
Pochissime donne, soltanto 6, meno ancora cristiani, drusi e curdi che si dividono 10 seggi, 2 sciiti alawiti, nessun ebreo: è fatto così il nuovo Parlamento siriano. Un Parlamento dove le assenze sono più delle rappresentanze. Per il momento. Chi ha vinto, allora, domenica 5 ottobre queste prime elezioni, libere fino a un certo punto, democratiche fino a un certo punto, tenute dopo l’abbattimento della dittatura della dinastia Assad il cui rampollo Bashar è fuggito in Russia alla fine di dicembre 2024? Certamente le hanno vinte i seimila elettori selezionati su una popolazione di 25 milioni e mezzo di persone, poi i musulmani sunniti che peraltro costituiscono gran parte della popolazione siriana, e i 119 vincitori delle elezioni parlamentari tenute al termine di un lungo processo di selezione-elezione articolato in due fasi: dapprima commissioni elettorali istituite ad hoc hanno nominato gli elettori che poi hanno eletto i parlamentari al proprio interno. Il nuovo parlamento è composto da 210 membri, un terzo dei quali sarà nominato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa che -ha sostenuto all’agenzia di stampa Sana, il presidente dell’Alto Comitato elettorale Mohamed Taha Al-Ahmad- saprà riequilibrare il risultato utilizzando le sue candidature dirette per 70 seggi, in modo che le donne rappresentino un quinto dei deputati e sia garantita anche una equa rappresentanza alle minoranze etniche e religiose. È vero: un ostacolo enorme a questa prima esperienza elettorale del nuovo Stato è stata la mancanza di dati demografici affidabili, con i milioni di profughi che hanno lasciato il Paese nei decenni scorsi, una condizione di incertezza -si è giustificato Nawar Najmeh portavoce del Comitato elettorale – che ha fatto preferire questo sistema ibrido al suffragio universale. “Potete chiamare questo processo come volete, ma non elezioni”, ha detto all’agenzia di stampa AFP Bassam Alahmad, direttore esecutivo di Syrians for Truth and Justice, con sede in Francia, una delle organizzazioni non governative che hanno firmato la dichiarazione congiunta sulle elezioni. Elezioni tra l’altro senza partiti perché la cacciata di Assad ha significato la cancellazione del suo partito Baath, il partito unico in Siria da sessanta anni, se si escludono le piccole formazioni ammesse per dare una parvenza di democraticità al sistema nel 2014 durante le prime elezioni dal colpo di Stato del padre Hafiz al Assad nel 1963.
Ai seggi si sono presentati 1578 candidati provenienti da 49 circoscrizioni elettorali escluse le province di Suweida, al Sud, a maggioranza drusa e quelle nordorientali di Hasakah e Raqqa curde, che non hanno potuto partecipare alle elezioni per motivi di sicurezza nazionale. Saranno chiamate al voto -ha detto il Presidente della Repubblica Ahmed al-Sharaa- quando vi sarà stato ristabilito il controllo del governo. Al Parlamento è stato dato mandato di 30 mesi per costruire le garanzie per un voto davvero popolare alle prossime elezioni, e quindi per una democrazia che possa definirsi costituzionale. Peraltro tutto il Paese è attraversato da tensioni e conflitti. Nelle province druse e curde sono in corso scontri e violenze tra quelle minoranze e l’esercito governativo. Sulla costa centrale, dopo l’episodio del blocco di due imbarcazioni russe nel porto di Tartous a gennaio, il 6 marzo nella stessa provincia, zona di Dreikish, le forze di sicurezza interna hanno arrestato i membri di un gruppo terrorista coinvolto in attacchi contro l’esercito, e qualche giorno fa, il 30 settembre, è stato assassinato Haidar Shahin, candidato alawita alle elezioni parlamentari della provincia di Tartous. Il porto riveste una rilevante posizione nella geopolitica del Mediterraneo oggi al centro delle strategie di Russia, Turchia, Grecia, Cipro e Israele che in misura diversa stanno disegnando nuovi equilibri e alleanze regionali. Fino a qualche mese fa la base navale di Tartous e quella aerea di Hmeimim erano gli snodi della presenza russa nel Mediterraneo che in questi mesi si è trasferita in Libia. Così in pochi anni il contesto regionale è diventato teatro di strategie geopolitiche più ampie. L’egemonia militare regionale di Israele sta provocando la ristrutturazione delle alleanze in Medio Oriente e nel Mediterraneo, con la partecipazione attiva e interessata di protagonisti globali. La partnership difensiva tra Turchia e Pakistan e lo Strategic Mutual Defence Agreement, l’alleanza militare tra Pakistan e Arabia Saudita siglata a settembre, si confrontano con i rapporti economici sempre più stretti tra India, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein e le alleanze tecnologiche e sicuritarie tra India e Israele, a cui sembra avvicinarsi la Grecia, proiettando in Medio Oriente e nel Golfo le rivalità nel Sudest asiatico in cui riveste un ruolo fondamentale la Cina.
In questo quadro la nuova Siria cerca di ricostruire il Paese e le proprie istituzioni, affrontando costi enormi e la difficoltà di accedere alle risorse finanziarie a causa di un sistema bancario compromesso. Il Karam Shaar Center for Consultancy ha documentato che otto individui sanzionati direttamente o collegati a persone sanzionate detenevano fino all’estate partecipazioni in 15 banche private siriane: si tratta di persone sanzionate dall’Unione Europea per aver agito come prestanome economico per il regime di Assad e accusate di vari reati compreso il terrorismo. Questa situazione rende molto difficile alle banche europee trattare legalmente con le banche siriane che, anche a causa dei bassi rendimenti sugli investimenti, non sembrano disposte a impegnarsi nel faticoso tentativo di liberarsi dal controllo delle persone colpite da sanzioni o dai loro sodali.
Ci sono anche buone notizie. La rotta marittima Siria-Italia è riaperta. Nel porto di Latakia il 4 ottobre ha attraccato la prima nave cargo italiana con un carico di automobili e macchinari pesanti. Il responsabile delle pubbliche relazioni del porto di Latakia, Ali Adra, ha spiegato che le recenti misure per semplificare le procedure doganali e di scarico hanno già portato a un aumento del traffico negli ultimi mesi, grazie anche alle attrezzature installate da CMA CGM colosso francese delle spedizioni.
Claudio Rocco
(da Avanti Online)

Le elezioni democratiche c’erano ai tempi del laico socialista Assad (altro che dittatore, aveva conciliato popoli e religioni diverse).
Non certo oggi, con questi islamisti ipocritamente sostenuti da un Occidente ipocrita, estremista e alla deriva.