
di Chiara Gesmundo*
Continua la sfida alle presidenziali nel piccolo arcipelago delle Maldive. Dopo una prima votazione lo scorso 9 settembre, in cui nessuno degli otto candidati è riuscito ad assicurarsi la vittoria, i cittadini maldiviani sono chiamati nuovamente ai seggi sabato 30 settembre. Due i protagonisti principali di questo secondo round decisivo: il presidente in carica Ibrahim Mohamed Solih, candidato del Partito Democratico Maldiviano (MDP), e Mohamed Muizzu, il (nuovo) candidato dell’opposizione.
Ballottaggio aperto
Un’elezione, la quinta nella storia multipartitica del Paese, in cui non sono mancati i colpi di scena: a poche settimane dalle urne il candidato ufficiale del Partito Progressista delle Maldive (PPM), l’ex presidente Abdulla Yameen, è stato dichiarato ineleggibile dalla Corte suprema del Paese a causa di una condanna per corruzione e riciclaggio di denaro sentenziata lo scorso dicembre. Eppure, nonostante il ritiro del principale candidato dell’opposizione sembrasse favorire la vittoria del presidente in carica Solih, il dirottamento dei voti del PPM su Mohamed Muizzu, candidato del “Progressive National Congress” (PNC), ha rimescolato nuovamente le carte in tavola.
E così, con l’esito del primo turno quantomai incerto (46% dei voti all’alleanza d’opposizione, contro il 39% ottenuto da Solih), fondamentali saranno ora i voti dei più indecisi (fino ad agosto il 53% della popolazione dichiarava di non aver ancora scelto il proprio candidato), nonché quelli dell’ex presidente Mohamed Nasheed (che al primo turno ha ottenuto il 7% dei voti). Un’incertezza che lascia con il fiato sospeso tanto i maldiviani, quanto le due superpotenze regionali, Cina e India.
Acque contese
Con le sue 1200 isole coralline, le Maldive non sono solamente una delle destinazioni turistiche più famose al mondo, ma anche un porto strategico lungo la trafficata rotta commerciale tra lo Stretto di Malacca e il Canale di Suez. Due terzi delle spedizioni di petrolio e metà del commercio marittimo mondiale passano per queste rotte commerciali, garantendo l’accesso globale a cibo, metalli preziosi e risorse energetiche. Un collegamento chiave fra Oriente e Occidente, che rende l’Oceano indiano una zona strategica tanto per il commercio diretto in Europa, quando per l’approvvigionamento energetico diretto in Asia (e proveniente dagli Stati del Golfo).
Risulta così evidente perché Pechino – che da questa rotta importa ben l’80% delle forniture di greggio – ormai da 10 anni ha sviluppato un progetto di finanziamenti multimiliardari (la “Belt and Road initiative” – BRI) per assicurarsi porti sicuri e governi favorevoli lungo la rotta. Per converso l’India, che considera l’Oceano indiano sotto la sua sfera di influenza e che teme di trovarsi circondata da governi favorevoli a Pechino (con cui peraltro ha un fronte militare aperto da decenni fra la neve dell’Himalaya), non vede di buon occhio il proliferare di infrastrutture cinesi e sta investendo a sua volta per espandere l’influenza nella regione.
IMEC vs BRI?
Significativo in questo senso il nuovo progetto infrastrutturale annunciato dal presidente indiano Nerendra Modi sul palco del G20: il “Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), da alcuni già ribattezzato come la “Via del cotone”. In netto contrasto con gli investimenti della (nuova) via della seta cinese, i finanziamenti di New Delhi (il cui Pil è pari a circa un quinto di quello cinese) non sono certo paragonabili agli ingenti numeri della BRI ($107 miliardi investiti contro i quasi $1.000 miliardihttps://www.wsj.com/articles/china-belt-road-debt-11663961638 di Pechino). Eppure, il progetto annunciato da Modi sembrerebbe aver già trovato un alleato d’eccezione: i sette paesi più ricchi al mondo che durante lo scorso G7 di Tokyo si sono impegnati a mobilitare $600 miliardi entro il 2027 per contrastare il progetto di Pechino.
“India First” o “India Out”?
Insomma, in una regione famosa per la rivalità geostrategica, le preferenze geopolitiche anche dei più piccoli Stati insulari hanno iniziato a svolgere un ruolo cruciale nel delicato scacchiere delle relazioni internazionali. E così, il ballottaggio alle presidenziali delle Maldive diventa di interesse internazionale: da una parte Ibrahim Mohamed Solih, apertamente pro-India e favorevole ad un riavvicinamento (tanto economico quanto in temi di sicurezza) con l’alleato storico del Paese. Dall’altra Mohamed Muizzu, contrario ad un’eccesiva influenza indiana e alla sua presenza militare nell’arcipelago, nonché ex ministro degli alloggi, dell’ambiente e (soprattutto) delle infrastrutture del governo di Yameen, l’amministrazione che dal 2013 al 2018 portò le Maldive sotto la sfera di influenza cinese, firmò un trattato di libero scambio (il primo nella storia del Paese) con la Cina e aderì al BRI.
Per garantirsi l’influenza nella regione, le due superpotenze si sfidano da anni a suon di investimenti multimiliardari. Durante il governo di Yameen (2013-2018) Pechino finanziò l’espansione dell’aeroporto internazionale ($374 milioni) e il ponte Sinamalé ($68 milioni) per collegare la sovraffollata capitale sull’isola di Malé con l’aeroporto su quella di Hulhumale. Pochi anni dopo, però, con la vittoria di Solih alle elezioni del 2018 e l’inversione della politica estera del Paese, le Maldive attivarono una linea di credito da $100 milioni con Nuova Delhi per finanziare spese militari e una da $500 milioni per finanziare un nuovo ponte (lungo tre volte quello cinese) per collegare Malè ad altre isole vicine.
Galeotto fu…il ponte?
Nonostante l’ingente afflusso di investimenti esteri, il governo delle Maldive, così come quelli di molti altri Paesi nella regione, non sono sempre stati in grado di trarre beneficio dai finanziamenti ricevuti. I fondi stanziati lasciano i Paesi sommersi dai debiti esteri (le Maldive devono a Pechino $600 milioni, e $935 milioni di prestiti a società pubbliche e private sono stati garantiti dallo Stato) e alla fine del 2022 il debito totale accumulato dal Paese aveva superato il valore dello stesso Pil nazionale. Una situazione che lascia sempre meno spazio in bilancio per portare avanti politiche per lo sviluppo socio-economico.
Alle ultime presidenziali del 2018 una combinazione di scandali per corruzione, repressione dell’opposizione e una cattiva gestione delle finanze pubbliche, costarono all’ex presidente Yameen la rielezioni per il suo secondo mandato. Un debito crescente, e una politica estera forse troppo espansiva, costeranno anche Solih la sua seconda vittoria alle elezioni presidenziali di sabato?
The views expressed are those of the authors and do not necessarily reflect those of the ECB.
- *ricercatrice presso Istituto Ispi

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