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Esuli in memoria: orgoglio e pregiudizi

Dalla congerie di opere che in questi mesi si sono affollate sulla sua figura e da quelle che seguiranno nel corso dell’anno (inclusi convegni e studi per campeggiarla nello scenario di lungo periodo: dal Risorgimento alla crollo dell’URSS) Craxi verrà infine riscattato dall’oblio e dalle deformazioni interpretative? Occorrono pazienza e longevità. Il tempo è galantuomo.

di Aldo A. Mola | 20 Gennaio 2020

La “Grande Riforma” di Craxi: al di là del Ventennale

Bettino Craxi. Uno statista italiano morto all’estero vent’anni orsono. Guida del PSI al culmine delle fortune, primo ministro, apprezzato all’estero per le sue intuizioni ideali e culturali. Ora ne irrompono rievocazioni, un mezzo scaffale di libri. Un film pienamente decifrabile da chi già sapeva. Documentari. Molto, forse troppo, perché tutto si affastella nell’era dei troppi “anniversari” usa e getta e dell’alluvione di eventi che bussano procellosi alla porta di casa.

Bettino Craxi, dunque. Morto in esilio volontario o coatto? Per adesso, malgrado tutto e l’impegno generoso di sua figlia Stefania, è ancora esule dalla Storia, dalla percezione che la generalità degli italiani ha del proprio passato prossimo. Le chiacchiere su seconda, terza, quarta Repubblica sommergono la memoria dell’unica vera realtà dell’ormai lungo trentennio dalla deflagrazione dell’Unione sovietica: la sequenza vorticosa di movimenti, cartelli e loghi evanescenti allestiti alla meglio per sostituire, senza fortuna, i partiti (ri)-sorti nel 1942-1945 dalle rovine del regime di partito unico.

Si è perso nel tempo il mònito di Giuseppe Garibaldi, caro appunto a Craxi, che esortava la sinistra democratica post-unitaria a tirar su e a consolidare i muri della Nuova Italia. Poi sarebbe venuta l’ora di discuterne la “tinta”. Bisognava partire anzitutto dal “tetto”. Craxi bene sapeva che quello rabberciato dopo la Cortina di Ferro era datato. Occorreva “la grande riforma”. Tra i suoi fautori vi fu Lelio Lagorio, tra i migliori Ministri delle Forze Armate dell’Italia unita, un avvocato che aveva appreso il culto della Patria dal padre, ufficiale dei carabinieri. Il leader socialista sapeva, insegnava e mostrava nei fatti che l’idea d’Italia si concreta con il progresso delle “classi numerose”, con l’emancipazione dei diseredati, con la promozione dei diritti civili e con l’Europa, che fu suo orizzonte. Dalla congerie di opere che in questi mesi si sono affollate sulla sua figura e da quelle che seguiranno nel corso dell’anno (inclusi convegni e studi per campeggiarla nello scenario di lungo periodo: dal Risorgimento alla crollo dell’URSS) Craxi verrà infine riscattato dall’oblio e dalle deformazioni interpretative? Occorrono pazienza e longevità. Il tempo è galantuomo.

 

Attilio Prodam: l’esilio come destino storico

Altri italiani faticano invece a uscire dal cono d’ombra. Vanno ricordati in vista del Giorno della Memoria. Ne citiamo due: Antonio Vio, massone del Grande Oriente d’Italia, e Attilio Prodam, della Gran Loggia. Il secondo è stato rievocato nell’“Incontro” su “La Massoneria: un Universo” coordinato da Marzia Taruffi nell’ambito dei Martedì Letterari del Casinò di San Remo con la partecipazione di Luciano Romoli, sovrano e gran maestro della Gran Loggia d’Italia (Palazzo Vitelleschi). Tra i suoi predecessori nel 1950-1953 vi fu appunto Prodam (Fiume, 27 aprile 1877 – Roma, 5 maggio 1957). Correvano anni difficili. Tra i prezzi più alti pagati dagli italiani per la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti vi fu il silenzio sulla sorte delle centinaia di migliaia di italiani forzati a fuggire da Dalmazia, Fiume e Istria e sulle vittime della feroce repressione sistematica degli italofoni nelle terre occupate da Tito. In cambio della sua presa di distanza dall’URSS di Stalin  l’“Occidente” stornò l’occhio dai crimini che la Jugoslavia perpetrava ai danni degli italiani al di là del confine imposto col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e voltò le spalle agli esuli, messi nel passivo generale della “guerra”, che tutto dimentica e persino “giustifica”.

Anche in opere importanti come la autorevole “Storia di Fiume” di Giovanni Stelli (ed. Biblioteca dell’Immagine) e in “Disobbedisco” di Giordano Bruno Guerri (Mondadori), che ha riproposto l’epopea dannunziana nel suo centenario, Prodam è citato fuggevolmente. In “Fiume, città di passione” di Raoul Pupo (ed. Laterza) è del tutto ignorato.

