
Dopo il voto degli egiziani all’estero, e quello in patria fra oggi e il 12 dicembre prossimi, saranno stati 65 i milioni di egiziani chiamati a rieleggere (per la terza volta in quasi dieci anni) Abdel Fattah al-Sisi. L’esito appare infatti scontato: gli altri candidati, Farid Zahran, guida del Partito Socialdemocratico, Abdel-Sanad Yamama, a capo del partito liberale Al-Wafd, e Hazem Omar, leader del Partito Popolare Repubblicano non hanno alcuna reale chance di vittoria. L’unico pretendente credibile, Ahmed el-Tantawy, non è riuscito a raggiungere il numero di firme richiesto per validare la sua candidatura, dopo aver denunciato una specifica campagna repressiva nei suoi confronti e in quelli dei suoi sostenitori da parte delle autorità.
Le elezioni, inizialmente previste nella primavera 2024, sono state anticipate al fine di poter procedere al più presto all’implementazione delle dolorose riforme economiche di cui il Paese ha bisogno e permetteranno ad al-Sisi di governare fino al 2030. Se la costituzione non dovesse essere ulteriormente modificata, come già avvenuto nel 2019, si tratterà dell’ultimo mandato del presidente in carica da quasi 10 anni, momento in cui si era definitivamente chiuso il cerchio iniziato con la rivoluzione del 2011 e gli anni del governo guidato dall’islamista Mohammed Morsi.
Le elezioni intervengono in una congiuntura interna ed esterna estremamente complicata: da un lato, l’aggravarsi della crisi dei fondamentali macroeconomici, consustanziale alla natura stessa del regime ma ulteriormente peggiorata dall’inizio della guerra in Ucraina; dall’altro, una guerra civile ai confini meridionali, in Sudan, una cronica instabilità ai confini occidentali, in Libia, ma soprattutto il conflitto nella confinante Gaza e, in prospettiva, gli smottamenti geopolitici regionali avviati dalla guerra in corso.
In occasione delle elezioni presidenziali è quindi utile interrogarsi su come le fragilità interne e gli shock esogeni stiano incidendo sulla situazione socio-economica del Paese e su come queste si rifletteranno sulle prospettive di riforma e sulla stabilità del regime in carica nel medio e nel lungo periodo.
Crisi economica, blackout, riforme mancate
L’immagine di un Paese sull’orlo dell’abisso preoccupa governi e organizzazioni internazionali e domina analisi, editoriali, articoli di giornale da oltre due anni. A preoccupare è la compresenza di shock esogeni (come la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina), l’indolenza nel portare avanti un’agenda di riforme, ma anche la constatazione che l’Egitto, il più popoloso Paese del Medio Oriente – Nord Africa, riveste una posizione estremamente delicata sia a livello geopolitico sia a livello geoeconomico e che un suo eventuale “crollo” porterebbe a delle conseguenze politiche e securitarie cataclismatiche sull’area.
Nei quasi dieci anni di al-Sisi al potere, il debito pubblico egiziano è quadruplicato, raggiungendo quasi il 90% del Pil, anche a causa delle ingenti spese per mega progetti infrastrutturali (fra cui spicca la realizzazione della Nuova Capitale Amministrativa) e dell’aumento della presenza dei militari nella gestione di numerose e sempre più varie attività economiche. Secondo Bloomberg Economics, in termini di rischio default l’Egitto è secondo solo all’Ucraina e nei prossimi due anni dovrà ripagare circa 47 miliardi di dollari, pari a circa il 28% del suo debito estero. Debito estero che è raddoppiato nel decennio al-Sisi: dal 17% del Pil nel 2013 al 39% di oggi.
