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Ebrei tra Alpi e Costa Azzurra: una “nazione” prima e oltre gli “stati”

Il “dilemma dell’annessione attraversava le famiglie e le spaccava. Per gli ebrei v’era però una terza opzione, silente: rimanere se stessi, “nazione”, come sempre nei secoli. Fu il caso di molte famiglie della Costa Azzurra.

di Aldo A. Mola | 12 Agosto 2019

13  aprile 1850: quando Cavour fece fischiare una palla…

“Oh, gran bontà de’ cavalieri antiqui” scrisse il poeta. Anziché moltiplicare insulti e polemiche, vi sono altri modi per chiudere una disputa nata in Parlamento. Lo documentano gli Atti della Camera dei deputati del regno di Sardegna, l’unica elettiva in Italia dopo il fallimento del Quarantotto, a dimostrazione che la monarchia rappresentativa varata da Carlo Alberto e dal suo giovanissimo successore, Vittorio Emanuele II, era il solo regime capace di guidare l’impervio cammino dell’Italia verso indipendenza nazionale, unità e libertà. Emblematica rimane la “resa dei conti” tra due deputati della Camera “subalpina” nella primavera del 1850. Camillo Cavour, ancor prima della nomina a ministro di Agricoltura e Commercio in successione allo sfortunato Pietro Derossi di Santarosa, era schierato per la liberalizzazione degli scambi. In aprile si aprì il dibattito sul trattato di navigazione e commercio con la Francia. Il conte lo propugnò a spada tratta. Lo ricorda Simona Tombaccini in “La Nazione Ebrea di Nizza, 1814-1860” (Ed. Centro Studi Piemontesi, candidato al Premio Acqui Storia), uno di quei libri che chiedono una vita di ricerche d’archivio ma poi durano nei secoli. Gli si oppose Henri Avigdor, di cospicua famiglia israelita, deputato di Gavi e strenuo difensore degli interessi della sua nativa Nizza Marittima. Dall’Aula di Palazzo Carignano la polemica, tutta svolta in perfetto francese (Cavour lo parlava meglio che l’italiano), rimbalzò nei giornali. Il duello tra il cavouriano “Il Risorgimento” e “La Voix de l’Italie”, periodico  fondato da Giulio Avigdor, fratello di Enrico, salì al diapason. Secondo il costume del tempo ai due non rimase che posare la penna e passare ai fatti: un duello alla pistola. Lasciati per pochi minuti gli scranni deputatizi, il pomeriggio del 13 aprile si trovarono sulle sponde della Dora, non lontano da un cimitero. Per sorteggio, Avigdor sparò per primo. Ebbe a portata di tiro la vita del trentenne Camillo e, con essa, le sorti del regno e dell’Italia ventura. Mancò il bersaglio. Lo stesso fece Cavour. I rispettivi padrini si affrettarono a giudicare chiuso il duello, “considerato il contegno franco e generoso dei due avversari”. Il nizzardo tese amichevolmente la mano al conte confidandogli di aver sentito “siffler la balle” all’orecchio. “Non ho mirato per mancarvi” rispose Cavour, gelido e ambiguo come un oracolo. Poiché il duello era proibito, il procuratore generale di Torino li incriminò, ma la Camera respinse l’autorizzazione a procedere. Il codice dell’onore prevaleva su quelli ordinari. La loro riconciliazione avvenne in Aula e, come Cavour confidò divertito, il trattato passò grazie alla “conversion d’Avigdor”. Ne accenna il siciliano Rosario Romeo in una nota dell’immensa insuperata biografia dello Statista, affidatagli dalla Associazione Piemontesi a Roma, mentore Renzo Gandolfo, “ ‘l profesor”. D’altronde la sorte di Nizza era segnata. Dall’annessione della Liguria nel 1814, anziché alla città di Caterina Segurana Torino guardava a Genova (ai danni di Savona, da sempre in contrasto con la Superba) e a La Spezia quale porto militare, più possibile lontano da Tolone.