Eppure, come Antonio Vio, Antonio Grossich e Riccardo Gigante, anche Prodam fu protagonista della storia ufficiale della “questione fiumana” e soprattutto di quella “segreta”, fatta di relazioni fitte ma spesso necessariamente “coperte” tra la Zara dei Luxardo, Fiume, Trieste e l’Italia intera. L’importanza del suo ruolo per l’italianità della città quarnerina e per l’annessione di Fiume all’Italia è documentata dall’imponente opera curata da Danilo L. Massagrande, “I Verbali del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume e del Comitato Direttivo, 1918-1929” pubblicato nel 2014 dalla benemerita Società di Studi Fiumani con il contributo del Governo italiano e ampiamente illustrato con documenti conservati nel Museo storico di Fiume (Roma, via Cippico 12).

Il 24 gennaio 1919 il Consiglio Nazionale propose la nomina di Prodam nel Comitato Direttivo e in tale veste dal 31 luglio egli prese parte assiduamente alle sedute del Consiglio Nazionale. In quale scenario e per quali meriti? In vista del centenario della Marcia di Ronchi (12 settembre 1919) e dell’ottimo convegno di studi organizzato a Villalta (Udine) dalla Gran Loggia d’Italia con interventi di Valerio Perna, Ljubinka Toseva Karpowicz e del sovrano-gran maestro Antonio Binni è stata messa in luce la figura del massone torinese Giacomo Treves, fondatore a Trieste della loggia “Guglielmo Oberdan” curiosamente inaugurata il 18 dicembre 1918 dal massonofago Benito Mussolini (grande era la confusione sotto il cielo del confine orientale tra guerra e dopoguerra). Oltre alle due logge di Trieste (la “Oberdan”, appunto, e la antichissima e forzatamente segreta “Alpi Giulie”), a Fiume da un ventennio operava la “Sirius”, nata e vissuta all’obbedienza della Gran Loggia Simbolica d’Ungheria, che affiliava anche polacchi, boemi e austriaci dell’Impero asburgico. Tra i molti il padre di Carlo Schanzer, futuro ministro degli Esteri apprezzato da Giolitti e cognato di Tancredi Galimberti che nel 1939 finì in camicia nera la lunga carriera politica di antico liberale: deputato, ministro, senatore del Regno. Vienna vietava le logge in Austria e nei suoi domini, inclusi il Trentino e la Venezia Giulia, tranne che in Ungheria, ove la massoneria era tutt’uno con la tradizione nazionale e con l’avvento della corona di Santo Stefano, separata da quella dell’imperatore imperatore d’Austria ma calcata da Francesco Giuseppe sulla base del “compromesso” del 1867, seguito alla pesante sconfitta subita nella guerra contro la Prussia e l’Italia, cui Vienna dovette cedere Venezia (tramite Napoleone III). In Ungheria la massoneria evocava i nomi di Lajos Kossut e di Stefano Turr…

Alla vigilia del crollo dell’impero asburgico, gli ungheresi abbandonarono Fiume. Su iniziativa del suo maestro venerabile, Antonio Vio, e dei suoi principali collaboratori, la “Sirius” riorganizzò la loggia in vista del vero obiettivo suo e del Consiglio comunale, che il 30 ottobre 1918 si autoproclamò Consiglio Nazionale, ottenne il consenso plebiscitario della popolazione e, in nome della autodecisione dei popoli (enunciata dai 14 punti del presidente degli USA, Wilson), dichiarò Fiume “unita alla sua madrepatria, l’Italia”. Fu un corsa contro il tempo nel timore dell’avanzata di croati, rompighiaccio (e non solo) del nascente stato “serbo-croato-sloveno” insufflato da Parigi, che (anche tramite il Grande Oriente e la Gran Loggia di Francia) mirava al controllo diretto e indiretto di molte aree dell’impero asburgico in piena deflagrazione. Bisognava fermare sul nascere il progetto di costituire Fiume in “stato libero”, vagheggiato da Riccardo Zanella (su quale Giovanni Stelli ha scritto pagine equilibrate), destinato a “internazionalizzare” la questione di Fiume e a impedirne l’incorporazione nel regno d’Italia.

