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Ecco il filo che lega i ballottaggi al pronunciamento sulla brexit e al voto spagnolo

Fino al nostro referendum costituzionale e alla scelta Clinton-Trump.

di Terza Repubblica | 19 Giugno 2016

Potrà sembrare strano, ma per valutare il senso politico della tornata elettorale amministrativa non basterà conoscere l’esito dei ballottaggi di domenica, ma bisognerà attendere giovedì 23 e domenica 26 giugno, quando gli inglesi si saranno pronunciati sulla cosiddetta Brexit, che se passasse aprirebbe le porte alla prima secessione europea in settant’anni, e gli spagnoli saranno tornati alle urne per (ri)tentare di darsi un governo dopo sette mesi di stallo. C’è infatti un filo invisibile ma solido che lega questi tre pronunciamenti popolari, che a loro volta saranno molto indicativi di quale potrà essere l’esito di altri due appuntamenti, entrambi in autunno: il nostro referendum costituzionale e le elezioni presidenziali americane che mettono in competizione Hillary Clinton e Donald Trump.

La spiegazione è semplice. Renzi, anteponendo e personalizzando a mo’ di plebiscito la campagna referendaria a quella amministrativa, ha finito per rendere il voto nelle città una scelta politica pro o contro lui. Tanto più lo sono i ballottaggi, che per loro natura si prestano al voto “contro”. È evidente, quindi, che se il Pd, uscito male già dal primo turno, dovesse perdere a Roma, Milano e Torino – le probabilità che ciò capiti anche a Bologna sono basse, anche se lì è già una sconfitta non aver centrato l’obiettivo al primo giro – il colpo per la leadership di Renzi, che per sua cocciuta insistenza ha voluto avere e mantenere le due cariche di presidente del Consiglio e segretario del partito, sarebbe micidiale. Ma quell’eventuale esito avverrebbe in due casi su tre – o tre su quattro se si vuole considerare ancora aperta la partita bolognese – per mano di forze populiste e anti-sistema (5 stelle a Roma e Torino, Lega a Bologna), accomunate tra loro da un’avversione totale all’Europa e all’euro. Forze, cioè, che se fossero inglesi sarebbero alla testa del “partito Brexit”.

Anzi, nel caso dei grillini, c’è una vera e propria alleanza stipulata con l’Ukip di Nigel Farage, il quale non casualmente ha dichiarato al Corriere della Sera: “Grillo e io distruggeremo la vecchia Unione europea. Il 19 giugno i 5 stelle eleggono il sindaco della Capitale e cambiano l’Italia. Il 23 giugno la Gran Bretagna esce dall’Unione e cambia l’Europa. Avremo un effetto domino: l’Ue sta per crollare”. Certo, è anche vero che Luigi Di Maio, presunto leader in pectore del Movimento, ha preso le distanze, almeno in parte, dalle posizioni più oltranziste. Ma rimane il fatto che, a ben pensarci, il dualismo del voto italiano (per come si è messo) e di quello inglese è uguale: votare in modo conservativo a favore degli attuali establishment (europeisti), in nome della stabilità e della governabilità, o azzardare il voto “contro” per protesta e manifesta scontentezza verso lo status quo, pur sapendo che la clava che si usa ha limiti evidenti?

 

Il caso Campidoglio

Si prenda Roma: tutti sanno che Giachetti è più attrezzato, in termini di esperienza politica e conoscenza della macchina amministrativa, della fragile Raggi (già molto meglio appare la Appendino a Torino), ma nello stesso tempo sono in molti a credere – ed è difficile dar loro torto – che il Pd romano abbia dato abbondanti prove di pochezza (quando non peggio). E in più c’è il fattore Renzi, dividente. Ergo, è probabile che siano in molti a pensare che a parità di incapacità di governare tanto vale dare una lezione agli arroganti. E dunque che, pur consci che la grillina sindaco difficilmente caverà il classico ragno dal buco, è meglio che vinca la Raggi. O meglio, che perda il Pd.

