La chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo (“San Zanipolo”) conserva la pelle di Marcantonio Bragadin, scorticato vivo il 17 agosto 1571, dopo giorni di orribili torture inflittegli per ordine di Lala Mustafà, conquistatore di Famagosta: inizio dello spietato dominio ottomano su Cipro. Dieci anni dopo la reliquia fu trafugata da Istanbul a Venezia: pegno per la riscossa cristiana, mai completata. Tuttora la parte orientale dell’isola è sotto dominio “asiatico”. La partita rimase aperta.
Centovent’ anni orsono sembrò vicina alla soluzione.
Il 15 giugno 1897 Giosue Carducci (1835-1907) scrisse La mietitura del Turco. Vi espresse la sua indignazione contro un’Europa di eunuchi che abbandonava i Greci, suoi fratelli, nelle mani degli Ottomani, che li massacravano e li riducevano schiavi, e deplorò il massacro di centomila armeni, passato sotto silenzio. “Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/a i pianti de l’Europa a imbalsamar.//Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior de l’elleniche beltà./ E i monarchi di Cristo assisteranno/ bianchi eunuchi a l’arèm del Padiscià”.
Illusa di ottenere il soccorso dell’Europa cristiana la popolazione di Creta, ortodossa, nel 1897 insorse contro il dominio turco. Lo aveva fatto altre volte: nel 1770 con il sostegno della Russia, nel 1821, nel 1852 e nel 1866. Con la guida di Ricciotti Garibaldi, massone e figlio dell’Eroe, molti volontari accorsero dall’Italia. Tra gli altri il mazziniano forlivese Antonio Fratti, che morì in combattimento a Domokos e fu evocato in un poemetto dal “fratello” Giovanni Pascoli. In aiuto dei greci si mossero garibaldini, repubblicani, idealisti…, e anche pacifisti, come Ernesto Teodoro Moneta, poi Premio Nobel per la pace, che rivendicavano i diritti dell’uomo conquistati con secoli di lotta contro oscurantismo e fondamentalismi d’ogni genere.
Gli italiani sapevano. L’“Illustrazione Italiana”, che era la “televisione” del tempo, pubblicò ampi servizi sulla macabra vicenda. Carducci sperava che l’Europa, frustata in volto dai suoi versi, si muovesse. L’impero turco-ottomano era uno scempio, ma faceva gola. Le varie “potenze” vi avevano investito, ne traevano immensi vantaggi e lo puntellavano. Alle capitali europee poco o nulla importava della sorte delle popolazioni cristiane soggette alle più umilianti vessazioni. A trarne profitto era, in primis, la Germania, futura alfiera del primato ariano. Già. Quando le “cose” si chiamavano per nome e non si aveva timore a parlare di razze, gli Armeni erano (come sono) classificati come popolo di ceppo indo-europeo. I turchi no. Sono altro.
Nel 1897 le maggiori potenze mandarono navi il cui comando fu affidato all’ammiraglio italiani Felice Napoleone Canevaro (Lima, 1838-Venezia,1926), futuro ministro degli Esteri. Sbarcarono truppe a garanzia della popolazione. Ma la diplomazia europea negò l’annessione di Creta alla Grecia. Dal 1878 Cipro era sotto controllo inglese: tanto doveva bastare. Dal canto loro i Turchi assalirono l’esercito ellenico e lo sbaragliarono in Tessaglia. Di lì una soluzione pattizia, a tutto danno della popolazione cristiana. In odio alla Russia l’Europa lasciava gli Stretti in mano alla Sublime Porta: erano le premesse per la situazione tuttora perdurante.
Carducci pose una questione di civiltà e di inconciliabilità tra religioni: una, la cristiana, fondata sulla fratellanza; l’altra, l’islamica, basata sulla eliminazione o sottomissione degli “infedeli”. Già nella Bicocca di San Giacomo (1891)egli aveva evocato l’invasione del Vecchio Piemonte da parte dei “Mori”: “urlando/ arabe torme dilagar fin dove/Genova splende.//Le donne/tendono in vano a l’are di Maria/vergin le man, pallide, discinte,/via trascinate pe’ capelli a’ molti/letti de l’Islam”. Per Carducci l’unificazione italiana aveva senso compiuto se il Regno avesse assunto un ruolo protagonistico almeno nel Mediterraneo, per l’emancipazione dal plurisecolare dominio islamico. Non era un “poeta”. Era un Politico, sulla scia di Francesco De Sanctis e di Giuseppe Garibaldi.
