Non è certo una grande scoperta: uno dei paradossi della contemporaneità è l’accrescimento delle potenzialità di accesso all’informazione, il cui contraltare è dato dalla potenza e dalla pervasività degli strumenti grazie ai quali quell’accesso si è infinitamente ampliato. Così l’informazione non produce necessariamente cultura; più facilmente, la immiserisce e la soffoca nel diluvio – spesso tutt’altro che disorganizzato e disinteressato – di immagini e di parole. Tra gli effetti collaterali di questa esplosione vi è però anche quella percezione di onnipotenza che può impadronirsi di ciascuno di noi – a causa della illimitata disponibilità di risorse informative – e che costituisce il vero pericolo; se in ogni momento possiamo rintracciare notizie, dati o resoconti su ogni e qualsiasi argomento, in modo rapido e a costi irrisori, che bisogno abbiamo dunque di leggere, di apprendere, di intepretare? Dinanzi a questa sorta di iper-inflazione, di offerta sempre disponibile di informazioni, il valore del tempo dedicato alla conoscenza può essere abbattuto, come fu per i titoli high-tech nella bolla di inizio Millennio; ed al suo posto prendere quota l’idea che la vita possa concretarsi sempre di più – ed esaurirsi – in esperienza di fatti; di fatti di acquisto e di consumo (di qualsiasi cosa o bene).
Dove sta – diciamo così – l’inghippo (meno male che esistono gli inghippi, eh!)? Mi pare di dovere rispondere così: creandosi l’illusione che l’ignoranza possa dirsi sconfitta una volta per tutte, che la guerra metaforicamente ingaggiata da Socrate oltre duemila anni fa sia fatalmente e definitivamente vinta, si dischiude dinanzi all’uomo moderno il fallimento più cocente, la miseria più penosa: la perdita di memoria storica, di metabolizzazione delle informazioni, di capacità intellettive e, in definitiva, di identità.
Grandi tradizioni filosofiche e religiose insegnano che la cultura e la sapienza non sono riposte nel possesso di una quantità di informazioni e neppure nei cosiddetti saperi – che pure implicano una qualche organizzazione delle molteplici informazioni e dunque accedono ad un livello superiore alle medesime; esse sono piuttosto nel desiderio della conoscenza, nella ricerca e nel dubbio come approccio, filosofia di vita; l’esistenza ci offre continuamente l’opportunità di un allenamento, sottraendosi al quale si è fisicamente vivi ma intellettualmente spenti, inutili, vinti.
L’equivoco dilagante nella mentalità diffusa fa perno su un criterio statico, di tipo proprietario, come tipico del rapporto che lega l’uomo alla conoscenza. Nulla di più falso: semmai si è dinanzi ad un’interazione dinamica, di carattere evolutivo, che non conosce fine. Il nostro cammino esistenziale è in realtà molto particolare e dovremmo guardarlo per come è, invece che raccontarsi favole: l’ignoranza ne costituisce al contempo il campo base e la vetta; il succo del discorso non può dunque trovarsi che in mezzo, in itinere.
Dove dunque situare il luogo del riscatto, dove è che l’uomo può aspirare ad essere pienamente se stesso, se non nella modalità del procedere, nella scelta di non accettare mai alcun compimento, alcuna soddisfazione definitiva? Così, nel non concedersi il lusso dell’illusione, nell’accettare l’ignoranza come fatto esistenziale, nell’umiltà di creatura, stanno scritte la grandezza e l’originalità della vicenda umana, la forza che può vincere su qualunque tirannia.
La tecnologia non può niente contro l’ignoranza; anzi, a ben vedere, l’ignoranza è più forte e può arrivare a nutrirsi di internet, dell’Ipad, dei telefonini e dell’ebook, della stampa e della Tv. Ma questa affermazione – mi rendo conto della sua ambivalenza – non è una iattura ma la nostra salvezza, perché ci dice che la tecnologia non può tutto, che quel contenitore di sopraffina tecnologia che è il nostro cervello ha ancora un senso e che si tratta di un patrimonio infungibile. Dunque l’uomo può essere in qualche modo signore, a condizione che si dichiari padrone di nulla, sol che dismetta la superbia e l’arroganza; tutta la differenza è riposta in questa consapevolezza. Così si riscopre il buon vecchio “so di non sapere”, che non può essere – come spesso accade – l’omaggio che la presunzione rivolge ipocritamente a se stessa, ma soltanto un programma di vita: di una vita persino ribelle e insofferente, ma autentica. Se non accetta l’ignoranza, se non lavora ogni giorno sull’ignoranza, a cosa si riduce la nostra avventura sulla terra?
Paolo Marini

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