L’ultimo libro di Francesco Bucci mette in risalto il divario gigantesco tra l’ attività giornalistica del fondatore di Repubblica ed i numerosi libri scritti da Scalfari per cimentarsi sui temi assai più impegnativi della filosofia e della religione.

Introduzione
Eugenio Scalfari1 è stato un grande direttore di giornale ed è
tuttora un grande giornalista. I suoi editoriali di politica, di economia,
di finanza, di costume sono esemplari per lucidità di analisi e
chiarezza espositiva.
Allorché, verso la metà degli anni Novanta del secolo scorso,
ha lasciato la direzione di la Repubblica ed è andato in pensione,
nella sua mente si deve essere accesa una luce che gli ha indicato un
percorso nuovo e difficile, che egli ha subito intrapreso con giovanile
entusiasmo ed ancora prosegue con instancabile lena.
L’idea luminosa deve essere stata quella di lasciare ai posteri
un’immagine di sé più alta e nobile di quella del semplice giornalista
che, per quanto grande, ha pur sempre a che fare con la banale
attualità. E, poiché il suo mestiere è quello di scrivere, il modo più
semplice per raggiungere l’immortalità deve essergli sembrato quello
di trasformarsi in saggista e di occuparsi in tale veste dei massimi
sistemi. Fatto sta che ha iniziato a pubblicare un libro dopo l’altro,
con una forte accelerazione negli ultimi anni: Incontro con Io
(Rizzoli, 1994), Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli, 1995),
Attualità dell’Illuminismo (Laterza, 2001), L’uomo che non credeva
in Dio (Einaudi, 2008), Per l’alto mare aperto (Einaudi, 2010) e
Scuote l’anima mia Eros (Einaudi, 2011).
Libri con i quali si inoltra, con piglio gagliardo e passo sicuro a
dispetto dell’età, nei più vari campi del sapere: filosofia, letteratura,
storia, psicologia, arte, scienza. Tutto, insomma, fuorché politica,
economia e finanza, su cui – per nostra fortuna – continua a intrattenerci
ogni domenica sul giornale da lui fondato.
Non più, dunque, solo il giornalista costretto ad occuparsi di
questioni che, seppur importanti, sono comunque di ordine “prati-
co”, come le qualificherebbe il suo filosofo di riferimento, Benedetto
Croce, ma l’intellettuale “puro” che, crocianamente appunto,
frequenta lo Spirito nella sua forma teoretica e guarda pertanto
le umane vicende non più nella loro volgare quotidianità, ma sub
specie aeternitatis.
Questo, sì, è davvero un bel modo per concludere una lunga vita
già piena di soddisfazioni e di successi e, soprattutto, per passare
alla storia (della cultura e non solo del giornalismo), finalmente a
fianco dell’amico Italo Calvino.
Ma c’è un però.
Purtroppo per ES e per le sue ambizioni, e purtroppo per i malcapitati
lettori, i suoi libri, se risultano qua e là di un qualche interesse
sul piano autobiografico, sono privi di qualsiasi valore sotto il profilo
propriamente culturale. E questo per il semplice motivo che sono
opere di un dilettante. ES scrive infatti i suoi libri da giornalista, qual
è e quale rimane. E il dilettantismo, lo sostiene ES, è caratteristica
tipica di tale professione.
Avendo praticato quella professione e conoscendola dal di dentro,
credo che il modo giusto di definirla sia la parola “dilettante”. Il
giornalista deve tradurre i linguaggi specialistici dell’uomo politico,
dell’economista, del burocrate, del tecnico, dello scienziato […] in
una lingua comprensibile a tutti, chiara dove il suo interlocutore
è stato oscuro, decifrandone i tecnicismi e il gergo specialistico. È
naturale che il giornalista non possieda conoscenze approfondite.
Sarebbe un Pico della Mirandola e non un impiegato addetto alle
notizie. La sua è dunque una cultura dilettantesca, un’infarinatura
approssimativa […] E tuttavia è, a suo modo, un grande specialista:
specialista di dilettantismo. (L’uomo che non credeva in Dio, p. 95).
La stessa tesi l’aveva già espressa, in maniera più sintetica, in
un articolo (la Repubblica, 21 maggio 2004).