L’Eroe dei Due Mondi, proverbiale per la tolleranza e l’apertura a tutte le culture e civiltà, che a differenza della generalità dei “politici” italiani a lui coevi aveva conosciuto di persona in lunghi viaggi, non perse mai occasione, nelle Memorie e negli sparsi “appunti” di storia, per denunciare l’ottusità e la brutalità dei turchi. A Istanbul rischiò un linciaggio da parte di fanatici. Per lui gli imam erano come i più rozzi preti papalini. Alle spalle aveva il sacrificio di altri italiani caduti per la liberazione del Mediterraneo dal dominio islamico. Fu il caso di Santorre de’ Rossi, conte di Santa Rosa e di Pomaretto, aristocratico di piccola fortuna, sotto-prefetto in età napoleonica, liberale, associato a sette segrete, ministro della guerra nel governo provvisorio piemontese del marzo 1821, esule in Svizzera, Francia, Gran Bretagna, autore del memorabile saggio sulla Rivoluzione piemontese, impiccato in effige… Egli accorse in difesa dei Greci contro i Turchi. Morì a Sfacteria. La sua salma non venne mai rinvenuta. I Greci ne serbano memoria. In Italia lo ricordano a Savigliano, nel Cuneese, ove la sua Statua domina una piazza sulla quale (caso quasi unico) non s’affaccia alcuna chiesa. Da lì Santorre contempla la storia, come fa la statua del generale Giuseppe Arimondi, morto nella battaglia di Adua, dominante la vasta e un po’ spettrale Piazza del Popolo. Santa Rosa non aveva dubbi. La battaglia per la libertà dei Greci era tutt’uno con quella dell’Italia dal giogo della Santa Alleanza, più opportunistica che idealistica. Non ne faceva parte la Gran Bretagna, che però quanto a cinismo ha sempre battuto tutti. Glielo rinfacciò uno tra i poeti più celebri del primo Ottocento, Giovanni Berchet (1783-1851) nel poemetto I profughi di Parga. La vicenda è nota. Per calcoli politico-militari Londra non esitò a cedere ad Alì Pascia, khedivé d’Egitto, la minuscola isola di Parga, sulla costa dell’Epiro, nel Mar Jonio. Consapevoli della sorte che li attendeva (lo stupro e/o la vendita come schiave di tutte le femmine, la deportazione dei maschi giovani, lo sterminio degli altri…), gli abitanti lottarono quanto poterono e poi lasciarono la propria terra portando con sé anche le ossa dei morti, disseppelliti, affinché non venissero profanati nel saccheggio dei loro sepolcri (lo stesso trattamento recentemente riservato a cimiteri militari e civili italiani dalla Somalia alla Libia). Tradotto in prosa da Claude Fauriel e pubblicato a Parigi nel 1823 il poemetto fece da spartiacque morale: la difesa della civiltà ha la priorità sui calcoli di potenza e sui “mercati”dei popoli.
Se ne abbeverarono Silvio Pellico e, ancor più, Cesare Balbo, che propose di “inorientare l’Austria” e, sulla scia di Joseph de Maistre, cattolico e massone, propugnò l’unità dei cristiani contro l’Islam. Aveva una visione universale della “missione” alla quale era chiamata l’Europa. Se un tempo papa Giulio II aveva incitato la crociata per liberare l’Italia dai barbari, ora bisognava liberarla dai turchi. Il sogno rimase tale. Nel 1855 il governo di Torino si alleò con Londra, Parigi e la Sublime Porta contro la Russia. Quell’intervento viene celebrato come preludio all’imposizione della “questione italiana” all’opinione europea. L’Europa la conosceva benissimo, ma non voleva saperne. Non per nulla l’Austria aveva condannato a morte e incarcerati allo Spielberg patrioti come Pellico, Pietro Maroncelli, Federico Confalonieri, Giorgio Pallavicino Trivulzio… Non per nulla aveva impiccato a Mantova i mazziniani don Enrico Napoleone Tazzoli e il medico Carlo Poma. Non per nulla aveva schiacciato il moto milanese del febbraio 1853 con altre forche, a freddo. Già allora Francesco Giuseppe era l’ “imperatore degli impiccati” come poi scrisse Carducci dopo il supplizio di Guglielmo Oberdank.
La questione italiana c’era da mezzo secolo. Ed era questione del Mediterraneo. Tirò le sue fila Giovanni Giolitti nell’incontro segreto con Vittorio Emanuele III nel Castello di Racconigi a metà settembre del 1911. Lì fissarono il calendario della dichiarazione di guerra all’impero turco-ottomano e della proclamazione della sovranità italiana su Tripolitania e Cirenaica senza previo nihil obstat di Londra, Parigi, Berlino, Vienna. Fu la più alta dimostrazione di indipendenza della politica estera e militare italiana. L’anno dopo il generale Giovanni Ameglio, alto dignitario della Gran Loggia d’Italia, liberò Rodi e il Dodecanneso dal dominio ottomano. La popolazione ce ne rimane grata. Il prosaico Giolitti conosceva a memoria Dante Alighieri e propose invano al Parlamento l’erezione del monumento nazionale a Carducci appena ebbe notizia della sua morte. Non glielo elevò neppure il governo Mussolini, che provava qualche imbarazzo a celebrare l’autore dell’Inno a Satana.
Poeti, letterati, patrioti e l’insuperato Giuseppe Garibaldi hanno lasciato un’eredità da riscoprire mentre “il Turco miete” e intima che la tremenda strage degli Armeni del 1915 non venga ricordata e men che meno sia classificata come genocidio. L’Italia del 1897 e del 1911 sapeva. E fece. E oggi? Sa e tace… Offre lo ius Solis: cittadinanza a chiunque si spiaggi e si stenda sulle sue coste. Freme l’Urna di Marcantonio Bragadin. Perciò va riletta La mietitura del Turco di Giosue Carducci: per ritrovare memoria e responsabilità, quel “senso del tempo” che da 50 anni anima il Premio Acqui Storia.
Aldo A. Mola

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