Ci risiamo. Il governo si prepara per l’ennesima volta ad andare a Bruxelles con il cappello in mano a chiedere di poter fare più deficit. La chiamano flessibilità, ma quello vuol dire. Sia chiaro, si tratta di una cosa più che legittima: il verso della congiuntura non lo si cambia certo tirando la cinghia. Ma perché l’operazione sia anche utile presuppone che quelle risorse vengano utilizzate per investimenti produttivi, non per spesa corrente come si è fatto finora. E qui casca l’asino. Perché l’approccio di Renzi e Padoan – non si sa quanto in accordo tra loro, ma poco importa ai fini dell’interesse generale – è fallace per almeno quattro motivi.
Il primo è l’analisi che accompagna la terza manovra di bilancio di questo esecutivo. Si dice: siamo svantaggiati perché le crisi migratorie, i pericoli terroristici e la Brexit hanno creato un clima pesantemente negativo. Balle. Sono problemi comuni in Europa – noi patiamo di più i flussi dei migranti ma meno il terrorismo, la Brexit, per quel che vale, riguarda tutti – e incidono marginalmente. Se così non fosse sarebbe sbagliato, e non lo è, il calcolo fatto da LaVoce.info secondo cui fatto 100 il pil all’inizio del governo Renzi, nei 10 trimestri trascorsi l’Italia è arrivata solo a 101,1 mentre la Ue è a 103,3: questo significa che in due anni e mezzo abbiamo perso 2,2 punti di pil rispetto alla media europea. Vogliamo una volta per tutte raccontare la verità agli italiani? E cioè che siamo dentro ad un declino strutturale che dura da un quarto di secolo e che dal 2008 in poi si è moltiplicato, rendendo l’Italia (Grecia a parte) la maggiore vittima della Grande Recessione. E che per uscirne occorre un piano straordinario, non “pezze a colore” (per dirla alla napoletana). Possibile che ogni anno ci tocchi assistere alla manfrina di previsioni rosa che via via diventano consuntivi neri? Il governo contava di arrivare nel 2016 ad un aumento del pil dell’1,6%. Poi nel Def di aprile ha ridotto le aspettative a 1,2%. Ora tocca registrare una crescita zero che lascia intravedere una chiusura dell’anno – se va bene, cioè se non si passa dalla stagnazione alla recessione – ad un misero +0,6%, oltretutto unicamente per effetto della politica monetaria della Bce. Stagnazione più deflazione si definiscono in un modo solo: crisi economica. È da gufi dirlo? O da bugiardi tacerlo?
Il secondo errore che il governo sembra intenzionato a commettere, da recidivo, è quello di pensare a usare le risorse (o meglio, il maggior deficit) senza un piano di politica economica e industriale, finendo per inseguire il sogno (la chimera) che un po’ di spesa a pioggia generi contemporaneamente un po’ di crescita economica e molto consenso da spendersi prima di tutto al referendum costituzionale e poi alle elezioni (più o meno anticipate). Ora gli 80 euro e il bonus giovani hanno dimostrato che il primo obiettivo non è raggiungibile per questa strada. E le elezioni amministrative si sono incaricate di dar prova che le elargizioni non si traducono in modo automatico in voti. Ci vorrebbe un grande piano di investimenti – gli unici che assicurano sviluppo – e invece ci troviamo di fronte al miserevole “patto Delrio” (fatto dal ministro delle Infrastrutture con Renzi, Padoan e la Ragioneria Generale) per cui ogni volta che c’è un investimento concreto che può essere realizzato, non saranno i limiti di cassa a determinarne il blocco. Capite? Non un piano di priorità, ma se capita un’occasione…
Sicura, anche se ancora incerta nei contenuti (ormai è tradizione che venga determinata in via definitiva persino molti giorni dopo la formale approvazione della legge di Stabilità), è invece la solita lista della spesa: dal dossier pensioni (anticipo con l’Ape, aumento della no tax area e 14ma per le minime), che costa almeno 2,5 miliardi, al taglio dal 27,5 al 24% del livello dell’Ires (3 miliardi), dalla conferma della decontribuzione sulle nuove assunzioni e il premio sulla contrattazione di secondo livello (3 miliardi) alla riduzione dell’Irpef per 6-7 miliardi (che peraltro il viceministro Morando ha già bocciato). Se si considera che per evitare che scattino le clausole Ue di salvaguardia (aumento dell’IVA al 25,5% e accise sulla benzina) ci vogliono 9,4 miliardi, il conto sale complessivamente a 25 miliardi (o a 18 se si accantona la manovra sull’Irpef, che però è quella elettoralmente più vendibile). E questo al netto di eventuali aggiornamenti relativi all’andamento di entrate e uscite in corso d’anno.