[…] la funzione di giornalista è quella di essere un dilettante di
professione. Importa poco che tu possa conoscere il regolamento
della Camera o il clima delle piante dell’Africa centrale e via dicendo:
non è pensabile che tu sappia ogni cosa, ti si chiede invece
una forte infarinatura di cultura generale […]
Se sostenuta da un maestro del giornalismo, la tesi sarà senz’altro
giusta. Ma in un’intervista (L’Espresso, 13 maggio 2010) ES
giunge a sostenere che anche l’intellettuale debba rifuggire dagli
specialismi.
Chiede l’intervistatore, con riferimento a Per l’alto mare aperto:
Lei parla tra le altre cose del ruolo degli intellettuali e spiega
come questa figura sia legata all’idea di modernità. Con il passaggio
d’epoca avremo ancora degli intellettuali o solo degli specialisti
in determinate materie?
Risponde ES:
Il rischio che sia la tecnologia a guidare l’uomo e non l’uomo la
tecnologia, esiste. E lo specialismo aumenterà, ma a questa tendenza
gli ultimissimi moderni hanno reagito. Basti pensare a figure come
Paul Valéry, Eugenio Montale e Italo Calvino. Sono persone che
hanno parlato di tutto, perché la modernità non è specialismo. Il
pensiero moderno comporta l’universalità.
Ecco subito un bell’esempio di teoria e pratica di dilettantismo
intellettuale. In poche righe ben due errori: uno di tipo “linguisticoconcettuale”
e uno di tipo “culturale”. Il tutto, ancora, all’insegna
di un crocianesimo di risulta: se i tecnici sono condannati allo specialismo,
gli intellettuali devono adempiere alla loro missione “universale”
occupandosi e parlando di tutto.
Peccato che il contrario di “specialismo” sia “generalismo” e
non “universalità” (e che i contrari di “universalità”, a seconda
dell’accezione in cui il termine viene usato, siano “particolarità”
o “parzialità”). Si tratta, infatti, di parole che esprimono concetti
non opposti ma eterogenei: “specialismo” indica il possesso di
competenze circoscritte, ma approfondite; “universalità” indica o
l’appartenenza all’intera umanità di un “qualcosa” (valori, diritti,
ecc.), o un insieme di “cose” considerate nella loro totalità. L’epoca
moderna, inoltre, per l’enorme sviluppo e diversificazione delle
conoscenze, non può che essere un’epoca di specialismi in tutti i
campi, a differenza del periodo rinascimentale, che ha annoverato
tra i suoi massimi intellettuali proprio quel Pico della Mirandola
citato da ES. E quindi l’intellettuale moderno non può essere un
Pico, ma per il motivo opposto a quello per cui non può e non deve
esserlo un giornalista: perché è tenuto a padroneggiare quella, e solo
quella, porzione dello scibile di cui professionalmente si occupa.
E proprio per ciò non può “parlare di tutto”, se non allo stesso
titolo di un giornalista “generalista” ed allo stesso modo di questi:
dilettantisticamente, appunto. Come quando, ad esempio, Antonino
Zichichi parla di teologia e Gianni Vattimo di scienza.
Si potrà obiettare: ma si trattava solo di un’intervista!
D’accordo. Il guaio è, però, che di errori marchiani, di spropositi
e di veri e propri sproloqui abbondano anche i libri di ES, nonché
gli articoli nei quali egli, atteggiandosi a “intellettuale universale”,
si avventura in terreni che non gli sono congeniali.
Talvolta le scempiaggini sono tali e tante che finiscono con l’inficiare
la sensatezza degli scritti nel loro insieme. Come nei casi
di Per l’alto mare aperto e di Alla ricerca della morale perduta,
all’esame dei quali sono dedicati, rispettivamente, il primo ed il
secondo capitolo di questo libro: essendo, a differenza degli altri,
libri monotematici (la modernità è il tema dell’uno, l’etica quello
dell’altro) hanno richiesto infatti un trattamento unitario. Il terzo
capitolo offre invece una panoramica delle performances più curiose,
e spesso divertenti, in cui si è esibito il nostro nell’ambito delle
principali altre tematiche qua e là toccate nei suoi scritti: filosofia
teoretica, letteratura, scienza, psicologia.
I libri di ES sopra elencati non sono inquadrabili, in realtà, in
un genere letterario ben definito: non sono certamente romanzi, ma
non sono neppure propriamente dei saggi, come sopra li ho definiti.
