Ma con l’introduzione della legge del 1999 è stato soppresso il voto “novembrino” per contenere i costi dell’organizzazione della “macchina” del voto amministrativo della Pubblica Amministrazione, stabilendo che le elezioni si debbano tenere una sola volta all’anno nel periodo compreso tra marzo e giugno.
Una volta per tutte parliamoci chiaro: i sindaci incapaci vanno mandati a casa per evitare che facciano danni su danni nel corso della legislatura. Ma la sostituzione del primo cittadino votato direttamente dai cittadini non può avere una durata superiore a sei mesi, come del resto accadeva sino al 1999. Il caso di Roma e la “destituzione” di Ignazio Marino con le dimissioni in massa della metà più uno dei consiglieri comunali dell’assemblea capitolina ci fanno tornare sull’argomento, dopo la nomina del Prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca quale commissario della città eterna ad un mese dall’inizio delle celebrazioni del nuovo Giubileo indetto da Papa Francesco, perchè in questi giorni si ipotizza un prolungamento del mandato commissariale con un decreto governativo per evitare che la Capitale vada al voto proprio durante lo straordinario evento voluto dal Pontefice. Certo la questione di Roma è un caso particolarissimo, ma l’argomento ci fa tornare naturalmente alla radice del problema. Come si diceva, sino alla fine del secolo, ogni qual volta decadeva un consiglio comunale la città veniva in commissariata per un massimo di sei mesi, il tempo limite che intercorreva tra le due tornate elettorali utili di primavera e dell’autunno. In questo modo si dava il tempo ai partiti e alle forze politiche di riorganizzarsi per dare un nuovo governo democratico alla comunità attraverso la sovranità del voto popolare. Ma con l’introduzione dell’Election Day è stato soppresso il voto “novembrino” per contenere i costi dell’organizzazione della “macchina” del voto amministrativo della Pubblica Amministrazione, stabilendo che le elezioni si dovessero tenere una sola volta all’anno nel periodo compreso tra marzo e giugno. E questa legge nata sotto un buon principio si è rivelata poi la solita fregatura e balordaggine messa in atto dalle menti illuminate del Governo e dei due rami del Parlamento. I costi dei quali stiamo parlando sono quelli che lo Stato si deve sobbarcare, per le elezioni politiche (nazionali ed europee), per le regionali e per i referendum. Per le elezioni dei rinnovi dei consigli provinciali e comunali i costi sono a carico della Pubblica amministrazione solo per la scadenza naturale quinquennale. Quando decade un sindaco o un consiglio comunale i costi delle elezioni sono interamente a carico del comune che ha interrotto anticipatamente la legislatura. Non tutti lo sanno ma chi ha fatto il sindaco o l’assessore in qualsiasi comune che è stato commissariato questo lo sa bene. Il paradosso invece è quello che sta succedendo negli ultimi anni. Al voto anticipato deciso in tutta fretta e in pochi mesi si è andati pochi anni fa e in due sessioni distinte per le regionali anticipate della Lombardia e poi subito a ruota con le politiche che hanno portato al governo prima Enrico Letta e poi Matteo Renzi senza che nessuno battesse ciglio. E allora non c’è proprio da stupirsi se un sindaco “incapace” come Marino (resta ancora da capire perchè due anni e mezzo fa andasse benissimo la sua candidatura) venga democraticamente defenestrato e sostituito da un commissario con poteri ridotti dal Prefetto della Capitale che già detiene i poteri straordinari per la gestione del Giubileo, su iniziativa di un governo retto da un “incaricato” dal Presidente della Repubblica che per via elettiva ha concorso solo alle primarie del suo partito per la nomina a segretario nazionale. Qualcosa di sicuro non va in questo sistema, possibile che nemmeno se pago i costi della politica di casa mia possa decidere nel mio comune chi e quando debba essere eletto sindaco?

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