Le elezioni si stanno susseguendo in Europa, a volte rispettano le scadenze naturali, a volte, come nel caso dell’Inghilterra no, e il dato che sta inequivocabilmente emergendo è la tendenza a ritenere che le vie nazionali con velleità sovraniste, non essere più antidoto credibile per provare ad uscire della più lunga crisi economica e sociale che l’Europa, in tempo di pace , abbia dovuto subire.
Solo pochi mesi fa, previsioni e preoccupazioni tendevano a evidenziare che in molti Paesi europei, con la società sempre più ‘liquida’ e sempre più distante dalle ideologie novecentesca, erano ormai preda della suggestione di populismi ‘situazionisti’, attraenti per: la suggestione demagogica di posticce leadership o per le soluzioni di tipo sciovinista, declinate in ‘contenitori’ , in cui le contrapposte ideologie del 900, trovassero compatibilità nella radicalizzazione delle soluzioni.
A dare convinzione a queste previsioni, erano state le elezioni in Grecia, in Spagna e in Italia , che evidenziavano come il vento populista nelle sue varie declinazioni, più che a intercettare gli esclusi, quelli che ‘non ne avevano abbastanza’, trovavano il consenso tra coloro che ne ‘avevano abbastanza’, ovvero in quel diffuso ceto medio, preoccupato per il futuro, diffidente verso le istituzioni che si contrappone ai governanti per il non aver saputo trovare adeguati rimedi a fronteggiare le conseguenze della lunga crisi, nonché privi di una proposta credibile per il futuro.
Ma l’anno 2016 ha prodotto due eventi politicamente significativi nonché imprevedibili: la ‘Brexit’ e l’elezione di quel ‘patologico narcisista’, privo di retroterra politico, di Donald Trump alla presidenza degli Stati Unititi d’America; le cui prime mosse sono state la minaccia ai suoi più stretti alleati in nome di una visione protezionistica in contrapposizione con il tradizionale liberismo americano. La minaccia di guerre commerciali, il rinnegare il patto di reciproca difesa della Nato, il ritiro all’adesione USA agli accordi globali sul clima sottoscritti a Parigi meno di due anni fa, gli apprezzamenti per la May con implicito sostegno alla ‘ Hard Brexit’ in chiave anti EU e infine l’apprezzamento per il nazionalismo di Marine Le Pen nella corsa all’Eliseo, sono espressione di una linea politica tutt’altro che estemporanea e anti Europa.
Sono scelte politiche che non potevano non influenzare l’Europa, in modo negativo l’Inghilterra, che con avida arroganza ha anticipato il voto per il rinnovo del Parlamento, condannandosi a una instabilità di governo, destinata a riproporre elezioni da ripetere fra non molto tempo, e le risposte in chiave anti populista di Francia e delle prossime di Germania, con quel ‘destino nelle nostre mani’ pronunciato da Angela Merkel, il recente 25 maggio. Quello della Merkel è un segnale rivolto ai suoi tedeschi, all’indomani della vittoria dell’europeista Macron in Francia, per rilanciare e rafforzare il ruolo strategico dell’unità Europea, un rafforzamento che dipenderà dal coraggio con cui i singoli Paesi europei, Francia e Germania in testa, vorranno investire nella continuità del progetto europeo, nonché dal contributo coerente degli altri Paesi, in particolare di Italia e Spagna nel voler concorrere ad essere anch’essi protagonisti.
La lettura delle elezioni inglesi, non può fermarsi a retoriche interpretazioni ispirate da presunta consonanza ideologica, perché non aiuterebbe a comprenderne la specificità del contesto anglosassone. Infatti, anche se le problematiche sono analoghe, la bella sconfitta di Corbyn non sembra poter offrire ricette e soluzioni, in quanto riferite ad un disegno volutamente autarchico, che vuole essere libero da condizionamenti o vincoli da interrelazioni vincolanti di libero mercato. Il risultato elettorale inglese, non riabilita gli anti ‘Brexit’, anzi configurando, la già avviata competitività tra Labour e Tory in previsione di nuove elezioni anticipate, ne rafforza la competitività in termini di maggiore fermezza nella gestione delle trattative per la ‘Exit’ dalla UE. Tra queste vi è anche la dirimente questione della libera circolazione delle persone, punto imprescindibile per l’Unione e pare anche per gli Unionisti irlandesi, che in UK ha un notevole impatto che riguarda oltre tre milioni di lavoratori che pagano le tasse senza ottenere il diritto di rappresentanza, una dimensione culturale ed elettorale di non trascurabile impatto sulla ‘governance’. In fondo la ‘Brexit’ non è altro che la conferma di quanto ammoniva nel 1967, ‘far entrare gli inglesi nel Mercato Comune, avrebbe significato per i sei fondatori dare il proprio consenso agli artifici, ai rinvii e alle false apparenze che avrebbero dissimulato la distruzione dell’edificio europeo’, forse tardivamente si è fatta chiarezza. L’incredibile vittoria di Emmanuel Macron in Francia è da leggersi sia in chiave di orgoglio nazionale e sia in chiave di rilancio dell’Europa; partendo dal presupposto che se le divisioni e le debolezze politiche hanno finito rassegnare le volontà a farla progredire, però si è stati capaci di salvaguardare l’euro e le istituzioni. La principale causa della debolezza europea, è rappresentata dalla loro debolezza di fronte alla crisi finanziaria, che genera divisioni nell’affrontare in modo adeguato guerre e i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo, nonché la vulnerabilità alle provocazioni della Russia.