Essi appaiono piuttosto come il frutto della contaminazione fra due
“generi letterari” minori, con prevalenza ora dell’uno, ora dell’altro:
il “diario spirituale” adolescenziale, con cui spesso i giovani
dialogano con loro stessi ponendosi le eterne domande prive di
risposta, e la “tesina” scolastica. Del primo hanno tutta l’ingenuità,
del secondo tutta la superficialità e l’approssimazione (e i non infrequenti
fraintendimenti). È da questo mix che scaturiscono banalità,
insensatezze e spropositi. Di cui offrirò in questa Introduzione una
breve anticipazione.
Ma prima vorrei mostrare come il giudizio espresso sull’ES
“intellettuale universale” – che, me ne rendo conto, può sembrare
eccessivamente severo – sia già stato sostanzialmente formulato da
un grande critico letterario. Riporto pertanto alcuni stralci di una
lunga recensione di Cesare Garboli a Incontro con Io (la Repubblica,
22 aprile 1994):
Che libro è mai questo? Un’antropologia dell’Io? Una ricerca
condotta sopra l’immagine di sé trattata come una cavia, analizzata
e radiografata per fornire dei materiali di studio agli psicologi futuri?
Un trattato dei vizi e delle virtù? Una lunga, indiretta confessione
che ha per oggetto il lento e tiepido sanguinare di una vecchia ferita
sotto le bende, la solitudine inguaribile di un bambino, la sindrome
del figlio unico? O uno zibaldone di pensieri? O un dizionario di
autori insostituibili, Spinoza, Kant, La Rochefoucauld?
Garboli trova che il libro sia:
[…] fatto di pensieri […] arruffati, disordinati, ancora umidi
di emozione, venuti su dai fondi dimenticati e lontani degli anni di
liceo, dall’odore delle sale di biliardo, dai lazzi e dagli schiamazzi
della gioventù, quando le idee si svegliano trascinate dai sensi e si
presentano alla mente facendo ressa, sgomitando, pigiandosi tutte
insieme prima che la scelta di una professione, le necessità della
vita, la cosiddetta maturità se le porti via.
Il critico sente sprigionarsi dal libro “un vecchio, inconfondibile
odore di scuola”.
E ora gli esempi, con l’avvertenza che, trattandosi appunto di
esempi puntuali, appaiono tutto sommato dei “peccati veniali” rispetto
ai “crimini” contro la cultura (e lo stesso buonsenso) complessivamente
perpetrati dall’ES “intellettuale universale”, di cui
questo libro intende essere un documentato atto d’accusa. Ai lettori
la sentenza finale.
Ecco le sue idee in campo epistemologico.
Al di là dell’apprendimento logico per concetti e di quello intuitivo
per immagini, non esistono altre forme di conoscenza. (Alla
ricerca della morale perduta, p. 34).
Ma se è così, che ne è della scienza, tanto per dire? No, certo, si
corregge ES, non è esattamente così: anche l’ideologia è un’essen
ziale forma di conoscenza, anzi è la forma tipica della conoscenza
scientifica, che – come tutti sanno – è riservata alle masse:
[…] concordo con questa rivalutazione dell’ideologia come inevitabile
strumento conoscitivo. Aggiungo che essa si estende alla
ricerca scientifica […] le ideologie sono schemi semplificatori di
una realtà complessa che deve essere pensata dalle masse. (Per
l’alto mare aperto, p. 211).
L’epistemologia scalfariana è efficacemente compendiata nel
seguente brano (L’Espresso, 28 agosto 2008):
[…] la ricerca sperimentale […] esalta il ruolo dello sperimentatore
e per conseguenza la soggettività (e la precarietà) dei risultati
di volta in volta raggiunti […] Di qui il bisogno epistemologico di
analizzare con cura crescente il ruolo dell’osservatore, cioè del
soggetto, dei suoi punti di vista preliminari e dell’influenza che essi
possono esercitare sui risultati della ricerca.
Sfugge evidentemente a ES che i “risultati della ricerca” sono
soggetti a verifiche sperimentali e sottoposti al vaglio della comunità
scientifica internazionale.
Si inizia a percepire così una certa impreparazione di ES in
campo scientifico, che emerge con maggior evidenza allorché egli
dall’epistemologia si sposta nel campo di specifiche scienze, come
quelle biologiche e fisiche.
