
In materia di pensioni, la manovra del governo Monti prevede di realizzare per il triennio 2012-2014 sia entrate che tagli di spesa allo scopo dichiarato di ridurre l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL[1] :
|
Entrate (E) e Spese (S) |
2012 |
2013 |
2014 |
| Revisione sistema pensionistico |
E 236,0 |
S -852,0 |
S – 3215,0 |
| Contributo solidarietà fondi speciali INPS |
E 72,0 |
E 73,0 |
E 74,0 |
| Aumento contributivo artigiani e commercianti |
E 245,0 |
E 413,0 |
E 621,0 |
| Deindicizzazione trattamenti pensionistici |
S – 2890,0 |
S – 4930,0 |
S – 4930,0 |
Gli importi commisurati alle scadenze indicate mirerebbero alla riduzione suddetta nei termini percentuali riportati alla tabella sottostante, che tiene conto delle valutazioni del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato – RGS, in vista si ritiene di un equilibrio di spesa raggiungibile solo nel 2045[2].
| 2012 |
0,2 |
| 2015 |
0,9 |
| 2020 |
1,4 |
| 2025 |
1,1 |
| 2030 |
0,9 |
| 2035 |
0,5 |
| 2040 |
0,2 |
| 2045 |
0,0 |
| 2050 |
0,0 |
Se così stanno le cose, quel che non convince è proprio questa valutazione dell’impatto della spesa, che sembra discostarsi di gran lunga da una precedente e pur recente valutazione della stessa RGS, aggiornata al 2011, che mantiene viceversa una proiezione della spesa, a scadenze quinquennali dal 2010 al 2045, sostanzialmente in pareggio con oscillazioni intorno al 15-15,5% del PIL durante l’intero periodo[3]. Pertanto, si tratta di stime diverse oppure di una valutazione complessiva che presuppone per un periodo più che trentennale una crescita in media della nostra economia, del tutto insufficiente, pari all’1% circa del PIL.
Si potrebbe allora pensare che anche in questa occasione il governo abbia puntato sulle pensioni al fine principalmente di fare cassa: 16.506 milioni di euro, di cui 12.203 derivanti dalla mancata indicizzazione dei trattamenti in corso di pagamento alle rispettive scadenze e i restanti 4.303 dalla revisione del sistema e quindi dall’innalzamento dei requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico. Ma, in quest’ultima ipotesi, che prevede a regime dal 2018 un’uscita dal lavoro con diritto immediato a pensione con non meno di 66 anni di età, sussiste addirittura qualche maggiore perplessità; legata, d’accordo con la dichiarazione della ministro Fornero, “al pezzo mancante (della riforma) che la sorregge: un mercato del lavoro che funziona”.
Infatti, a seguito del patto UE di Lisbona 2000, la riforma, mediante l’innalzamento dei requisiti anagrafici per il pensionamento, punta all’incremento della vecchia occupazione e praticamente nulla dispone invece in materia di nuova occupazione. Infatti, per il triennio 2012-2014, il decreto prevede uno stanziamento complessivo di soli 800 milioni da destinare all’incremento dell’occupazione giovanile e delle donne.
A tutto questo, vista l’esperienza non solo di un recente passato, si aggiunge un’altra grande perplessità: siamo proprio sicuri che, considerato che la crisi non è di certo finita, le imprese italiane saranno poi in grado di garantire o adeguatamente sostenere, senza soluzioni di continuità, il passaggio dei lavoratori dall’attività di servizio all’attività di collocamento a riposo?
[1] Fonte: Il Sole24Ore. Grandezze espresse in milioni di euro.
[2] Fonte: Il Sole24Ore.

Lascia un commento