Nel decennio seguente tante famiglie nizzarde si trovarono dinnanzi alla scelta tra Parigi e Torino, la Francia (e il suo già immenso impero coloniale,dall’Algeria alla Cocincina) e un’Italia ancor tutta da costruire. Con la cessione alla Francia della Savoia e della Contea di Nizza (1860) venne l’ora delle decisioni ultime. Francofoni da molte generazioni, scrive Tombaccini, i giudeo-nizzardi “nutrivano sentimenti filofrancesi e da lunga data”. I più chiesero la “naturalizzazione” francese. Altri scelsero la cittadinanza italiana. Il “dilemma dell’annessione attraversava le famiglie e le spaccava, dato che un genitore, memore dell’esperienza napoleonica, preferiva la Francia, mentre il figlio, sensibile agli ideali del Risorgimento, inalberava il vessillo dell’Italia unificata che si profilava all’orizzonte”.

Al di là degli Stati, sotto la Stella di Davide

Per gli ebrei v’era però una terza opzione, silente: rimanere se stessi, “nazione”, come sempre nei secoli. Fu il caso di molte famiglie della Costa Azzurra. Quando ancora non c’erano telefoni né internet avevano una fitta rete di comunicazioni da uno all’altro dei Paesi nei quali singoli loro componenti si erano trovati a vivere, spesso sospinti dalle bufere delle persecuzioni, da Spagna e Portogallo alla Francia e all’ “Italia”. Tra la Rivoluzione e l’Impero (1789-1815) avevano vissuto una lunga parentesi di libertà, rimasta pressoché intatta in Francia dopo la Restaurazione, a differenza di quanto accadde nel regno di Sardegna col ritorno di Vittorio Emanuele I.

Dopo decenni tra conati di rivolta e rassegnata sottomissione, lo Statuto di Carlo Alberto e i Regi decreti del suo Luogotenente Eugenio di Carignano riconobbero agli israeliti uguaglianza di diritti civili e politici. Gli Avigdor se ne avvalsero subito. Henri-Enrico il 2 febbraio 1850 si candidò alla Camera dei deputati nel collegio di Gavi, già rappresentato dai marchesi Damaso Pareto, Orso Serra e Tommaso Spinola.  Soccombente al primo turno per un paio di voti contro Pietro Bianchi, due giorni dopo egli trionfò in ballottaggio con 130 preferenze contro le 19 del rivale.  Suo fratello  Giulio a sua volta fu eletto in ballottaggio nel 2° collegio di Nizza Marittima l’11 dicembre 1853 e venne confermato il 22 gennaio 1854. Morì il 23 dicembre dell’anno seguente. Gli subentrò Carlo Laurenti-Robaudi, come Augusto Riboty e altri patrioti pugnace difensore dell’italianità di Nizza.  

Di là, di qua delle Alpi: il rabbino cuneese Lelio della Torre

Con minuziosi alberi genealogici (quasi diamanti incastonati in una ricca collana di capitoli) Tombaccini documenta i flussi secolari dei membri di una stessa famiglia dall’uno all’altro versante delle Alpi del Mare. E’ una regione che ancora attende la vera svolta dell’Unione Europea: tornare da sommatoria di Stati e staterelli all’ecumene antica, vaticinata da Caracalla (non il più costumato fra gli imperatori romani) quando, nel 212 d.Cr., conferì la cittadinanza a tutti gli uomini liberi. Ne emerge l’arricchimento culturale che ne trasse il Piemonte nell’Otto-Novecento. Fu il caso del Piemonte meridionale, ove, per esempio, Cuneo contò due ebrei di peso europeo: Lelio della Torre e Marco Cassin.

Della Torre nacque nel capoluogo della “Granda” l’11 gennaio 1805 e morì a Padova il  9 luglio 1876. Orfano di padre a soli due anni, crebbe nella casa dell’avo materno, Michele Vita Treves, rabbino maggiore di Casale Monferrato. Studiò ebraico, latino e greco. Parlò italiano, francese, tedesco… Così definì la sua schiatta:“Italiani per nazione e per patria, israeliti per religione, e come italiani e come israeliti dobbiamo tendere ogni sforzo all’unità: dobbiamo stringerci fortemente intorno allo stendardo della patria comune, intornoallostendardodellareligione, fonte della libertà, di eguaglianza, d’indipendenza. che ausiliaria anch’essa vuol essere della patria e da noi a suo pro’ adoprata”. Della Torre respinse l’attribuzione dell’unificazione italiana a un “complotto  giudaico”, preludio di quello “giudaico-massonico”, classico cavallo di battaglia dell’antisemitismo reazionario. Perciò la sua figura e la sua opera  furono riproposte quale  vessillo liberale nel Piemonte d’inizio Novecento.

