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Egitto: la sicurezza alimentare fra guerra, razionamenti e fragilità sistemiche

L’Egitto è tra i paesi più esposti alla volatilità geopolitica ed economica che sta sconvolgendo oggi gli equilibri dell’intero quadrante mediorientale. L’attacco israelo-statunitense all’Iran e la risposta di Teheran si sommano alle altre crisi che si sono succedute nel corso degli ultimi anni, nonché a tensioni economiche di tipo strutturale. A un mese dall’inizio delle ostilità, l’economia del paese più popoloso dell’intera regione è stata già colpita in modo pervasivo e, nell’attuale contesto di profonda incertezza, le fragilità sistemiche di settori strategici, come quello energetico o alimentare, si stanno trasformando in aperte vulnerabilità.

di Istituto Ispi | 10 Aprile 2026

di Aldo Liga*

L’Egitto è tra i paesi più esposti alla volatilità geopolitica ed economica che sta sconvolgendo oggi gli equilibri dell’intero quadrante mediorientale. L’attacco israelo-statunitense all’Iran e la risposta di Teheran si sommano alle altre crisi che si sono succedute nel corso degli ultimi anni, nonché a tensioni economiche di tipo strutturale. A un mese dall’inizio delle ostilità, l’economia del paese più popoloso dell’intera regione è stata già colpita in modo pervasivo e, nell’attuale contesto di profonda incertezza, le fragilità sistemiche di settori strategici, come quello energetico o alimentare, si stanno trasformando in aperte vulnerabilità.

Guerra e insicurezza nel Golfo: un quadro compromesso

Da fine marzo il governo ha imposto la chiusura obbligatoria, alle 9 di sera (alle 10 nei weekend), di ristoranti, bar, centri commerciali, sportivi e ricreativi, nonché una riduzione significativa dell’illuminazione pubblica. Eccezioni sono previste solo per ospedali e supermercati, nonché per hotel e località turistiche. La misura serve a risparmiare energia elettrica: il paese, che fino a pochi anni fa, grazie alle nuove scoperte al largo delle sue coste, puntava a trasformarsi in un hub regionale del gas naturale, si trova oggi sull’orlo di una crisi energetica. Le forniture di gas israeliano, che soddisfano circa il 60% delle importazioni di gas del paese (circa il 15-20% del consumo finale) sono state sospese a causa delle ostilità. In vista dell’estate, il paese conta di rafforzare le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) grazie ai nuovi terminal di rigassificazione galleggiante affittati negli ultimi anni, che finora hanno ricevuto gas principalmente dagli Stati Uniti. Per l’anno in corso sono stati firmati degli accordi con il Qatar, la cui tenuta dipenderà però dalle prossime evoluzioni del conflitto. Il primo ministro egiziano, Mostafa Madbouly, ha dichiarato che a causa dell’aumento dei prezzi del gas (con cui viene prodotto il 76% dell’elettricità del paese), il costo mensile delle importazioni è triplicato, passando da 560 milioni di dollari a oltre 1 miliardo 65 milioni. Il costo del diesel, il principale carburante usato per il trasporto e l’industria, è passato da 665 dollari a 1604 dollari a tonnellata. I prezzi del petrolio dovrebbero tradursi in un raddoppiamentodel costo totale dei sussidi ai prodotti petroliferi, che già valgono circa 1,4 miliardi di dollari l’anno.

Quello energetico non è l’unico settore a risentire dell’impatto della guerra in corso: il turismo, che nella stagione 2025/2026 ha portato oltre 17 miliardi di dollari nelle casse del paese, è potenzialmente fra questi, sebbene al momento si registri solo un “rallentamento relativo” delle prenotazioni. Si teme invece un impatto maggiore per quanto riguarda le rimesse dei lavoratori egiziani nei paesi del Golfo, importante fonte di valuta estera. I lavoratori stranieri residenti nei paesi del Golfo inviano circa 88 miliardi di dollari nei loro paesi di origine: Egitto, Pakistan e India sono le principali destinazioni, per un ammontare che supera il 4% del Pil dei rispettivi paesi.

