
All’epoca dell’incontro di Ferragosto in Alaska, quando Donald Trump accolse Vladimir Putin con tutti gli onori e il tappeto rosso, in molti parlarono di figuraccia internazionale. Il presidente degli Stati Uniti appariva piegato all’abilità tattica dello zar, mentre la Russia continuava a bombardare l’Ucraina. Oggi, col senno di poi, quel vertice e soprattutto quell’inconsueto passaggio in macchina, assumono contorni più chiari, seppur inquietanti. È facile immaginare – in un colloquio ovviamente ipotetico – uno scambio del tipo: “Facciamoci i fatti nostri. Tu continua la tua operazione in Ucraina e io porto avanti un piano che sto perfezionando altrove”. Dove altrove significa Venezuela. Un Paese che non si sequestra diplomaticamente – nemmeno accusandone il leader di brogli elettorali – senza prove solide e soprattutto senza interessi enormi in gioco. Interessi come le più grandi riserve petrolifere del pianeta. Un’operazione di questa portata non può prescindere dal tacito consenso del vero podio del mondo: Cina, Russia e Stati Uniti. Non a caso l’intervento americano non viene mai chiamato “guerra”, ma “azione di polizia”, esattamente come Mosca definisce l’invasione dell’Ucraina una “operazione militare speciale”. Anche nel linguaggio i due presidenti si somigliano più di quanto vogliano farci credere. Nello stesso scenario si inserisce la Cina. Trump avrebbe già rassicurato Xi Jinping: su Taiwan ci sarà qualche rumore mediatico, il minimo indispensabile per la stampa occidentale, ma nella sostanza un via libera. Un accordo non scritto esteso per cortesia anche a Putin. Fantapolitica? Forse. Ma come ricordava Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato però spesso ci si azzecca. Tra Trump e Putin emerge così un vero e proprio flirt politico su scala planetaria, fondato sulla spartizione delle aree di influenza e sull’indifferenza verso i principi che ufficialmente si proclamano. La prova definitiva arriverà quando Pechino deciderà di passare all’azione su Taiwan, un’ipotesi molto più vicina di quanto si voglia ammettere. Nel frattempo, mentre la geopolitica si muove a colpi di carri armati e comunicati stampa, la finanza festeggia. Nel 2025, grazie al balzo delle borse, otto mega-miliardari hanno accumulato una ricchezza pari a quella di un quarto dell’umanità. Un risultato ottenuto anche cavalcando le “performance politiche” del tycoon.
E viene in mente Pirandello: nel 2025, primo anno del secondo mandato di Trump, il presidente degli Stati Uniti sembra aver indossato tutte le maschere della commedia recitando ogni parte possibile, mentre il mondo paga il prezzo dello spettacolo.
Angelo Santoro

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