Quali tempeste neuroniche, quali esplosioni corticali, axonali,
biochimiche si possono essere prodotte nel cervello di Galileo mentre
scopriva che è la terra a girare intorno al sole, o in quella di
Newton quando formulava la legge di gravità dei corpi ? (Incontro
con Io, p. 56).
Immaginate i tremendi mal di testa dei due sventurati.
Il cervello è in realtà, spiega ES, come una lampadina: come
questa emette luce, così il cervello emette pensiero; e l’intensità di
entrambi dipende dal voltaggio. Il cervello è infatti:
[…] un organo composto di cellule, sangue, circuiti biologici,
cariche elettriche […] il pensiero promana dall’attività delle cel
lule cerebrali e dalla loro maggiore o minore energia trae la sua
maggiore o minore profondità e limpidezza. (ibidem).
Anche la “grazia” ha qualcosa a che fare, secondo ES, con l’elettromagnetismo:
Il mondo dei sentimenti sarebbe però incompleto se non ci fosse la
grazia ad arricchirlo. In realtà non è esatto definire la grazia come
un sentimento: è un dono, deriva da una sconosciuta combinazione
di geni, ormoni, ereditarietà, centri energetici e campi magnetici.
Insomma, elementi indefinibili, che la scienza non ha identificato e
neppure scritto nell’agenda delle sue ricerche. E tuttavia la grazia è
percepibile e percepita; il sentimento della grazia è nell’osservatore
che ne avverte la presenza e non in chi la possiede e ne indossa le
caratteristiche. I greci erano talmente ricchi di quel sentimento che
le Grazie entrarono fin dai tempi più remoti a far parte della loro
mitologia. (Scuote l’anima mia Eros, p. 24).
Ma insomma, sbotterebbe a questo punto l’insegnante, deciditi
Eugenio: la grazia è un sentimento o una reazione endocrino-genetico-
elettromagnetica?
È però in geometria che ES mostra le sue lacune più gravi:
La definizione recita che l’angolo è l’incontro di due semipiani.
C’è, ci deve essere una straordinaria esperienza di vita e una
stupefacente capacità di astrazione perché il pronipote dell’homo
erectus sia arrivato a formulare una definizione così asciutta e
rigorosa. (Incontro con Io, pp. 55-56).
Peccato che la definizione sia palesemente erronea: sono due
semirette, e non due semipiani, a delimitare un angolo (piano). Ma
forse ES pensava al diedro (“diedro”, Eugenio, non “dietro”!).
Purtroppo angoli e triangoli non sono il forte di ES:
Il triangolo amoroso è stato una figura sociale molto diffusa in
tutte le epoche e in tutti i luoghi […] si tratta di un triangolo isoscele,
nel senso che pende più da una parte che dall’altra (Scuote
l’anima mia Eros, p. 103).
Se il metaforico triangolo amoroso può pendere, e talvolta pende,
il triangolo geometrico non pende mai. Neppure lo scaleno, che si
limita ad avere tutti gli angoli diversi tra loro, figuriamoci l’isoscele
che ha due angoli uguali e sta ben saldo sulla base.
ES giunge perfino a dubitare dei “postulati dell’eguaglianza dei
triangoli”:
Ora mi chiedo: è veramente perfetta quella definizione che fissa
i postulati dell’eguaglianza dei triangoli tra loro? Poniamo che vi
siano due triangoli perfettamente eguali, posto che eguali sono i
loro tre angoli. È indifferente il modo con cui i due triangoli sono
collocati su un piano che sta alla loro base? (Incontro con Io, p. 58).
Non dico alle elementari, ma almeno alle medie qualsiasi studente
sa che c’è un numero infinito di triangoli diversi tra loro pur
avendo gli angoli uguali: perché due triangoli siano uguali è infatti
necessario che siano uguali anche i lati. E poi: quando mai si è visto
un triangolo la cui base poggi su un piano (se si eccettua il triangolo
rosso posto sull’asfalto dietro un’automobile in panne)?
