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Elezioni di mezzo termine, mezzo guaio per i democratici

di Alberto Pasolini Zanelli | 2 Novembre 2014

Sulla carta dovrebbe essere una gara serrata e dunque incerta, almeno per quanto riguarda il Senato. Non ci sono dubbi che la Camera rimarrà in mano dei repubblicani, che già sono maggioranza, anche perché i seggi veramente in palio sono pochissimi, meno di uno su dieci.

Mai l’esito di una tornata elettorale americana ha suscitato meno incertezze e dunque meno curiosità di quella 2014. E dire che è la più importante dopo le battaglie per la Casa Bianca. Riguarda, infatti, l’intero Parlamento di Washington: la totalità della Camera e un terzo del Senato, cioè esattamente il numero di seggi che decide nel rapporto fra maggioranza e minoranza, democratici e repubblicani. Sulla carta dovrebbe essere una gara serrata e dunque incerta, almeno per quanto riguarda il Senato. Non ci sono dubbi che la Camera rimarrà in mano dei repubblicani, che già sono maggioranza, anche perché i seggi veramente in palio sono pochissimi, meno di uno su dieci. Dal punto di vista numerico vincitori e vinti dovrebbero dunque emergere dal voto senatoriale. I democratici mantengono nella Camera Alta una maggioranza risicata e il calendario provvede a che loro siano gran parte dei seggi in “pericolo”. Dovrebbe essere, dunque, una lotta serrata, di quelle che provvedono una tradizionale lunga notte di scrutini.

Così non è. Lo dicono, con cautela, i sondaggi, lo affermano vigorosamente i comportamenti dei candidati democratici che, lungi dal contrattaccare nelle ultime settimane, giorni e ore dopo due anni almeno di martellante offensiva dell’opposizione repubblicana, si sono comportati quasi tutti come se la loro preoccupazione massima fosse quella di distanziarsi da Barack Obama, in molti modi ma soprattutto in quello più concreto e “comodo”: non farsi vedere in sua compagnia. Normalmente il presidente, che è anche il leader di uno dei due partiti, getta il suo prestigio sulla bilancia, scende gli scalini della Casa Bianca per salire sul ring elettorale, invocato dai suoi compagni di partito, soprattutto dai più deboli e dai più vulnerabili nelle indicazioni elettorali. Quest’anno è accaduto esattamente il contrario: è stato quello della Grande Fuga. Gran parte degli esponenti democratici si sono comportati come se la vicinanza di Obama fosse il “bacio della morte”. Si sono sforzati di dire “io non c’entro”. Hanno cercato di salvare la propria pelle anche a costo di indebolire il partito, le sue gerarchie, le sue idee. Al punto che i repubblicani, agguerriti e spietati per sei anni di amministrazione Obama, hanno rallentato nelle ultime settimane il vigore dei propri attacchi come se fossero convinti di dover vivere di rendita o che, in un altro paragone, gli convenisse e gli bastasse “addormentare la palla”. Tranquilli gli uni, rassegnati gli altri, l’appuntamento alle urne è perfino uscito dalle prime pagine, soprattutto da quelle che contano, quelle elettroniche.

Il tutto avrebbe un senso se l’opinione pubblica, il famoso “americano medio”, si stesse muovendo politicamente in massa verso i repubblicani, i loro programmi, le loro posizioni. Ma così non è. È, anzi, vero il contrario. Negli ultimi anni i movimenti di opinione e legislativi hanno mostrato che le posizioni “avanzate” nel partito di Obama raccolgono molti più consensi che non all’inizio del suo mandato, soprattutto sugli argomenti che gli americani chiamano social issues e noi, pressappoco, “culturali”: legislazione sugli omosessuali, legalizzazione della droga, aborto ma anche ritrosia agli impegni militari e a una politica estera “ferma” o, in un altro lessico, “imperiale”. La famosa e tanto discussa riforma obamiana della Sanità, il cui fallimento è stato costantemente previsto e proclamato fin dal primo giorno della sua presentazione legislativa, ha dimostrato ultimamente, sia pure con qualche ritardo, di funzionare e si è affermata in modo irreversibile. Quanto all’economia, che resta, come da tradizione, l’argomento che “pesa” di più, il “fallimento” non c’è stato, così come del resto non ci sarà un trionfo. Obama ha giocato in difesa, non ha lanciato grosse novità, ha semmai rispolverato con cautela antiche ricette keynesiane. Dopo il crack del 2008 (accaduto al termine della presidenza repubblicana di George W. Bush) l’America è tornata al punto di partenza. Né boom, né disastro ma, in confronto all’Europa, un comparativo, netto successo. Basta guardare le cifre della disoccupazione, che negli Stati Uniti è scesa al di sotto del 6 per cento, mentre in Europa continua ad essere più in alto del 12.

E allora perché il malumore e la rassegnazione del partito di governo e apparentemente dello stesso presidente? I sondaggi non lo spiegano, però lo delineano: se si propongono agli elettori le linee generali dei due contrapposti programmi c’è una maggioranza, sia pure risicata, per le posizioni dei democratici. Però se si domandano le intenzioni di voto, allora sono in testa i repubblicani. Il fattore personale, dunque, prevale su quello ideologico. Chi fa cose che piacciono non piace, chi fa cose che meno piacciono, piace di più. Il “responsabile” ha un nome: Barack Obama. Che non è candidato, che rimarrà comunque presidente per altri due anni, che non potrà, ai termini della Costituzione, ripresentarsi per un terzo mandato. Che appartiene, in una parola, al passato. E che appare spogliato di tutte le sue armi.

 

(letter from Washington )

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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