Marco Cassin, politico, patriota, rotariano…

Altro esponente insigne della comunità ebraica subalpina fu Marco Cassin (Cuneo, 29 agosto 1859  – Padova l’8 aprile 1926). Come i Cavaglion, i Lattes, Treves, Valobra, Valeri (una Debora sposò Aronne Ovazza di Torino), anche i Cassin furono una famiglia transfrontaliera. Nel Cuneese  si affermarono come proprietari di manifatture seriche e di una banca. Un membro della famiglia, Aronne, componente della giunta comunale di Caraglio, nel 1885  caldeggiò l’ingresso di Giovanni Giolitti nel consiglio provinciale di Cuneo. Era morto Agostino Moschetti, avvocato, già  sindaco di Cuneo, deputato alla Camera e consigliere  provinciale per il mandamento di Caraglio. Eletto col sostegno di Cassin, Giolitti rappresentò il mandamento  sino al 1920 quando morì Luigi Moschetti, che non resse alla perdita del figlio, caduto al fronte all’inizio  della Grande Guerra.  Nel 1920 Giolitti ne ereditò il mandamento di Prazzo e San Damiano, terra dei suoi antenati paterni. Vi rinunciò nel dicembre 1925, in risposta al servile complotto di catto-fascisti, con contorno di liberali tristemente dimentichi di sé, tutti proni dinnanzi al duce del fascismo.

Primo esponente politico-amministrativo della famiglia Cassin nel consiglio comunale della città di Cuneo fu Emanuel, titolare dell’omonima banca, in carica  dal 1873 al 1882, quando morì. Sette anni dopo fu eletto Marco. Non confermato nel 1893, riconquistò il seggio nel 1905, mentre  affioravano tensioni fra clericali e liberaldemocratici. Marco Cassin divenne punto di riferimento di  una linea politica destinata a fare da spartiacque nell’amministrazione civica cuneese: i clericali da una parte, duramente ostili nei confronti di Giolitti, proprio quell’anno eletto presidente del consiglio provinciale; i liberali progressisti dall’altra.  Anche in Piemonte molti esponenti della democrazia cristiana ispirati da don Davide Albertario e da Cesare Algranati, ebreo convertito in Rocca d’Adria (1892 e seguenti), polemizzavano a freddo contro israeliti e massoni.  Alle elezioni comunali  del 5 marzo 1908 prevalse un blocco moderato, confermato nelle elezioni del 12 settembre 1910. Cassin rimase soccombente.

La lotta fra clericali e liberali crebbe di tono con la fondazione della loggia “Vita Nuova”, il cui  stratega fu l’avvocato Angelo Segre.  La lotta per la conquista dell’amministrazione cuneese balzò al centro dell’attenzione nazionale. Nel 1909 Tancredi Galimberti, che nel corso degli anni aveva percorso tutto l’arco ideologico e politico (da garibaldino e radicale a giolittiano e infine filoclericale), venne confermato deputato. I liberali in Cuneo e altre zone della provincia erano però prevalentemente progressisti, convinti di poter fare a meno di alleati scomodi: sia i socialisti, sia i clericali. Il loro vero Nume era Giolitti. Benché non fosse al governo (presidenti del Consiglio furono, in rapida successione, Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti) lo Statista lo controllava, anche tramite il deputato di Alba, Teobaldo Calissano, sottosegretario all’Interno. Per sciogliere il nodo, il  Comune di Cuneo fu commissariato. Cassin organizzò la riscossa dei liberali. Finanziò la nascita di un terzo quotidiano, il “Corriere Subalpino” (poi “Il Subalpino”), contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” di Galimberti e al cattolico “Lo Stendardo”. Le elezioni del 1912  decretarono la vittoria dei progressisti guidati da Cassin, fiancheggiato dai “fratelli” Eugenio Cavaglione, Giovanni Quaranta, Angelo Segre e dal trentenne avvocato  Marcello Soleri, eletto sindaco. Questi  chiamò Cassin in giunta. Ancora una volta un pugno di uomini determinati e coesi garantirono la libertà delle moltitudini. Quello è il ruolo delle élites.

Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per rendersi eleggibile alla Camera dei deputati.