Più in generale, un indebolimento dell’economia dei paesi del Golfo rischia di avere un effetto devastante sull’Egitto: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar sono stati i principali sostenitori del regime di Abdel Fattah al-Sisi e con le loro elargizioni e investimenti hanno “salvato” il paese in ripetute occasioni negli ultimi anni. Sebbene non sia possibile risalire alla nazionalità dei venditori, l’Egitto ha già vissuto una fuga di capitali del valore di circa 8 miliardi di dollari dall’inizio della guerra, su un totale di circa 45,7 miliardi di dollari detenuti da investitori esteri. La “fuga” ha indebolito la lira egiziana, il cui valore è calato del 10% rispetto al dollaro (da 47 a 52 lire per dollaro). Per quanto riguarda le esportazioni invece, oltre un terzo dell’export egiziano è diretto verso i paesi del Golfo: dall’inizio della guerra quelle dirette verso l’Arabia Saudita sono crollate dell’83%, mentre quelle verso gli Emirati Arabi Uniti del 90%.

Infine, i paesi del Golfo sono esportatori di urea, ammoniaca, fosfati e zolfo, componenti chiave per la produzione di fertilizzanti (oltre il 30% delle esportazioni globali di fertilizzanti attraversa lo stretto di Hormuz): il blocco impedisce l’export, riduce la disponibilità e aumenta i prezzi dei fertilizzanti su scala globale, oltre che del prodotto finito (i fertilizzanti valgono circa il 20% dei costi di produzione cerealicola). Nonostante sia un paese produttore di fertilizzanti, e non sia particolarmente esposto a livello di importazioni provenienti dal Golfo, l’Egitto rischia di soffrire gli effetti collaterali di questa ennesima crisi. A inizio marzo il governo ha deciso di fissare il prezzo massimo consentito per la vendita di pane non convenzionato nei panifici privati allo scopo di evitare un eccesso di pressione inflazionistica. La questione, infatti, è altamente sensibile. Come si intrecciano le odierne dinamiche geopolitiche con i fattori cronici di insicurezza alimentare presenti nel paese? L’Egitto è preparato a uno nuovo shock, dopo i timori dell’ultima crisi alimentare globale nel 2022?

Insicurezza alimentare in Egitto: un problema cronico

Nel paese più popoloso della regione, con un tasso di crescita demografica che vede la popolazione aumentare di circa 1,5 milioni di abitanti ogni anno, l’insicurezza alimentare rappresenta una sfida e una minaccia alla stabilità interna che si ripercuote ben oltre i confini nazionali.

L’Egitto è fortemente dipendente dai mercati alimentari globali e, di conseguenza, altamente vulnerabile agli shock dei prezzi e alle perturbazioni dei flussi commerciali. Il paese è il più grande importatore di grano al mondo, elemento che rappresenta più del 50% del consumo totale di cibo, nonché il 35% dell’apporto calorico dei suoi abitanti. Quattro anni fa, al momento dell’attacco russo all’Ucraina, molti esperti avevano presagito che la crisi alimentare innescata dalla guerra potesse scatenare profonde ricadute sociali. Nel corso del 2022, infatti, l’indice dei prezzi dei cereali della FAO era aumentato del 17,9% rispetto all’anno precedente e, in un paese che importava circa l’80% del suo grano da Russia e Ucraina, si temeva che l’inflazione alimentare o la carenza di cibo potessero sfociare in malcontento sociale e disordini. Esistevano dei precedenti storici, dalle “rivolte del pane” del 1977 alla rivolta del 2011 che ha rovesciato l’ex presidente Hosni Mubarak, durante la quale i manifestanti invadevano le strade del paese sotto lo slogan “pane, libertà e giustizia sociale”. Nonostante alla fine la crisi del 2022 non si sia effettivamente tradotta in disordini sociali su larga scala, il governo aveva comunque predisposto una serie di misure per affrontare la questione dell’insicurezza alimentare, dalla diversificazione dei fornitori di grano all’aumento della produzione alimentare locale e della produttività, a miglioramenti nelle strutture di stoccaggio strategico fino a una riforma del sistema di sussidi alimentari. Quattro anni dopo quella crisi, però, i risultati ottenuti restano in chiaroscuro.

