano, ma senza attuare nei fatti alcuna semplificazione, se non annunci di tagli di titoli o di leggi. Che sono talmente tante e contraddittorie che se ne tagli anche mille non incidi per nulla. La semplicità non è una legge o un ministero, la semplicità è una cultura, un costume, una percezione, che diventa modo d’essere, se non innata almeno appresa. La cultura della semplicità, senza andare a disturbare filosofi e pensatori, è storicamente l’anticamera della sincerità, se non della verità. E noi, in politica, non eccelliamo per sincerità e verità, Anzi tra pensieri, parole, opere e decisioni inseriamo sempre quella quota di mascheramento od omissioni che ci lascia sovente una via d’uscita. Per i politici, per i sistemi di potere, ma non certo per il Paese. Il governo tecnico-politico di Monti ha navigato nelle prime settimane in un clima di semplicità-verità. Fino al varo dei provvedimenti della prima puntata di manovra. Poi quando il tutto passa al Parlamento, e alle forze politiche e sociali, tutto diventa improvvisamente ma ineluttabilmente più complicato, più intricato, quasi inestricabile. E qualcuno dice: è la politica bellezza. Ma la politica non doveva fare quella riflessione profonda che l’avrebbe dovuta riscattare dagli anni della colpa del dissesto? No, sembrano tornati gli antichi vizi. Colpiamo sempre quelli, salviamo chi ci vota. Presumibilmente. Il ché è esattamente il contrario della semplicità. E dell’impegno nazionale. Sembra che anche ora principalmente nell’arte politica si annidi l’esercizio più diffuso e raffinato del mentire, e perfino del mentirsi. Diceva Otto von Bismark che “mentire è una attività che si svolge copiosamente prima delle elezioni, durante la guerra e dopo la caccia”. Appunto: elezioni quasi alle porte, guerra di tassi, e caccia inutile agli evasori. Memorabile e attualissimo von Bismark. . Rimando chi volesse, al riguardo, ad un delizioso e conosciuto saggio di Luigi Anolli “Mentire” del Mulino, collana “Farsi una idea”. E ha ragione Stefano Menichini, direttore del quotidiano “Europa” quando dice che non ha fallito l’Italia ma l’intera classe dirigente che in questi trent’anni ha pensato di governarla e invece l’ha pseudo-gestita se non saccheggiata, comprendendo in classe dirigente politici, sindacalisti, imprenditori, giornalisti (eccome!), grandi commis di Stato e finti commentatori morali. La discontinuità, non solo economica e politica ma anche sociale e morale, si misurerà tutta qui. Certo, ci vogliono le misure, i sacrifici, la crescita, l’equità, la tolleranza, il dialogo, la decisione, persino la concertazione, ma se non si adempie a al dovere di semplicità, dopo 40 anni di omissioni, sarà tutto abbastanza inutile. Cominciamo col non dire le bugie, e a cancellare il valore legale del “confiteor”. A che serve confessarsi in chiesa se poi ridici menzogne a palazzo? Forse aveva ragione il mitico Arthur Clarke che consigliava ai politici di “leggere libri di fantascienza, non western e polizieschi”. Almeno là le finzioni sono cosmiche e, a volte, aliene.

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