Per pensare, è necessario che la pancia sia piena. E’ tanto vero questo detto popolare che tutti i regimi totalitari, di ogni periodo storico, hanno sempre provveduto, come primo passo, ad affamare il popolo, per operare, in un secondo tempo, il ricatto più grossolano e efficace della storia: mangia solo chi serve il potere. Un servo ribelle o anche solo tiepido si persuade meglio e diventa più “organico” nel momento in cui gli si spiega che il dolore di pancia che sente può essere alleviato semplicemente con il consenso al potere. Si carica così di senso di colpa chi continua a ribellarsi gettando nell’indigenza (fame) l’intera famiglia, e di fronte ai lamenti dei figli che chiedono pane, si può rispondere, con la coscienza pulita: “Lamentatevi con vostro padre, la colpa è solo sua”.
L’esempio più lampante di questo meccanismo di dominio è la vicenda dei tre operai di Melfi.
In fin dei conti, la colpa è loro: difendevano il diritto di sciopero,vale a dire si ribellavano al potere. Ben gli sta, no?! Chi è causa del suo mal, pianga se’ stesso.
D’altro canto, per pensare, e dunque per valutare in senso critico gli ordini imposti dall’alto, è necessario che lo stomaco non protesti.
Ciò significa che bisogna obbedire, per mangiare e dunque per pensare?
Naturalmente, come dimostra la storia, le cose non stano così, anche se in questo periodo storico tutto sembra concorrere a questo risultato.
Infatti, ciò che si sottovaluta bellamente, è che l’uomo è libero, nasce libero, e nessuno può metterlo in catene se lui non lo permette.
Certo, è una questione di priorità.
Chi tiene di più alla sua vita che alla libertà, per esempio, offre un ottimo strumento di ricatto al potere, qualsiasi esso sia.
Anche chi reputa più importante la vita dei propri cari, è ricattabile, e altrettanto giustificabile.
In ogni caso, non cambia l’assioma portante: l’uomo può rinunciare alla sua libertà solo per un atto di autospoliazione.
D’altro canto, gli stessi limiti,necessari in campo economico e sociale per favorire la comunità, non possono essere altro che concessioni a delle regole (leggi) che favoriscono il bene comune.
Cos’è il bene comune?
La condotta individuale e collettiva più utile per permettere all’umanità di continuare la sua esistenza su questo pianeta. E’ la logica della sostenibilità dello sviluppo economico e sociale, dell’utilizzo delle differenze, della valorizzazione delle culture e dei pensieri.
L’unico, per quanto imperfetto, sistema politico che fa delle differenze la sua ragione d’essere è la democrazia.
Da ciò ne consegue che i governanti di un paese democratico devono essere giudicati sostanzialmente sulla base di queste poche direttive.
Mi astengo dal facile esercizio, che ognuno è in grado di fare, di confrontare questa griglia ideale con l’operato dell’attuale esecutivo. Troppo facile.
E’ molto semplice anche, per la verità, comprendere l’ostilità espressa dalla incultura governativa attuale in Italia verso l’ipotesi del Terzo Polo, storicamente perdente nel nostro Paese.
Per le ragioni enunciate sopra, chi reputa irrilevante il dato strutturale della naturale libertà dell’uomo, non potrà mai comprendere le ragioni della democrazia liberale, che si basa proprio su questa libertà innata,la valorizza con l’implementazione dell’istruzione pubblica, la fa crescere con gli aiuti alle famiglie indigenti, cerca in tutti i modi di porla alla base dell’autorità dello Stato e della dignità dell’Uomo.
Questa costruzione è quanto di più lontano possa porsi da una concezione monoteistica del potere in cui l’unico cui compete il Pensiero del Governo della Nazione (sempre meno nazione e sempre più affastellamento di false mitologie paesane) è Lui, l’Unto dalla investitura popolare, che come tale Se Ne Frega (…) e fa leggi, scusate, editti, grida, balzelli cui un parlamento reso impotente e inutile risponde con cori fiduciari di sì.
Il Terzo Polo, o meglio, il tentativo di fronteggiare il pensiero unico dilagante, è operazione pericolosa per il grande mistificatore che si basa sull’assoluta verità di cui è unico detentore.
In primo luogo, perché è appannaggio storico di quelle classi, notoriamente perdenti in un paese fideistico come il nostro, che si sono mostrate irriducibili verso l’assolutismo,vale e dire la borghesia liberale, laica, illuminista.
In secondo luogo, perché l’idea che ogni essere umano sia portatore di una naturale libertà a se’ connaturata fin dalla nascita è pericolosissima per qualsiasi dittatorello o dittatorone, rosso bianco nero che sia, che fonda il suo potere sull’assunto che il popolo gli abbia delegato una volta per tutte il potere sovrano spogliandosene.
In terzo luogo, questa bistrattata e quasi inesistente in Italia classe sociale (di solito, quellaitaliana è una borghesia che va a braccetto col potere, che ingrassa con la Chiesa, che è pronta a vendersi per un piatto di lenticchie, nemica del popolo e di tutto ciò che possa disturbarne gli affari mucillaginosi) è quella classe che produsse la più importante rivoluzione della storia, la Rivoluzione Francese, e attuò la più grande svolta della storia italiana, l’Unità del Paese, maturando la Nazione alla grande scelta repubblicana.
Tutte le dittature, i regimi, i pensieri unici, sanno che il loro nemico più sottile e insidioso, ineliminabile, è la libertà dell’individuo, che fatalmente porta alla libertà del popolo e alla solidarietà sociale, altro mostro per il regime.
Per questo, non possiamo che tornare a scegliere, nel caos in cui il nostro amato popolo sprofonda sotto i colpi delle Cricche e del Pensiero Unico, di essere liberi e repubblicani.
Stefania Valbonesi

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