Il ministero dell’Economia ha diffuso un comunicato per definire “prive di fondamento ipotesi e cifre sulla prossima manovra” che in questi giorni impazzano sui giornali. Giusto, prendiamo atto che ad oggi nulla si sa di ciò che ci sarà scritto nel Documento di economia e finanza che sarà presentato entro il 27 settembre. Tuttavia basta un giornalista scrupoloso, nello specifico Enrico Marro del Corriere della Sera, per sapere che le cifre che stanno circolando (25-30 miliardi) non sono numeri della lotteria. Marro è infatti andato a pagina 80 del Def esistente e ci ha trovato due riferimenti dai quali è difficile scappare: il dato atteso dell’inflazione e una proiezione di cosa succederebbe se la crescita del pil fosse di mezzo punto inferiore alle previsioni (cioè 0,7% anziché 1,2%). Nel primo caso scopriamo che il Def si regge sull’ipotesi che grazie al quantitative easing della Bce l’inflazione possa tornare velocemente verso il target del 2%, arrivando intanto all’1,3% nel 2017. Ma noi siamo in deflazione, e quindi ben lontani dal target. Se a questo si aggiunge che se il pil facesse +0,7% (in realtà siamo sotto, ma facciamo finta) il deficit salirebbe al 2,9%, sei decimi in più rispetto all’obiettivo del governo (2,3%), se ne deduce che diventerebbe inevitabile una manovra di aggiustamento in autunno. E peggio potrebbe andare nel 2017, considerato che le attese Ue (al netto di flessibilità già concessa) sono di un rapporto deficit-pil dello 0,8% contro il 2,9% che si confermerebbe.
Non contenti di spendere senza costrutto, ecco il terzo errore che si sta commettendo: continuare a disgiungere deficit da debito. Perché se è giusto rivendicare maggiori margini di spesa, specie per un paese che da anni ha un track record di avanzo primario (più entrate che uscite, al netto della spesa per interessi), ciò non può essere disgiunto da una riduzione dell’insopportabile – e crescente – livello del debito. Il quale ha raggiunto a giugno il record di 2.248 miliardi, ben 141 in più dei 2.107 del febbraio 2014 quando si insediò il governo Renzi. L’incremento – mediamente 4,7 miliardi al mese – è del 6,7%, sei volte in più di quanto si sia irrobustito il pil nello stesso arco di tempo. Tanto che il rapporto debito-pil è poco sotto il 133%, terzo al mondo dopo quello giapponese e quello greco. Si può dar fondo alla retorica descrivendo mirabolanti obiettivi raggiunti nel risanamento finanziario italiano, si può fare ricorso al computo del risparmio privato (sempre cospicuo, ma comunque in via di erosione) per mischiare le carte, ma un governo che eviti di affrontare il nodo dello stock di debito accumulato fin qui, non avrà mai le carte in regola sia per conquistarsi spazi maggiori di deficit sia, a maggior ragione, per contestare le regole Ue e controproporne delle altre. Mentre uno scambio “più deficit – meno debito” ci darebbe credibilità sia al cospetto degli altri partner europei sia, soprattutto, dei mercati finanziari. Perché se è vero quello che il quotidiano britannico The Times ha scritto, e cioè che Renzi al vertice di Ventotene di lunedì prossimo vuole realizzare uno scambio con Angela Merkel in base al quale appoggia la linea morbida e attendista della cancelliera tedesca (e della neo-premier inglese Theresa May) sulla Brexit, per ottenere il sostegno di Berlino ad un allentamento delle regole di austerity, non è certo questo il messaggio che metterà la museruola alla pressione speculativa sui titoli bancari italiani, nuova versione dello spread che nel novembre 2011 disarcionò Berlusconi.
E qui siamo al quarto esiziale errore che il nostro primo ministro sta facendo: sperare che la benevolenza della signora Merkel gli salvi la pelle. Ma ammesso e non concesso che la cancelliera voglia (o possa, vista la posizione rigida del potentissimo ministro delle Finanze, Schauble, e del presidente della Bundesbank, Weidemann) concedergliela, rimane il fatto che se lo spazio di manovra acquisito lo userà soltanto per mettere un po’ di soldi in circolo, con ciò sperando di conquistare il favore degli elettori prima del referendum con cui ha messo in gioco il suo futuro politico, Renzi avrà sbagliato due volte i conti. Nel primo caso non avrà rilanciato l’economia, anzi non avrà neppure messo le barriere necessarie a evitare che ripiombi in una nuova recessione. Nel secondo non avrà affatto indotto gli italiani a votare Sì alle riforme costituzionali, perché abbiamo la netta impressione che siano stufi di farsi mettere inutili carote sotto il naso e sentirsi dire che chi vota No porta alla disperazione il Paese.
Enrico Cisnetto

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