
Che il Paese sia elettoralmente diviso in due è ormai un dato strutturale della politica italiana. A ricordarlo fu l’ultima sfida tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, nel 2006, quando quest’ultimo vinse per poco più di 24.000 voti su quasi 38 milioni di voti validi espressi. Per superare questo ostacolo, che alla luce dei risultati degli ultimi decenni appare quasi insormontabile, ogni maggioranza ha tentato di modificare la legge elettorale secondo la propria convenienza politica. Tuttavia, questo non sembra rappresentare pienamente la volontà degli italiani. Su cosa fare ognuno ha la propria ricetta che inevitabilmente non piace all’altro. E il compromesso, ammesso che questa volta si riesca a raggiungerlo, rischia ancora una volta di lasciare il Paese alla ricerca di una maggioranza parlamentare fondata su accordi fragili e continui compromessi. Una situazione che spesso finisce per consegnare il governo del Paese a esecutivi definiti “tecnici” o “super partes”, che tali, almeno finora, non sono mai stati percepiti da tutti come realmente neutrali. I cittadini, cioè gli elettori, si ritroveranno così ancora una volta vittime del sistema. Una cosa, però, si può e si deve fare affinché vincano anche loro: consentire a ciascuno di votare il proprio rappresentante, espressione autentica del territorio in cui vive. In questo modo, indipendentemente dalla composizione del Parlamento e dalle alleanze necessarie per formare un governo, il cittadino sarebbe rappresentato da una persona che ha scelto direttamente e che considera il proprio punto di riferimento nelle istituzioni. Attraverso quel rappresentante potrebbe far sentire la propria voce e portare all’attenzione delle istituzioni le esigenze del territorio. Il cittadino non sarà mai davvero protagonista, come la Costituzione vorrebbe, se sarà costretto a votare a Taormina un candidato scelto dai vertici di partito, conosciuto soltanto attraverso una fotografia o un talk show, magari espressione di una realtà completamente diversa da quella locale. Ecco perché credo che una possibile nuova legge elettorale debba partire proprio da qui: restituire agli elettori il diritto di scegliere il proprio candidato, una persona che vive “nella porta accanto”, che conosce il territorio, le sue necessità, le sue carenze e le sue potenzialità. Una riforma costruita su questo principio potrebbe contribuire a riportare molti cittadini alle urne. Viceversa, la classe dirigente continua a lamentare pubblicamente il crescente astensionismo ma, nelle stanze dei palazzi, qualcuno forse pensa ancora che meno elettori partecipano, più semplice sia mantenere gli equilibri esistenti.
In democrazia, infatti, la vera vittoria non dovrebbe appartenere né a chi governa né a chi si oppone, ma alla partecipazione dei cittadini. Se gli astenuti continuano ad aumentare, perde l’intero sistema. Per questo una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere di scegliere realmente i propri rappresentanti potrebbe essere il primo passo per ricostruire quel rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni che negli ultimi anni si è progressivamente indebolito.
Angelo Santoro

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