 

“Fare” e “fare in fretta”

Fu in quel momento che Prodam assunse l’iniziativa destinata a mutare il corso della storia. Con altri quattro compagni (Giovanni Matcovich, Giuseppe de Meischsner, l’avv. John Stiglich e il rag. Mario Petris) il 29 ottobre intraprese un viaggio rischiosissimo da Fiume a Trieste. Dalla città tergestina raggiunsero Venezia sul piroscafo “Istria” mentre infuriavano aspri combattimenti. Prodam si fece ricevere dal Grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Marina, componente del Supremo Consiglio di rito scozzese antico e accettato della Serenissima Gran loggia d’Italia e molto apprezzato da Vittorio Emanuele III, e gli presentò il voto di Fiume: tutelare la città in vista dell’annessione. L’ammiraglio aderì alla richiesta e il 3 seguente inviò una piccola squadra. Formata dalla “Emanuele Filiberto”, scortata da quattro cacciatorpedinieri, questa giunse a Fiume alle 9 mattutine del 4, giorno dal quale entrò in vigore l’armistizio italo-asburgico. Fu accolta da una folla tripudiante. Prodam narrò l’“avventura” nel sontuoso e da tempo rarissimo libro “Gli Argonauti del Carnaro” pubblicato il 25 novembre 1938, ventennale dell’impresa e omaggio a d’Annunzio, volato “altrove” pochi mesi prima con tutti i suoi ricordi, segreti e messaggi, compreso un riferimento estemporaneo a rituali massonici che nulla avvalora (diversamente andrebbe annoverato terziario francescano, domenicano, novizio della Compagnia di Gesù, buddista e chissà cos’altro…, da lettore onnivoro qual fu).

Classe 1877, laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Mittweida (Sassonia), dal 1902 impiegato al “Silurificio Withehead” di Fiume, inventore di un tubo lanciasiluri, camminò nel solco del padre, Giovanni, chimico farmaceutico, patriota garibaldino, ferito in battaglia.

Tre altre volte ebbe ruolo di spicco. All’inizio del settembre 1919, come attestarono due ufficiali presenti al colloquio, Giovanni Host-Venturi (che poi accampò molti meriti) gli mostrò scorato il messaggio sardonico inviatogli da d’Annunzio: “Ardito, perché non ardisti’”. Mentre questi titubava, Prodam partì per Venezia con la figlia, Lisi, che, propiziata da Alvise Foscari, a Palazzo Ducale presentò ad Armando Diaz la sollecitazione a difendere l’italianità di Fiume. Il 6 si fece ricevere da d’Annunzio e gli prospettò l’“impresa”, d’intesa con ufficiali del 1° battaglione del Reggimento Granatieri di Sardegna. Nelle stesse ore Giacomo Treves faceva altrettanto. Il Vate promise a entrambi, all’insaputa l’uno dell’altro, come soleva fare nella “vita orizzontale”. E nella notte tra l’11 e il 12 settembre mantenne.

Decisiva fu poi l’opposizione di Prodam, liberale e monarchico, alla deriva della Reggenza del Carnaro verso una fantasiosa “repubblica” sotto impulso del già anarco-sindacalista Alceste De Ambris. Iniziato massone il 1° agosto 1919 nella loggia “24 maggio 1915” di Venezia, all’obbedienza della Gran Loggia, e rapidamente asceso al grado 33°, Prodam  fondò in Fiume “XXX ottobre”, in ricordo della data fatale. In “tenuta bianca” (cioè senza rituali) vi riceveva personalità per colloqui sul futuro della città quarnerina. Assediato e abbandonato da visionari di passo, il Comandante non aveva alcun progetto realistico. Mentre l’Europa, in fiamme, viveva sotto l’incubo dell’offensiva della Russia in Polonia e l’Italia era alle prese con l’occupazione delle fabbriche, Fiume si avviava al secondo inverno, ai margini della storia dopo la firma del trattato italo-jugoslavo di Rapallo. Anche d’Annunzio talvolta oltrepassò la soglia della “XXX ottobre”, senza però esservi affatto iniziato, a differenza di quanto ventilato pur in mancanza di prove. Lo fu invece suo figlio, Gabriellino, che ebbe compagno di loggia il futuro storico Nino Valeri. Ma quella è proprio “un’altra storia”.

Dopo il “Natale di sangue” (dicembre-gennaio 1920-1921) e le lunghe tergiversazioni del 1921, il 3 marzo 1922 Prodam guidò l’insurrezione armata che costrinse Riccardo Zanella a riconoscerlo presidente del Comitato difesa nazionale. Passo dopo passo quel percorso culminò con l’annessione della città all’Italia e la solenne visita di Vittorio Emanuele III il 16 marzo 1924: giorno di conciliazione nazionale. Sfilarono le organizzazioni del Partito nazionale fascista, di cui Prodam era stato promotore. Ma chi, all’epoca e negli anni seguenti, lì e in tanta parte d’Italia non fu fascista o vicino al fascismo o favorevole al nazional-fascismo visto come approdo del Risorgimento, della Grande Guerra, di un’“idea di Italia” comprensiva e aperta? Il manifesto dei festeggiamenti elencò in bell’ordine tutte le associazioni ammesse alla “sfilata”. Tra le molte decine passarono i Giovani Esploratori Nazionali, la Gioventù Cattolica Italiana, il Gruppo Orchestrale Fiumano, le Loggie (sic) Massoniche di Fiume, il Partito Nazionale Fascista, il Popolare Italiano (cattolico), il Nazionale Democratico (demolaburista), il Club Alpino Italiano, la Dante Alighieri, la Filarmonico-Drammatica e persino la Società contro l’Accattonaggio…