Anche perché, si aggiunge, a quel punto gli elettori che votano i 5 stelle con convinzione, si renderanno consapevoli che non basta sfogarsi contro chi pur merita il loro voltar le spalle, che non basta qualche faccia nuova se il prezzo che si paga è l’incompetenza e l’inesperienza. Insomma, che ci vuole altro. Nel frattempo, però, avrà prevalso la protesta.

 

In ballo c’è l’Europa

E, se ci pensate bene, è lo stesso tipo di opzione su cui gli inglesi sono chiamati a pronunciarsi: l’attuale Europa è un’inguardabile incompiuta, su questo non ci piove, ma si tratta di decidere se sia meglio assestarle una bastonata – magari nella speranza di un sussulto reattivo – o se sia preferibile non buttar via quel poco che c’è. E nel fare la scelta se restare o uscire dall’Europa, gli inglesi finiranno inevitabilmente per influire sia sugli orientamenti degli spagnoli – Podemos, il partito anti-sistema, è già salito dal 20,7% delle elezioni di dicembre al 26% degli ultimi sondaggi e potrebbe diventare la prima forza del paese, seppure in coalizione con i socialisti del Psoe – sia sulla scelta per la Casa Bianca.

Se gli americani vedranno i loro principali alleati oltreoceano prendersi la libertà di mandare a quel paese l’Europa, allora saranno tentati di imitarli votando l’uomo della rottura, pur sapendo che Trump è pieno di difetti; altrimenti, in caso contrario, sentiranno più logico scegliere la rassicurante continuità con la Clinton. D’altra parte, la politica americana e quella inglese sono sempre state legate: la Thatcher arrivò al potere nel 1979, Reagan nel 1978. Clinton nel 1992, Blair nel 1997. Farage e Boris Johnson sono speculari a Trump, per i Brexiters lasciare la Ue è come il muro al confine con il Messico per i sostenitori dell’outsider repubblicano, l’idea di un argine all’immigrazione (che né Cameron nè Obama riescono a fermare) è identica. Così come sono entrambi contro “le elite” e l’eccesso di regole, facendo leva sul medesimo sentimento di paura.

Come ha efficacemente rilevato il Financial Times, una parte dell’America è terrorizzata dalla Brexit. Mai un presidente Usa, prima di Obama, era entrato nella campagna elettorale di una democrazia alleata. E mai nessuno dei 13 precedenti Segretari di Stato e alla Difesa aveva preso posizione. Insomma, mai l’establishment americano era intervenuto con tale forza. Non c’è un legame di causa ed effetto tra i due voti, ma il referendum britannico è un testo sullo stato di salute delle democrazie occidentali che, a seconda, può psicologicamente rappresentare un semaforo rosso o verde per Trump.

 

Un referendum su Renzi

Dunque, tornando all’Italia, dopo i ballottaggi dovremo leggere il voto sommandolo a quello del primo turno, considerare la quantità assoluta di suffragi (e non le percentuali, che sono sempre fuorvianti), conteggiare le astensioni. Questa analisi ci darà una prima indicazione delle dimensioni degli schieramenti in vista del referendum istituzionale, che sarà discriminante per sapere se proseguirà o si sarà chiusa la stagione del renzismo, che qui abbiamo chiamato Seconda Repubblica bis. Ma non sarà sufficiente.

Solo dopo la scelta britannica e iberica, e in pieno clima elettorale americano, conosceremo quale sorte ci toccherà. Sapendo fin d’ora che abbiamo tre possibilità: confermare Renzi e il renzismo,  affidarci anche noi al populismo “anti”, o trovare un’alternativa, tutta da costruire ma non impossibile, unendo le forze moderate e riformiste. In tutti i casi, allacciate le cinture di sicurezza.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 5 stelle, bologna, brexit, campagna elettorale, campidoglio, casa bianca, corriere della sera, democrazia, dichiarato, elezioni, europa, financial times, gran bretagna, hillary clinton, leadership, lega, milano, movimento, natura, obama, pd, politica americana, presidente del consiglio, referendum, renzi

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