Nell’ultimo anno, la sterlina egiziana ha perso quasi la metà del suo valore, ed è stata svalutata tre volte. La carenza di valuta forte limita fortemente le importazioni, anche di beni di prima necessità. Importazioni più care si riflettono sul tasso di inflazione che viaggia su livelli preoccupanti sin dall’inizio della crisi ucraina: 37,1% a ottobre, in leggera diminuzione rispetto al 38% di settembre a causa di una decisione governativa che ha ridotto per sei mesi le tasse doganali sull’importazione di una decina di beni alimentari di prima necessità. Oltre ai dati macroeconomici, non può essere sottovalutato l’impatto sociale dell’attuale crisi: il 30% degli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà, percentuale che in un Paese di oltre 105 milioni di abitanti si traduce in almeno 35 milioni di persone.
Su questo sfondo, a partire da fine luglio sempre più frequenti blackout hanno esasperato i cittadini egiziani e danneggiato la produzione industriale. Le interruzioni di corrente sono state causate dalla successione di violente ondate di calore, che ha aumentato i consumi e alla declinante produzione di gas naturale, principale fonte di produzione di elettricità nel Paese.
In questo contesto precario proseguono i negoziati per lo sblocco di una seconda tranche (dal valore di 700 milioni di dollari) del prestito da 3 miliardi sottoscritto con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), di cui l’Egitto è il secondo Paese debitore dopo l’Argentina. Finora il Cairo ha ricevuto una tranche da 347 milioni di dollari, la cui revisione è ancora in corso e non si concluderà prima della fine del 2023. Infatti, data anche l’impopolarità di alcune condizioni stabilite per l’elargizione del prestito (il passaggio permanente a un tasso di cambio flessibile, l’austerità fiscale e la graduale eliminazione dei sussidi sui prezzi del carburante, nonché la privatizzazione di alcune società pubbliche) e il potenziale impatto negativo alla vigilia delle elezioni, è improbabile che il processo si concluda nelle prossime settimane.
Oltre al FMI, nell’ultimo decennio sono numerosi i Paesi che hanno sostenuto anche dal punto di vista finanziario il regime di al-Sisi e l’Egitto, in primis le monarchie del Golfo, che detengono il 25,1% del debito estero dello Stato nordafricano. Le relazioni con Riad, Abu Dhabi e Doha hanno visto un certo irrigidimento e un cambio di approccio negli ultimi mesi: i Paesi del Golfo sembrano dirigersi verso l’abbandono dell’incondizionalità con cui avevano concesso fondi e depositi e condizionano adesso qualsiasi prestito alla realizzazione efficace di un programma di riforme economiche e di governance.
L’impatto politico ed economico della guerra di Gaza
La guerra in corso a Gaza sta già avendo un impatto significativo sulla crisi egiziana, colpendo due settori cruciali per l’economia del Paese, quello energetico e quello turistico. L’Egitto, infatti, importa gas naturale da Israele, fondamentale sia per soddisfare la domanda domestica che per garantire le esportazioni del Paese. Dopo l’attacco del 7 ottobre, Israele ha interrotto le attività di produzione del giacimento di Tamar e, di conseguenza, il flusso del gasdotto East Mediterranean Gas Pipeline, che collega Ashkelon in Israele e Arish in Egitto, e giace a pochi chilometri dalle coste di Gaza. Per oltre un mese, l’Egitto è stato rifornito unicamente dal gas estratto dal giacimento Leviathan e trasportato tramite l’Arab Gas Pipeline (AGP). Le forniture di gas israeliano sono state ridotte di circa un terzo, con ulteriori conseguenze sul già compromesso sistema elettrico egiziano e nuovi e prolungati blackout. Il flusso ha poi ripreso il 21 novembre e si prevede in ripristino delle attività di esportazione di gas a partire da dicembre-gennaio le autorità locali hanno assicurato una piena normalizzazione delle esportazioni di gas a partire dal mese di dicembre.
Per quanto riguarda il settore turistico (che vale circa il 12% del Pil) invece, c’è il timore che la percezione di insicurezza nell’intera regione possa tradursi in un annullamento delle prenotazioni, in un anno che, con 15 milioni di arrivi, avrebbe dovuto superare i livelli del 2019. Nonostante le rassicurazioni del Ministero del Turismo, che parla di un impatto limitato, e l’approvazione di una serie di incentivi a sostegno del settore, si stanno verificando cancellazioni e rinvii. Sono molte le compagnie crocieristiche ad avere cancellato interamente la stagione invernale nel Mar Rosso o ridefinito l’operatività nel Mediterraneo orientale a seguito dello scoppio del conflitto.