Diversificare le importazioni: il ruolo di Mustaqbal Misr

Nel 2022, l’Egitto aveva cercato di limitare il rischio di possibili interruzioni nelle importazioni di cereali da Russia e Ucraina diversificando i propri fornitori, in particolare aumentando gli acquisti da Romania e Francia e aprendosi alle importazioni dall’India. Tuttavia, già alla fine dello stesso anno, le esportazioni russe avevano ripreso il ritmo precedente alla guerra e i dati del 2025 dimostrano come questa dipendenza si sia tutt’altro che affievolita: la Russia è rimasta il principale fornitore di grano dell’Egitto, sebbene la sua quota sia scesa dal 74% nel 2024 al 55%, compensata da un aumento delle importazioni dall’Ucraina, la cui quota è passata dal 15% a oltre il 30%.

Nonostante la dipendenza dai fornitori del Mar Nero sia rimasta intatta, nel 2025 le importazioni di grano sono comunque diminuite del 10,7%, passando da 14,69 milioni di tonnellate nel 2024 a 13,11 milioni di tonnellate. Questa tendenza non è dovuta a una riduzione dei consumi, bensì – almeno in parte – alle nuove modalità di acquisto del grano decise dal governo. Infatti, lo storico intermediario per il commercio tra l’Egitto e i fornitori esterni, la General Authority for Supply Commodities (GASC), è stato sostituito da una nuova agenzia incaricata di importare grano e altri prodotti alimentari: Mustaqbal Misr. Mentre la GASC operava sotto la direzione del Ministero per l’Approvvigionamento, la nuova entità è legata alla sfera militare, nello specifico all’aeronautica militare egiziana, ulteriore segnale del ruolo crescente dei militari nelle attività economiche civili – caratteristica distintiva dell’Egitto di al-Sisi. In pochi anni, Mustaqbal Misr ha progressivamente ampliato il proprio portafoglio, con attività che vanno dalla creazione di agro-industrie, all’allevamento animale, all’acquacoltura e alla produzione avicola, fino alla costruzione di strutture di stoccaggio, alla gestione di negozi alimentari e di impianti energetici. Per l’acquisto di grano, Mustaqbal Misr opera sia tramite gare d’appalto, come faceva la GASC, sia tramite accordi privati con fornitori esterni. Secondo alcuni operatori, questo approccio – caratterizzato da negoziati informali, tentativi di contrattare i prezzi e ritardi nei pagamenti – ha messo sotto pressione i rapporti con i fornitori, ridotto la trasparenza e, in ultima istanza, contribuito al calo delle importazioni di grano registrato dal paese nel 2025. Sebbene si preveda che il fabbisogno di importazioni di grano cresca quest’anno, con un pronostico di circa l’8% superiore alla media storica, le mancanze a livello di strategia di diversificazione e di trasparenza nei processi di approvvigionamento non sembrano oggi lasciare immaginare un rafforzamento della resilienza del paese di fronte a future crisi alimentari.

Produzione e stoccaggio in condizioni climatiche estreme

Nel febbraio 2022, al-Sisi aveva annunciato l’intenzione di aumentare le aree coltivate a grano (pari a 3,6 milioni di acri quell’anno) di 1 milione di acri nel 2023 e di 2 milioni nel 2024. La sfida era considerevole, tenendo conto che oltre il 90% del territorio egiziano è desertico e che il paese sta perdendo circa il 2% delle restanti aree coltivabili ogni dieci anni a causa della crescente urbanizzazione. L’ultimo piano presentato dal Ministro dell’Agricoltura nell’ottobre 2025 per la stagione di coltivazione del grano 2026 mirava a seminare non meno di 3,5 milioni di feddan(corrispondenti a poco più di 3,6 milioni di acri), lasciando così trasparire che gli ambiziosi obiettivi annunciati nel 2022 non erano ancora stati raggiunti. Nonostante ciò, si stima che la produzione di grano cresca quest’anno, sostenuta dal prezzo di acquisto elevato, introdotto dal governo all’inizio della stagione di semina 2024/2025 per incoraggiare gli agricoltori ad aumentare le coltivazioni, e dalla distribuzione su larga scala di sementi di alta qualità.