Quali erano le Logge di Fiume e delle terre vicine? Dal Grande Oriente dipendevano la “Italia Nuova”, sorta dalla “Sirius”, con meno affiliati ma sempre tenace. La Gran Loggia oltre alla “XXX Ottobre” contava la “12 settembre 1919”, la “IV novembre” di Pola, la “Premuda” di Zara e altre “Officine” le cui colonne erano state alzate in pochi anni in quella terra di frontiera cara ai Fratelli Ugo Foscolo, Giovanni Prati, Giosue Carducci… Le date, che sono l’“attaccapanni” dello storiografo riluttante all’affabulazione, parlano chiaro. Dal febbraio 1923, un anno prima dell’annessione, il PNF aveva dichiarato l’incompatibilità tra logge e fasci. Però a Fiume fascisti e massoni, cattolici, laburisti e liberali sfilarono insieme “avanti al Re”, senza bisogno di  alcun“duce…”.

Quel mondo rimane in attesa di studi, documenti alla mano. Nel 1925, ancor prima della legge che determinò lo scioglimento delle logge, anche i massoni fiumani divennero bersaglio di indagini e di sorveglianza da parte del governo centrale, peggio che ai tempi degli Asburgo. Negli uffici di polizia si affollarono elenchi, informative, biglietti anonimi… Il 30 dicembre l’avvocato Salvatore Bellasich pro bono pacis non esitò a indicare al prefetto Emanuele Vivorio i nomi di “fratelli” della “Italia Nuova”, tutti massoni notori: Guido Ancona, Aurelio Allazetta, l’ing. Guido Lado, Ariosto Mini (alcuni dei quali, dipendenti pubblici, risultavano prudentemente in sonno…) e sé stesso.

Venticinque anni dopo Attilio Prodam fu eletto sovrano gran commendatore della Gran Loggia d’Italia, in successione al leggendario Raoul Palermi. Lo rimase tre anni: 1950-1953. Operò come sempre per il ricongiungimento della sua città all’Italia, come fece il “fratello” Manlio Cecovini a Trieste. I corpi massonici marciavano divisi per colpire uniti…

 

Orgoglio e pregiudizio

Di quelle figure va fatta memoria mentre si parla di recupero della memoria “a parti intere” (a cominciare da quella di Craxi) e ancora imperversa la demonizzazione della massoneria. Da una parte vi è l’orgoglio di una “storia” dalla quale “trarre gli auspici”, del dovere compiuto; dall’altra il pregiudizio. Lo statuto della Lega, cioè di un “partito” che aspira a governare l’Italia da solo o con alleati talvolta trattati da vassalli, afferma che “la qualifica di socio ordinario militante è incompatibile con l’iscrizione o l’adesione a qualsiasi altro partito o movimento politico, associazione segreta, occulta o massonica…”. Su quale base storica, culturale, civile, giuridica si fonda l’ostracismo della massoneria, associazione del tutto compatibile con lo Stato? Se si trattasse solo di un circolo privato, “nulla quaestio”. Ognuno è libero di chiudersi nello steccato che preferisce e suonare la cornamusa o lo scacciapensieri a piacer suo. Ma in un Paese che è sorto e risorto da lunghe e dolenti lotte per la libertà anche grazie alle Comunità massoniche nel 150° di Porta Pia il “pregiudizio” non può andare al “potere”. Condannerebbe all’esilio in patria tanta parte dei cittadini, e non dei peggiori, come appunto Prodam e Vio, entrambi morti lontani dalla città ch avevano voluto unire all’Italia. Dimenticati? Esuli dal “ricordo” della loro Patria? Non sono i soli, si diceva all’inizio. La “memoria” non va ridotta a un giorno all’anno. Dev’essere più perenne del bronzo. Senza più pregiudizi.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, battaglia, benito mussolini, bettino craxi, centenario, comandante, consenso, craxi, dalmazia, danni, dante, dante alighieri, dichiarato, estero, europa, fascismo, figlio, forze armate, francia, futuro, garibaldi, giovani, Giuseppe Garibaldi, governo, governo italiano

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. alberto abrami

    20 Gennaio 2020 alle 11:14

    Leggendo Mola si ha sempre più l’impressione che conosca la storia del nostro risorgimento -ed oltre- come pochi..E soprattutto sia onesto nell’interpretarla
    Alberto Abrami

    Rispondi

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