
Il 2026 sarà un anno decisivo per il Perù. Il 12 aprile ci saranno le elezioni generali e il 4 ottobre le elezioni regionali e comunali.
Fino a dicembre 2025, la Commissione Elettorale Nazionale (JNE) ha registrato 36 candidati alla presidenza della Repubblica. Tuttavia, mentre i cittadini esprimono la loro indignazione nelle strade e sui social network con campagne come #PorEstosNo (Non per questi), le regole elettorali continuano a favorire gli stessi protagonisti politici di sempre.
Il 12 aprile i cittadini peruviani saranno chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento e per eleggere il presidente della Repubblica, che in Perù riunisce le funzioni di capo dello Stato e del governo. Il voto si realizza in un Paese attraversato da una crisi politica permanente, che nell’ultimo decennio ha visto succedersi otto presidenti della Repubblica, l’ultimo destituito lo scorso mese di febbraio, travolti da scandali di corruzione, mozioni di censura e ripetute rotture istituzionali che hanno stravolto la stabilità complessiva del sistema politico nazionale.
Le origini di questa fragilità risalgono al decennio di governo presieduto da Alberto Fujimori, tra il 1990 e il 2000, che ha inciso profondamente non solo sugli equilibri istituzionali, ma anche sul funzionamento della politica e sull’organizzazione della società peruviana. Un modello di potere fortemente autoritario e personalistico che svuotò il ruolo istituzionale e dei partiti, indebolì i meccanismi di mediazione politica e sociale e compromise la tenuta dei canali di rappresentanza.
La caduta del regime fujimorista nel 2000, determinata dall’emersione di un sistema diffuso di corruzione e da gravi violazioni dei diritti umani, non produsse una vera rifondazione del sistema istituzionale peruviano. Da un lato, rimase in vigore la Costituzione del 1993, un testo di chiara impronta neoliberista che concentrò ampi poteri nell’esecutivo e subordinò i tradizionali meccanismi di equilibrio tra gli organi dello Stato all’obiettivo della stabilità macroeconomica. Dall’altro, sul piano politico e istituzionale, il fujimorismo ha mantenuto un ruolo centrale attraverso la figura di Keiko, figlia dell’ex presidente che, negli ultimi vent’anni, alla guida di un partito che ha mantenuto una presenza consistente in Parlamento, ha raccolto e rilanciato l’eredità politica del padre e, in convergenza con altri settori conservatori, ha contribuito a bloccare la revisione dell’assetto politico-istituzionale di cui il Paese avrebbe avuto bisogno.
Da questo quadro è emerso un sistema politico fortemente frammentato, dominato da forze elettorali fragili, personalistiche e poco o per nulla radicate nella società, incapaci di organizzare il consenso in modo stabile, di assicurare una visione costruttiva sul futuro del Paese e una continuità all’azione di governo. Questa debolezza si è innestata su una frattura strutturale mai ricomposta, quella tra il Perù urbano, nelle principali città del Paese, concentrato soprattutto a Lima, che da sola raccoglie circa il 30% dell’elettorato, e il Perù rurale, in particolare andino, storicamente lasciato ai margini dell’integrazione economica, della presenza statale e della rappresentanza politica. Sul piano elettorale, questa divaricazione si traduce in comportamenti profondamente differenti. Mentre nelle aree urbane il voto tende a concentrarsi soprattutto su opzioni conservatrici, nelle regioni rurali e periferiche emerge frequentemente un voto di protesta, alimentato dalla sfiducia verso le istituzioni centrali e da una domanda di inclusione che trova sbocco in candidature alternative, percepite come una rottura rispetto all’ordine politico vigente di impronta neoliberista e, almeno sul piano dichiarativo, più attente alla redistribuzione economica e sociale.
L’imminente tornata elettorale difficilmente modificherà questo quadro. Al contrario, tutto lascia pensare che finirà per riprodurre ancora una volta la frammentazione e la debolezza che da anni caratterizzano il sistema politico peruviano. I partiti e i candidati alla presidenza sono infatti ben 35, un dato che da solo restituisce il livello di dispersione e l’assenza di forze capaci di aggregare un consenso ampio e stabile. Secondo gli ultimi sondaggi diffusi prima del silenzio elettorale, nessuno dei principali candidati alla presidenza della Repubblica supera il 15% delle intenzioni di voto. I tre nomi più accreditati appartengono tutti all’area conservatrice: Keiko Fujimori, leader di Fuerza Popular, espressione della destra neoliberista; Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima, candidato di Renovación Popular, con posizioni di destra ultraconservatrici; Carlos Álvarez, candidato di País para Todos, figura populista di destra proveniente dal mondo dello spettacolo. Sul fronte opposto, i candidati della sinistra restano più distanti e, secondo le rilevazioni più recenti, non raggiungerebbero il 7% delle intenzioni di voto.
Al momento, rispetto al prossimo risultato elettorale, sembrano esservi due certezze. La prima è che anche questa tornata, forse ancor più delle precedenti, consegnerà al Paese un Parlamento fortemente frammentato. L’alto numero di partiti in competizione, infatti, nonostante la soglia del 5% richiesta per ottenere dei seggi, lascia prevedere una dispersione del potere legislativo che rischia di riprodurre uno dei principali fattori dell’ingovernabilità degli ultimi anni. La seconda certezza è l’inevitabile ricorso al ballottaggio, previsto per il 7 giugno, per decidere chi sarà il prossimo presidente della Repubblica, poiché appare evidente che nessun candidato è in grado di raggiungere al primo turno il 50% dei voti necessario per l’elezione.