La resilienza dell’agricoltura locale è comunque compromessa dagli effetti sempre più visibili del cambiamento climatico. Le ondate di calore, che stanno diventando sempre più frequenti e intense – con temperature prossime ai 50°C nel sud del paese – hanno già ridotto la produzione di colture come mais, datteri, mango e ortaggi. Il governo sta intervenendo modificando i calendari di semina, al fine di anticipare i raccolti prima dei mesi più caldi e promuovendo la ricerca e l’innovazione agricola. Nel 2021, il governo ha lanciato il “New Delta project”, che mira a trasformare 2,2 milioni di feddan (9.240 chilometri quadrati) a ovest del Delta del Nilo in terreni agricoli produttivi, aumentando così le terre coltivabili fino al 23% e, di conseguenza, la produzione agricola. La metà di questi terreni è destinata a essere gestita direttamente da Mustaqbal Misr. Una caratteristica distintiva del progetto è la costruzione di un fiume artificiale di 114 km, che utilizza le acque del Rosetta, un ramo del Nilo, per irrigare i terreni.

Tra le altre misure attuate per rafforzare la sicurezza alimentare del paese vi è l’espansione della capacità di stoccaggio di cereali, al fine di aumentare le riserve strategiche. Lanciato nel 2015, il National Silos Project mira a costruire circa 50 silos in 17 governatorati. Su questo punto, il paese sta inoltre cercando di emergere come centro regionale per lo stoccaggio, la gestione e la redistribuzione dei cereali, con discussioni in corso sia con controparti russe sia ucraine. Il primo ministro Madbouly ha recentemente ribadito la proposta – sviluppata con la FAO – di istituire un “Centro globale di stoccaggio dei cereali” nella zona economica del Canale di Suez.

Sussidi alimentari: costo economico e impatto sociale

La questione dei sussidi alimentari rappresenta un tema chiave in Egitto, in quanto questi fungono da componente essenziale del contratto sociale –  concernendo la maggior parte della popolazione – ma al contempo costituiscono anche un onere significativo per il bilancio statale. Il governo sta cercando di intervenire in questo ambito, sebbene qualsiasi tentativo di riforma comporti il rischio di significative ricadute sociali, proteste e manifestazioni.

I costi complessivi del programma di sussidi sono aumentati nel corso degli anni: il paese ha stanziato 91 miliardi di lire egiziane per i sussidi al pane nel bilancio 2023/2024 e circa 125 miliardi nel 2024/2025. Nel bilancio 2025/2026, i sussidi sono aumentati del 20% fino a 160 miliardi, mentre il progetto di bilancio 2026/2027 prevede un ulteriore aumento a circa 200 miliardi di sterline (intorno ai 4,1 miliardi di dollari). In questo contesto, nel giugno 2024 il governo ha aumentato il prezzo della pagnotta di pane sovvenzionato baladi da 5 a 20 piastre (da 0,001 a 0,004 dollari), il primo aumento in 36 anni. Questa misura è stata l’ultima di una serie di azioni intraprese dalle autorità pubbliche in risposta alla crisi alimentare del 2022, preceduta da interventi quali la riduzione delle dimensioni delle pagnotte e l’introduzione di farina di mais e patate nella ricetta al fine di contenere l’aumento dei costi di produzione. Nelle ultime settimane, Madbouly ha rassicurato la popolazione che la guerra in corso in Iran non condurrà il governo ad aumentare ulteriormente il prezzo del pane sovvenzionato.

Negli ultimi anni, inoltre, il governo ha lavorato per ridurre il numero di beneficiari del sistema nazionale di redistribuzione di beni alimentari: prima di maggio 2024, circa 63 milioni di persone erano registrate nel sistema nazionale di razionamento e 71 milioni nel programma di sussidi al pane, mentre nel gennaio 2025 erano rispettivamente 61 milioni e 69 milioni. Tuttavia, la riduzione dei sussidi pone un’altra sfida: quella dell’equità. Molti dei 110 milioni di abitanti del paese, il 60% dei quali si stima viva al di sotto o vicino alla soglia di povertà, fanno affidamento sul pane come componente essenziale della propria dieta e il modo in cui il numero dei beneficiari viene ridotto è risultato arbitrario. Nell’ottobre dello scorso anno, il Ministero dell’Approvvigionamento ha sospeso le tessere di razionamento alimentare a 500.000 persone. Il furto di elettricità, così come il possesso di automobili private o l’iscrizione dei figli a scuole e università private, sono tra le cause utilizzate per giustificare l’esclusione delle persone dal sistema.