L’idiosincrasia di ES per la geometria è tale da non consentirgli
di distinguerla dall’astronomia. Finisce così col confondere Euclide
con Tolomeo. In un articolo su la Repubblica del 6 luglio 1999,
in cui discetta dottamente di meccanica quantistica, a proposito di
Werner Heisenberg, di Niels Bohr e colleghi, afferma:
[…] tutto quel gruppo di scienziati […] mise in discussione la
fisica di Newton così come Newton aveva rivoluzionato i princìpi
di Euclide […]
Nonostante le lacune e nonostante generalmente si ritenga che
l’idoneità mentale alla ricerca e alla scoperta si attenui con l’età,
recentemente ES ha avuto un colpo di genio da premio Nobel: la
grande unificazione delle teorie fondamentali della fisica, che gli
scienziati cercano invano da quasi un secolo, in realtà è già stata
trovata da Isaac Newton con la scoperta della natura ondulatoria
della forza di gravità. Sull’Espresso del 20 ottobre 2011, a proposito
di un libro del fisico Martin Bojowald ES scrive:
L’autore è uno dei maggiori fisici della nuova generazione ed
esplora la forza dominante del nostro universo, la gravitazione, le
sue onde che congiungono tra loro la teoria della relatività generale
di Einstein e la meccanica quantistica sulle particelle elementari.
ES spiega subito dopo, con comprensibile orgoglio, perché è
riuscito là dove aveva fallito perfino Albert Einstein:
A me la fisica teorica piace molto e l’ho studiata fin dagli anni
giovanili.
Figuriamoci se non l’avesse studiata! Meglio passare alle materie
umanistiche:
Gli Essais sono stati questo, l’icona del pensiero moderno, il
suo inizio e il suo culmine. Tutti gli autori che hanno rappresentato
altrettante vette di quel pensiero sono stati debitori di Montaigne,
così Descartes, così Spinoza, Hume, e Diderot e Voltaire; Rousseau,
Kant, Goethe, Verri, Beccaria, due secoli interi gli sono debitori;
anche se non tutti l’hanno letto […] (Per l’alto mare aperto, p. 61)
Non sarà un po’ sovrastimato l’apporto di Michel Eyquem de
Montaigne alla cultura europea del XVII e XVIII secolo se non
proprio tutti l’hanno letto? E poi: chi lo ha letto e chi no? E chi non
lo ha letto come può aver contratto un debito con lui? E chi lo ha
letto che tipo di debito ha contratto? E perché? E ancora: di quale
Verri parla ES? Di Alessandro o di Pietro? Invano cerchereste nel
libro delle risposte. Argomentare è certo più difficile che semplicemente
asserire. Meglio sentenziare con disinvolta sicumera: il
prestigio acquisito in oltre mezzo secolo di gloriosa attività giornalistica
impedirà a chiunque di sospettare che ES non abbia passato
anni ed anni della sua vita a schiena curva sui testi degli autori
che cita a man bassa. L’assertività (che connota la maggior parte
delle dissertazioni “culturali” del nostro) produce così una sorta di
inversione dell’onere delle prova: non è ES a dover motivare ciò
che sentenzia, ma è chi legge – se lo vuole – a dover verificare se le
sentenze non siano per caso delle corbellerie belle e buone. Come
ad esempio la seguente:
Platone pensava che le Idee, questi Enti incorrotti che toccano
il cielo e abitano dall’inizio dei tempi nella pianura della Verità,
abbiano lasciato memoria di sé nella mente degli uomini ed essi
utilizzino questo innato ricordo come metro per misurare la vita.
Per venticinque secoli l’uomo occidentale ha pensato più o meno
allo stesso modo di Platone. (Incontro con Io, p. 33).
La filosofia (antica, moderna e contemporanea) sarebbe dunque
tutta, indistintamente, platonica. E lo sarebbe anche l’uomo della
strada (purché, ovviamente, occidentale). Ma non fu già Aristotele
a confutare la teoria platonica delle Idee? Non ricorda l’ES “intellettuale
universale” l’affresco di Raffaello La scuola di Atene, che
rappresenta Platone con l’indice volto verso l’alto, a indicare il
regno delle Idee, e Aristotele con il palmo della mano volto verso il
basso, a indicare il più prosaico mondo degli enti? E furono platonici
David Hume, ad esempio, o Immanuel Kant, o Friedrich Nietzsche,
o Arthur Schopenhauer? Eugenio, Eugenio: zoppichiamo anche in
filosofia e in storia dell’arte!
Sempre a proposito delle Idee platoniche, ecco come prova a
immaginarsele ES:
In realtà […] quelle maestose presenze altro non sono che gli
specchi costruiti da Io affinché riflettano le rifrazioni prismatiche
che la mente distintamente è in grado di filtrare. (ivi, pp. 33-34).