Resta però un’incognita decisiva: chi riuscirà davvero, al di là dei sondaggi, ad accedere al ballottaggio presidenziale? Le elezioni peruviane hanno infatti dimostrato più volte in passato una notevole capacità di smentire, anche clamorosamente, le previsioni della vigilia. Il precedente più significativo, che ha segnato in profondità la storia del Paese, è quello delle elezioni avvenute nel 1990, quando Alberto Fujimori, allora un pressoché sconosciuto docente universitario di origine giapponese e candidato di una forza politica minore, si impose a sorpresa sul grande favorito, lo scrittore Mario Vargas Llosa. A rendere possibile quella vittoria fu soprattutto il sostegno dei settori sociali esclusi e marginalizzati, soprattutto di estrazione indigena e rurale, in larga parte non intercettati dalle rilevazioni demoscopiche o comunque difficilmente leggibili attraverso strumenti incapaci di coglierne fino in fondo orientamenti, risentimenti e aspettative. Una parte consistente di quel Perù periferico vide in Fujimori un candidato più vicino alla propria condizione, anche in ragione della sua appartenenza a una minoranza etnica contrapposta all’immagine di Vargas Llosa, identificato come espressione dell’oligarchia bianca della capitale. Fu quel mondo escluso ad affidarsi a una promessa di riscatto che, una volta giunto al potere, Fujimori avrebbe poi in larga misura tradito. Dopo la sconfitta, Vargas Llosa raccontò quella esperienza nel libro “Il pesce nell’acqua”, una lettura preziosa per chi voglia comprendere più a fondo la complessità storica, etnica, sociale e culturale di questo Paese, insieme contraddittorio e affascinante, che è il Perù.
Nelle elezioni generali del 12 aprile 2026, i peruviani eleggeranno il presidente della Repubblica, i vicepresidenti e rinnoveranno il Congresso bicamerale, composto da 60 senatori e 130 deputati. Inoltre, si voterà per i rappresentanti al Parlamento Andino. Non si tratta quindi di un’elezione minore: si definirà il corso politico del Paese per i prossimi anni, in un contesto caratterizzato dalla sfiducia e dal discredito istituzionale.
Poi, il 4 ottobre 2026, si terranno le elezioni regionali e comunali. Verranno eletti governatori regionali, sindaci e consiglieri in tutto il Paese. La portata del processo è enorme: migliaia di cariche locali e regionali che hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana della popolazione, ma che spesso sono controllate da reti politiche, clientelari o partitiche già consolidate.
Sebbene la legge elettorale si presenti come garante dell’ordine e della partecipazione, con voto obbligatorio e procedure standardizzate, nella pratica funziona come un sistema che ostacola il rinnovamento politico. Le barriere all’iscrizione, la barriera elettorale e il rischio di perdere la personalità giuridica colpiscono soprattutto i movimenti nuovi, mentre i partiti tradizionali come Fuerza Popular, Alianza para el Progreso, Renovación Popular, Perú Libre, Acción Popular, Avanza País, tra gli altri, mantengono vantaggi strutturali. Non è un caso che molti di essi siano stati segnalati nella campagna #PorEstosNo, come simboli di un potere che si ricicla.
A ciò si aggiunge il fatto che le regole sono state modificate da chi oggi governa per proteggere la propria permanenza. Il ripristino della rielezione immediata dei membri del Congresso nel 2024 ha rafforzato chi già ricopre cariche, ampliando il divario rispetto ai nuovi candidati. Così, mentre il numero di candidature si moltiplica, la concorrenza reale rimane concentrata in pochi attori con risorse, visibilità e controllo istituzionale.
In questo scenario, il voto obbligatorio non sempre rafforza la democrazia. Quando l’offerta politica è percepita come corrotta, frammentata o distante, il voto bianco, il voto nullo e le campagne di punizione elettorale diventano forme di protesta. Non si tratta di apatia: sono un segnale di allarme di fronte a un sistema che non riesce a rappresentare il sentimento dei cittadini. Tuttavia, anche il voto di protesta deve essere usato con cautela, poiché può avere l’effetto contrario, avvantaggiando candidati indesiderati.
Da un punto di vista umanista, la sfida non è solo quella di organizzare elezioni di massa, ma anche di garantire che queste siano legittime, trasparenti e aperte a nuove alternative. Se le regole non vengono riformate e la politica rimane blindata, il rischio è chiaro: elezioni con cifre record di partecipazione formale, ma con una profonda crisi di fiducia. Il 2026 non dovrebbe essere solo un calendario elettorale, ma un’opportunità per restituire un senso reale all’atto di scegliere.
Il Perù si prepara alle elezioni generali del 12 aprile con un dispiegamento record di osservatori internazionali, mentre i sondaggi indicano una destra frammentata ma in vantaggio nella corsa presidenziale.
L’autorità elettorale del Paese ha reso noto che gli osservatori esteri accreditati hanno ormai superato quota 500, un dato definito “storico” dal direttore dell’Ufficio generale di cooperazione e relazioni internazionali, José Pérez Duharte.
La delegazione più numerosa, riferiscono i media locali, è quella dell’Unione europea, che schiererà oltre 150 osservatori, seguita dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa) con 90.
A sinistra, Roberto Sánchez tenta di inserirsi nel ballottaggio come erede politico di Pedro Castillo. Rimandiamo gli altri commenti dopo il risultato elettorale.
Salvatore Rondello

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