Il protrarsi della crisi pone poi il problema politico, economico e logistico del potenziale arrivo di profughi da Gaza, nonostante le autorità egiziane abbiano più volte ribadito il loro rifiuto categorico ad accogliere un eventuale esodo di rifugiati. Il flusso si orienterebbe probabilmente sulla regione confinante la Striscia, la penisola del Sinai, protagonista nel corso degli ultimi anni di una violenta insurrezione jihadista.
Il protrarsi di un insostenibile status quo?
Se l’anticipazione delle elezioni, decisa a fine settembre, sembrava un preludio all’apertura di una stagione di riforme impopolari ma necessarie, il drammatico contesto della guerra rafforza il peso negoziale del Paese nell’intero quadrante geopolitico mediterraneo e mediorientale, e potrebbe rivelarsi, paradossalmente, uno strumento a supporto del regime di al-Sisi, dello status quo e quindi ritardare il processo riformatore.
Dalla guerra in corso, infatti, l’Egitto emerge come uno degli attori “inaggirabili”, come dimostrano le visite di molti leader internazionali al Cairo, i ripetuti incontri con al-Sisi e l’organizzazione del vertice di Pace del Cairo dello scorso 21 ottobre, il primo sforzo multilaterale organico per provare ad affrontare la crisi di Gaza. L’Egitto è un importante protagonista nella crisi attuale dato il ruolo svolto nel raggiungimento di una tregua (24-30 novembre), nella liberazione degli ostaggi e nella gestione del valico di Rafah (principale porta di transito per gli aiuti umanitari). Nel contesto delle prossime elezioni, al-Sisi può capitalizzare il rischio caos alle proprie frontiere e far leva sulla credibilità internazionale acquisita a seguito dell’inizio del conflitto per rafforzare ulteriormente la sua leadership.
Questo potrà tradursi in una nuova linea di credito con i principali donatori e partner economici? Non sarebbe la prima volta in cui il Cairo attira su di sé i favori di altri attori internazionali nell’ambito di una crisi regionale. Nel 1991, come ringraziamento per il supporto ottenuto nell’ambito della prima guerra del Golfo e della coalizione internazionale contro Saddam Hussein, l’Egitto aveva ottenuto la cancellazione di metà del debito di 20 miliardi di dollari detenuto dagli Stati Uniti e da altri alleati.
Secondo alcune analisi, le monarchie del Golfo starebbero già mitigando l’approccio più duro e le richieste di riforme avanzate nel corso dell’ultimo anno, riorientandosi verso forme di assistenza, depositi e pacchetti di salvataggio finanziari. L’Unione Europea si è offerta di investire circa 9 miliardi di euro in settori come il digitale, l’energia, l’agricoltura e i trasporti. La guerra in corso aumenta poi le possibilità che il FMI decida di incrementare di 2 miliardi di dollari il piano di sostegno all’economia egiziana. Infine, il governo punta sull’ingresso del Paese nel gruppo dei BRICS a partire dal prossimo primo gennaio, sperando che questo possa ridimensionare la carenza di valuta estera, attrarre nuovi investimenti e facilitare l’ottenimento di finanziamenti agevolati per lo sviluppo attraverso la Nuova Banca di Sviluppo del blocco.
Negli ultimi anni, analisti ed esperti si sono interrogati sulla possibilità che il “gigante dai piedi di argilla” potesse o meno riuscire a far fronte alle numerose crisi interne ed esterne, se il Paese fosse o non fosse “too big to fail” o “too difficult to save”. Tuttavia, nel contesto attuale, è più probabile che il punto di caduta sia rappresentato da un insostenibile status quo, in cui le incertezze economiche dell’oggi continueranno a essere proiettate sul domani.
Aldo Liga
Ispi Research Fellow

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