I cugini d’oltralpe hanno scompaginato lo scacchiere francese. Dopo decenni di relativa chiarezza tra le opposte formazioni politiche, a partire dalla rifondazione organizzativa del socialismo francese ad opera di Mitterand, qualcosa è profondamente cambiato. Con la sconfitta di Jospin, che nelle precedenti elezioni presidenziali non era riuscito ad arrivare al ballottaggio, si era aperto un nuovo confronto tra la destra tradizionale e conservatrice e la destra nazionalista ed estremista che si trovavano al ballottaggio. Senza remore ideologiche e con la purezza di un leader che fa gli interessi del proprio Paese (contrariamente a quanto avviene in Italia), Chirac chiese pubblicamente aiuto alla sinistra, tagliata fuori dal ballottaggio, per contrastare il pericolo Le Pin. I socialisti francesi non mancarono all’appello e si creò un’alleanza implicita tra la destra conservatrice e la sinistra progressista.
Con queste nuove elezioni presidenziali francesi i personaggi del rinnovamento sono usciti, appunto, da quest’alleanza implicita in modo apparentemente anomalo ma sostanzialmente efficace. I due candidati, entrambe votati al rinnovamento del proprio partito, hanno attaccato “da sinistra” la propria formazione politica.
Sarkozy ha cavalcato il malessere delle nuove generazioni, più francesi dei nordafricani, più nordafricane dei francesi, ed il desiderio di imporre un nuovo modello di assimilazione neogaullista in funzione neonazionalista non soltanto sul piano popolare ma, soprattutto, sul piano culturale. La strategia e la vittoria di Sarkozy devono essere lette alla luce di un profondo cambiamento in atto della cultura politica che si fa strada tra le nuove generazioni e che è trainante anche per gli antichi apparati dei Partiti tradizionali in un nuovo “élan vital”, in un nuovo slancio vitale che coinvolge personaggi e culture inaspettati fino a qualche mese fa. Così succede che una giovane donna francese di soli 41 anni, figlia di un immigrato marocchino, sia nominata ministro della Giustizia; così succede che il fondatore di “Medici senza frontiere”, socialista di spicco per natura, sia nominato ministro degli Esteri (ed immediatamente espulso dal Partito Socialista); così succede che quasi la metà dei ministri sia una donna; così succede che il numero dei ministri sia sceso a soli quindici.
Immaginate cosa potrebbe succedere in Italia…dove non esiste una formazione socialista da mettere a confronto con quella francese, dove esiste un “futuro” partito democratico che riecheggia un modello tipicamente statunitense e per nulla europeo, dove il vero partito di destra ha imboccato un cammino di rinnovamento così profondo da trovarsi, ben presto, molto più aperto verso la questione sociale di quanto non lo sia il neoliberismo italico. Immaginate un primo ministro che si chiami Gianfranco Fini ed un ministro degli Affari Esteri che si chiami Bobo Craxi…ecc. ecc.
Ségolène Royal ha cavalcato il malessere strutturale del proprio partito, più conservatore dei progressisti, più progressista dei conservatori, e la volontà di riprendere il discorso politico di Mitterand di un socialismo in continua evoluzione e di adattamento ai cambiamenti sociali. Il risultato che ha ottenuto è stato decisamente migliore di quanto la stampa francese o internazionale le riconosca o, forse, il suo stesso partito. Nelle precedenti elezioni presidenziali i socialisti di Jospin non erano arrivati neppure al ballottaggio ed in queste del 2007 la paura di non arrivare neppure al ballottaggio era stata esorcizzata con una festa popolare il giorno dopo la prima tornata. Ségolène ha fatto molta strada ed è riuscita mettere nuovamente in marcia il dinosauro socialista, tradizionalmente diviso in correnti ormai conservatrici (di un potere passato), con la sua femminilità e con il suo “maternalismo” che la stampa francese le ha rimproverato dopo i dibattiti televisivi della campagna elettorale; come Sarkozy, con un nuovo slancio vitale che, però, non ha saputo rinnovare sufficienti consensi nel Paese per farle guadagnare la carica di Presidente della Repubblica ma che le ha permesso di guadagnare il consenso di tanti socialisti francesi non inquadrati nelle antiche correnti di partito.
Arch. Patrizio Padovani

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