Stiamo vivendo, quasi senza accorgercene, una stagione di trasformazioni che nulla ha da invidiare al passato. Si stanno scrivendo pagine sconvolgenti e dall’esito impregiudicato di Paesi a lungo etichettati nella loro presunta fissità. Le partite che si giocano in Egitto, in Tunisia, in Algeria e in altri Paesi vicini rappresentano il lato creativo e sempre nuovo della storia che, a dispetto della mente troppo schematica degli uomini, sembra procedere come per un impulso profondo ma assolutamente autonomo (nondimeno anche questa è una finzione intellettuale).
In realtà, pare che in quell’universo così vasto e articolato si stia semplicemente affermando (anche se non da solo e non senza contraddizioni) l’inedito concetto di cittadinanza. Come spesso è accaduto, la sperequazione delle condizioni di vita e nell’uso delle risorse, la difficile congiuntura e le povertà che vi allignano, la concentrazione del potere politico ed economico-finanziario in pochissime mani, l’assenza di prospettive e di futuro, rendono inevitabile l’affacciarsi di una necessità come di un apriori; senza un regime politico fondato sul riconoscimento dei diritti individuali, sulla divisione, il bilanciamento ed il controllo dei poteri, sull’affermazione di libertà e di responsabilità come elementi di un patto costituzionale, non c’è spazio per il riscatto degli individui; tanto meno di una società. Non si prospettano né crescita né equita sociale. Un’istanza di tipo politico nasce da un’esigenza materiale. Se i regimi autoritari assicurano il pane quando, come e a chi vogliono, per modificare le condizioni di vita, per essere protagonisti della propria vicenda individuale, occorre riappropriarsi del proprio destino e porre dei limiti al sovrano. Possiamo (nuovamente) scomodare il concetto di rivoluzione?
L’Occidente potrebbe a questo punto sorridere, persino sogghignare: questo è l’uovo di Colombo, è cosa nota e risaputa, più volte confermata nella storia; noi – potrebbe aggiungere – ci siamo arrivati da secoli e avevamo ragione. Ma sarebbe solo l’ultimo dei suoi errori.
Intanto, davanti a questo fremito gigantesco siamo rimasti colpiti dal balbettio delle cancellerie europee e lo stesso Barack Obama ci è parso risplendere di un certo qual pallore. I fatti hanno travolto ogni previsione, hanno disorientato le intelligenze; l’ambiguità e l’equivocità degli approcci e delle politiche seguite nei confronti di tanti Paesi (diritti e libertà sulla carta, sostegno a regimi non liberali o illiberali nei fatti) in nome della realpolitik sono state soppiantate da sorpresa e imbarazzo: troppi e troppo delicati gli interessi economici e geo-politici in ballo. Che si tratti di un atteggiamento comprensibile o più o meno giustificato, questo ha relativa importanza.
Conta di più il fatto che, anche in tal frangente, il mondo occidentale dimostra di proseguire, con il proprio irretimento, quella lenta ma inarrestabile corsa verso la perdità di centralità, di peso e di capacità di guida. Non c’è solo, non c’è tanto l’inettitudine a cogliere l’attimo; vi è, alla radice, una irredimibile incapacità di visione e di strategia. Paradossalmente, la storia potrebbe dischiudere la fine dell’Occidente come orizzonte politico-istituzionale e culturale proprio nel momento in cui i ‘suoi’ valori si apprestassero a divenire fattori di coesione e di convivenza diffusi nel pianeta come mai prima. Uno scenario che potrebbe consumarsi nel corso del corrente secolo.
In più devesi considerare che la storia non conosce le linearità e i meccanicismi che spesso le si assegnano: in soldoni, mentre non è certo che in Egitto si instaurerà un regime liberale e democratico, pare meno improbabile che se in tal verso si dirigerà il processo in atto, ciò accadrà con modalità del tutto inedite, peculiari. In somma sarà una … rivoluzione d’Egitto! Come è giusto che sia. E le modalità di sviluppo degli eventi avranno efficacia diretta sugli elementi portanti del nuovo patto.
Dunque – e non pare vero – l’Egitto potrebbe (il condizionale è dovuto!) essere la fucina della prima democrazia del mondo arabo. Le ricadute sarebbero così importanti, anche sul crinale delicatissimo dei rapporti tra cristianesimo e islam e sul futuro dell’Iran e sui rapporti tra mondo arabo e Israele, e così via.
Non so quanto si guardi con interesse e consapevolezza a questi fatti: anche qui, è più certo il fatto che i destini del mondo sviluppato e di alcuni Paesi del Terzo mondo stanno incontrandosi in un crocevia, peraltro denso di rischi e di opportunità, a prescindere o malgrado le nostre (in particolre di noi, italiani) attenzioni. E come in ogni crocevia, c’è qualcuno che sale mentre qualcun’altro scende. E possiamo guardare, ancora e soprattutto noi italiani, con un pizzico di apprensione (siamo forse il Paese europeo più esposto geograficamente) e forse anche di rimpianto (per il trovarci anche noi come alla fine di una fase politica, ma senza la fiducia in una rinascita) a questi processi – così come fa un vecchio acciaccato dinanzi ad un giovanotto baldanzoso.
Io stesso non posso fare a meno di constatare che nello stesso momento in cui tanti uomini e donne, cittadini di Paesi che sono vere e proprie pentole e laboratori, possono affermare: “io sono, per ciò manifesto”; alle nostre latitudini, in un’atmosfera eternamente sospesa sul poco o sul nulla, i termini cambiano miseramente in un: “io manifesto, dunque sono”. Sto forse esagerando?
Paolo Marini

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