Il nesso tra sicurezza alimentare, regime-security e politica estera

Come abbiamo visto, la sfida del rafforzamento della sicurezza alimentare in Egitto entra in relazione con una molteplicità di questioni diverse, dalla riforma del contratto sociale, alla lotta contro povertà e le disuguaglianze, alle problematiche relazioni stato-militari, fino a questioni più ampie, che vanno dalle sfide poste dal cambiamento climatico agli effetti delle guerre nella regione e le relazioni con le potenze esterne.

Come già menzionato, le numerose crisi geopolitiche che hanno colpito l’intera regione MENA negli ultimi anni hanno avuto un impatto visibile sull’economia egiziana, minacciando ampiamente la sua sicurezza alimentare. La guerra a Gaza e la successiva crisi nel Mar Rosso hanno ridotto le entrate del paese a causa del forte calo del traffico nel Canale di Suez – con perdite mensili di circa 800 milioni di dollari. Nel frattempo, il conflitto in Sudan – in corso dal 2023 e che ha sfollato oltre 10 milioni di persone – ha ulteriormente messo sotto pressione il sistema alimentare egiziano, mentre i negoziati con l’Etiopia sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) si trovano in una fase di stallo. Per il Cairo, la GERD rappresenta una minaccia esistenziale alla propria sicurezza nazionale, poiché mette a rischio l’accesso alle acque del Nilo riducendo potenzialmente la produzione agricola, in particolare in caso di siccità.

Data la centralità delle questioni alimentari per la stabilità dell’Egitto, Il Cairo è riuscito a trasformare il rischio di deterioramento della sicurezza alimentare in una leva aggiuntiva per ottenere fondi e investimenti dai suoi principali donatori – come già fatto in passato con il rischio di collasso finanziario (soprattutto con i partner del Golfo) o di aumento dei flussi migratori (in particolare con le controparti europee). In effetti, il paese è riuscito a siglare numerosi accordi con partner stranieri per affrontare il problema dell’insicurezza alimentare. Dopo i 100 milioni di euro stanziati nel 2022 e il sostegno finanziario incluso nel partenariato strategico e globale UE-Egitto firmato nell’aprile 2024, lo scorso maggio l’Egitto e la Banca Europea per gli Investimenti hanno firmato un accordo di finanziamento agevolato da 90 milioni di euro per migliorare le infrastrutture di stoccaggio e logistica dei cereali del paese. I fondi sono stati assegnati alla GASC. Un prestito simile, pari a 700 milioni di dollari, è stato concordato con la Islamic Trade Finance Corporation all’inizio dello stesso anno. Alla fine del 2024, l’Egitto ha formalizzato un accordo quadro con l’Abu Dhabi Exports Office (ADEX) per finanziare le importazioni di grano: l’accordo fornirà 100 milioni di dollari nell’arco di cinque anni.

Questi investimenti si inseriscono nel consolidato sostegno fornito dai paesi del Golfo alla presidenza di al-Sisi, recentemente esemplificato da investimenti su larga scala nel settore immobiliare. In questo senso, la sfida della sicurezza alimentare (e la minaccia delle conseguenze dell’insicurezza) emerge come uno strumento di politica estera e, di conseguenza, come uno strumento nelle mani di al-Sisi per sostenere la propria legittimità interna. Tuttavia, nell’attuale contesto di crisi, con i tradizionali partner del Golfo indeboliti e meno propensi a investire all’estero una rendita energetica già notevolmente ridotta dalla guerra in corso, nonché un’architettura di sicurezza regionale sull’orlo del collasso, tutto ciò sembra di nuovo essere in discussione, con conseguenze per l’Egitto difficilmente prevedibili.

Aldo Liga

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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