Qui dall’elettromagnetismo siamo passati all’ottica, ma il risultato,
come si vede, non cambia. In questo caso, però, dobbiamo
essere indulgenti: neppure il buon Platone, come dimostra l’irrisolta
aporeticità dei suoi dialoghi, sembra aver avuto ben chiaro cosa
fossero quelle benedette Idee che hanno fatto impazzire generazioni
di studenti. Il povero Eugenio questa volta è giustificato.
E si riscatta completamente operando, in due sole righe, una
geniale sintesi tra filosofia, fisica, logica e biologia:
La volontà di potenza mette in discussione due grandi leggi di
natura: quella della gravitazione universale e quella di non contraddizione.
Nietzsche contesta che questi princìpi che regolano
la natura siano applicabili alla specie umana. (Per l’alto mare
aperto, p. 258).
Questa è la prova degli esiti inauditi ai quali possono pervenire
le elaborazioni teoriche di un intellettuale davvero “universale”: gli
scettici sono serviti.
Ecco ora (senza commenti) alcune profonde riflessioni filosofiche
sulla vita e sulla morte.
Tutto ciò che nel mondo è vivente, un giorno dovrà morire. Tra
vita e morte il nesso è strettissimo. (Per l’alto mare aperto, p. 47).
L’uomo pensa; la sua mente, cioè la facoltà di pensare, gli consente
di riflettere su se stesso e quindi di avere coscienza di sé,
della propria nascita e della propria condizione di morituro […]
L’uomo è consapevole dell’inevitabilità della morte. (Il Venerdì,
supplemento settimanale de la Repubblica, 3 gennaio 2006).
Il mio fegato, il mio cuore, il mio senso della vista, quello
dell’udito con tutti i loro sofisticati apparati non sanno di dover
morire […] Il problema della morte riguarda dunque soltanto la
mente. (Incontro con Io, pp. 145-147).
Ad un tale “intellettuale universale” Mondadori ha recentemente
dedicato un Meridiano, collocandolo così tra i più grandi scrittori
di tutte le epoche, assieme a Johann Wolfgang Goethe, Honoré de
Balzac, Lev Tolstoj, Marcel Proust e Franz Kafka, per citarne alcuni.
E, naturalmente, all’amico Italo Calvino. L’agognata immortalità
è stata dunque raggiunta. Nonostante le riserve e le perplessità di
quei pochi sprovveduti che hanno trovato sconcertante la decisione
della casa editrice milanese.
Intervistato dal Fatto Quotidiano (15 luglio 2011) sul Meridiano
in questione, allora in cantiere, Giulio Ferroni si è ad esempio
espresso in questi termini:
(Quanto ai Meridiani dedicati ai giornalisti) […] si tratta di un
appiattimento sul presente. Scalfari è un grande giornalista, ma
quale Scalfari verrà meridianizzato? Gli articoli o le opere di memorialistica
possono andare, ma il resto… Non mi faccia dire cose
crudeli.
E prudentemente, appunto, si astiene dal dirle.
Le dice, invece, il libro che vi state accingendo a leggere.


Pane e politica
Condivido le critiche a Scalfari, non condivido la definizione “dilettante”. Il fatto è che Scalfari ha dimostrato in filosofia di essere semmai un ignorante, non un dilettante. La scienza è piena di contributi di grandi pensatori che erano “dilettanti” in alcuni campi, perchè se ne occupavano nel tempo libro, vedi ad esempio Fermat, la cui professione era quella di magistrato, ma che si dimostrò anche grande matematico. Oppure vedi Leibniz, che di professione era anche lui magistrato, diplomatico, ecc., ma che seppe addirittura rivoluzionare il pensiero matematico, scoprendo insieme a Newton il calcolo differenziale ed integrale. Ci sono centinaia di esempi simili. Ma Scalfari non è stato nulla di ciò, lui non ha fornito alcun valido contributo nell’evoluzione del pensiero perché ha studiato male tante cose, e ha capito poco di ciò che ha studiato. Scalfari non sapeva nemmeno che un triangolo isoscele non può “pendere di più da una parte”, perchè un triangolo isoscele ha sempre 2 lati congruenti, cioè della stessa misura. Ignorante, non dilettante.
Quel che meraviglia è che Francesco Bucci abbia perso tempo su un filosofo ” de noartri ” come Scalfari. Ma chi l’ha mai preso in considerazione?