In troppi dimenticano come l’Europa dopo il 1945 sia cresciuta in termini di prosperità, sicurezza grazia ai valori fondanti del liberalismo e della social democrazia che hanno consentito l’apertura a commerci, alle idee, alle tecnologie, e diffuso e rafforzato l’uguaglianza dei diritti politici, dei servizi sociali, della cittadinanza, il ruolo delle leggi, che tutti i Paesi aderenti riconoscono. Difendere questi valori e rafforzarli sarà possibile anche in futuro se la politica saprà fare un salto di qualità individuando le priorità assolute e che ogni Paese si impegni a perseguirle. Il ‘Programme’ di Emmanuel Macron, per la Francia ben si adatta, perché evidenzia secondo criteri logici le priorità, per rimuovere le ingiustizie di partenza a protezione di ogni cittadino. I riferimenti non possono che essere che quelli: dell’educazione e della cultura, da declinare sia in termini di coesione nazionale e a maggior ragione in termini di coesione europea; della società del lavoro in termini di tutela che comunque non può funzionare se disgiunta da un estensivo piano di formazione e riconversione in grado di poter offrire la più ampia possibilità di opportunità per il lavoro che muta. La modernizzazione dell’economia e lo sviluppo di un diverso modello di crescita che si concili con la transizione ecologica indispensabile ai fini della qualità della vita per le nostre comunità, avendo il coraggio di liberarla da vincoli e bloccaggi non giustificati o giustificabili. La sicurezza che è diventata il nodo centrale per l’intera Europa, la sicurezza che sollecita a tutti la più ampia coesione e cooperazione in termini di vigilanza nonché la riorganizzazione dei servizi preposti, in una visione più coerente e meno autarchica; assicurare in modo emulativo la sicurezza, affermando l’autorità degli Stati nella sua attuazione è un passaggio obbligato soprattutto per prevenire la minaccia terrorista e la devianza dei fenomeni. La riforma della democrazia, da attuarsi soprattutto, rimuovendo i sospetti sul suo abuso ma con la necessità di una rappresentatività che non sempre si giustifica per le esigenze dei processi decisionali. Intorno a questi temi, in Francia si sta formando un capitale politico innovativo, che intende avviare e realizzare un vasto programma di rinnovamento, la cui attuazione progressiva in tempi anche rapidi possa influenzare in modo positivo sia la comunità e sia i singoli Paesi aderenti.
L’Italia ha una fondamentale esigenza di uscire dal ‘cul de sac’ delle perversioni corporative, il più grande ostacolo allo sviluppo democratico del Paese ben evidenziato nell’aneddoto con cui Piero Calamandrei , uno dei padri anche critico della Costituzione, invitava i giovani ad apprezzare il senso della responsabilità civica. L’aneddoto consiste nella storiellina dei due emigranti italiani, due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante; uno dormiva nella stiva, e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. Questo contadino impaurito domanda a un suo marinaio ‘ma siamo in pericolo ’ e la risposta fu ‘Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda’. Allora il contadino corre nella stiva a svegliare il compagno dicendogli ‘Mario se se continua così il bastimento affonda’ , Mario per nulla impressionato risponde ‘che me ne importa, non è mica mio’ . Questa è la parabola dell’indifferentismo al senso di responsabilità civica e quindi politica, purtroppo assai diffusa nel nostro Paese, e che la politica cerca di intercettare intrufolandosi nei suoi difetti, come la disputa sul sistema elettorale alla tedesca, nella sua versione da adattare al nostro Paese, ha purtroppo di recente dimostrato. Il salto di qualità dovremo attenderlo ancora a lungo? Se sarà così la nostra autorevolezza in Europa sarà dettata solo dalla rischiosità del nostro debito pubblico.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

Lascia un commento