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Ernesto in bicicletta – Primo episodio: Un luminoso pomeriggio.

di Enrico Martelloni | 2 Luglio 2012

In un luminoso pomeriggio d’estate, Ernesto entrò nella sala col passo incerto di chi si era appena svegliato. In mano aveva un libro di Rudolf Erich Raspe e l’altra nella tasca dei pantaloni. Aveva lo sguardo incrociato, ma limpido, di chi avrebbe potuto cogliere sparando un colpo di fucile a palla, una bottiglia ad una considerevole distanza da lui. La sala era vuota, il sospiro del vento aveva sollevato leggere le tende come ali di farfalla, mentre la luce l’aveva resa di colore ambrato. Il grammofono, posto sopra un robusto mobiletto d’abete nell’angolo destro affianco l’uscio di casa, suonava ed Ernesto riconobbe le note de la Regina della Notte. Era tutto finito: più nessuno era presente. La guerra familiare era cessata. Ernesto si sedette sul divano ad ascoltare la musica in quella sala vuota colorata dell’oro del meriggio che l’aveva invasa accolta dalla danza delle tende; poi tutto si spense e giunse il tramonto. Decise, allora, che l’indomani avrebbe serrato la casa per non farvi più ritorno. Preparò la cena: una minestra in brodo e un pezzetto di bollito con la salsa verde. Per chiudere il pasto due dita di Votka, tanto per digerire. Il fresco della sera d’estate lo invitò fuori per fare due passi, ma poi, sul terrazzo grande davanti le montagne, si accorse che la tristezza era da un po’ di tempo lì, impaziente ad aspettarlo. L’aria tiepida illuminata dalla luna, rischiarava la valle, circondata dal profumo di erba medica, dal gioco silenzioso delle lucciole che vagavano sul prato, tra i rovi di mora, poco più in là. Dove sarebbe andato la mattina? Sicuramente a lavoro. Dove avrebbe abitato? Ad Ernesto parve comodo dormirci sopra. Il giorno che seguì, egli era in piedi all’alba. Fece colazione, dopo serrò con tre mandate l’uscio di casa in modo che mai più nessuno varcasse quella porta e partì. Il motore dell’auto interruppe il silenzio del mattino fino al ponte sospeso. Ernesto accostò, scese, prese le chiavi e assieme a quelle di casa, con un lancio fantastico, le gettò lontano dove si persero nell’aria di quel primo chiarore, poi nel torrente. Alcuni giorni prima aveva trovato una bicicletta abbandonata nel mezzo del bosco. “ Ecco!” pensò, quella sarebbe stata la sua nuova casa. Sapeva che era una bici come le altre solo in apparenza. Ci salì sopra e proseguì verso il lavoro. Ernesto era un impiegato di banca della “ San prospero con i quattrini degli altri SpA”. Aveva avuto, per un certo periodo della sua carriera, una discreta reputazione tra i suoi colleghi, addirittura a livello nazionale, per aver scritto un libricino, poco più di uno opuscolo, intitolato “L’arte di fare cartella”. Il successo arrivò spinto da ben due edizioni andate completamente esaurite, quando scrisse e pubblicò una nuova versione aggiornata dell’arte di stare in ufficio, dal titolo “La suprema arte di fare cartella”; su come già alle otto e trenta si doveva cominciare a prepararsi per l’ora d’uscita, che gli estimatori riconobbero come l’opera di un grande infelice incompreso che solo i posteri avrebbero riconosciuto, nell’intero globo, come uno dei capisaldi della filosofia dell’impiegato. Ora, però che si avvicinava alla pensione, lui fortunato, aveva dimenticato l’entusiasmo giovanile di così effimera opera. Non solo il successo non lo appagava più. Non era qualcosa che lo avrebbe avvicinato all’immortalità. Per lui era nulla. L’anonimato aveva un significato molto più grande ed eterno, ora che da uomo maturo lo aveva potuto confrontare con la notorietà del successo editoriale.

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Martelloni

Fiorentino di nascita ma senese d’adozione, disegna su qualsiasi elemento gli capiti in mano, passando da una vignetta pungente ed irridente ad un ritratto del proprio interlocutore con estrema naturalezza. Nasconde una profonda sensibilità ai temi ucraini, ben raccontati su questo sito.

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