Il 26 ottobre 1913, mentre Soleri fu eletto deputato per il collegio di Cuneo, Cassin strappò il seggio di Borgo San Dalmazzo ad Alessandro Rovasenda di Rovasenda in carica dal 1897. Fu un duello memorabile. Vi puntarono i riflettori i giornali nazionali. A chi lo tacciò d’essere ebreo e massone  e che pertanto non meritava di rappresentare i borgarini a Roma  Cassin rispose di non sentirsi in colpa  solo perché apparteneva alla stirpe di Abramo. A ogni modo non poteva farci nulla. Smentì d’essere affiliato alla massoneria italiana. Non aveva motivo di nasconderlo. Massoni erano stati cinque presidenti del Consiglio. Nessun imbarazzo, dunque; semmai all’epoca era un passe-partout. Negò di esserlo non per opportunismo ma perché non lo era. 

Il 12 luglio 1914, in veste di pro-sindaco, Cassin annunciò la vittoria dei liberali nelle elezioni comunali di Cuneo. Sindaco fu eletto Luigi Fresia. In quello stesso turno amministrativo Cassin  fu eletto consigliere provinciale per il mandamento di Vinadio, già rappresentato da Rovasenda.  Sconfitto da Soleri a Cuneo nelle politiche del 1913, Galimberti fu battuto anche alle provinciali: una  disfatta che ne eccitò lo spirito di vendetta, spinto all’estremo quando perfidamente chiese soldi agli industriali torinesi per annientare per sempre Giolitti nella sua provincia originaria. Cassin  non tornò nel consiglio comunale di Cuneo  perché ormai aveva altre e più  alte incombenze. Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, all’intervento dell’Italia nella grande guerra a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) egli gettò sul piatto della bilancia una ricompensa concreta e immediata: la rettifica della balzana linea di frontiera italo-francese risalente ai frettolosi accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III e peggiorata nel  1860. Però il miope governo Salandra-Sonnino non raccolse il suggerimento, per non creare allarme nel governo francese di cui, senza molte ragioni e con più danni che vantaggi, col patto di Londra del 26 aprile 1915 l’Italia divenne alleata contro gl’Imperi Centrali. Nel 1916 Cassin perse il figlio Luigi, caduto ventitreenne durante esercitazioni alla base dell’aviazione militare a Cameri (Novara). Presidente delle Camere di Commercio italiane dal 1916, candidato con Giolitti nelle elezioni politiche del 1919, l’anno seguente, lasciate tutte le cariche locali, ascese a  vicepresidente della Camera di commercio internazionale. Giolitti lo propose senatore. Durante la sua presidenza fu avviata la costruzione della sontuosa sede della Camera di Commercio di Cuneo. Autore di numerosi studi scientifici, economici, statistici, egli pronunciò  il discorso ufficiale per la posa della prima pietra della Stazione Nuova di Cuneo presenti il Re, Vittorio Emanuele III, il presidente del Consiglio dei ministri, Giolitti, il direttore generale delle Ferrovie Riccardo Bianchi e altre personalità.

L’Internazionale Azzurra, bastione delle libertà

Quando nel dicembre 1925 si dimise da presidente e da consigliere provinciale, Giolitti non gli chiese di fare altrettanto, così come non pretese che Camillo Peano lasciasse la presidenza della Corte dei Conti, alla quale era asceso una settimana prima che Mussolini si insediasse al governo. Chi lo poteva doveva rimanere al suo posto per protrarre il magistero liberale e prepararne la riscossa. Se ne intravvedono i segni premonitori nella relazione di Cassin  sull’attività camerale, che fu anche il suo testamento politico. A far scendere un’ombra sulla sua figura concorse  il concordato cui la sua Banca fu costretta per evitare un mortificante fallimento. A quasi un secolo dalla morte, Marco Cassin merita l’intitolazione di un luogo o edificio pubblico, non meno dei sindaci e deputati ai quali spianò la via del meritato successo. E’ l’emblema di un mondo che esisteva prima e rimarrà vivo dopo il tramonto degli “Stati nazionali”, qui e là necessari secondo le “circumstanzie”, ma spesso forieri di guai nel corso millenario della storia.

Con l’industriale e poi senatore del Regno Luigi Burgo, con Soleri, lo scrittore Nino Berrini (massone) e altri insigni esponenti del Vecchio Piemonte (Giuseppe Boglione, Umberto di Montezemolo, Gastone Guerrieri di Mirafiori, Giambattista Imberti, Enrico Marone…), nel 1925 Cassin dette vita al Rotary Club di Cuneo: antenna della nuova Internazionale Azzurra. La sua storia fu pubblicata nell’80° del Sodalizio, all’epoca presieduto da Gianmaria Dalmasso, e riproposta dieci anni dopo con premessa di Alois Dalmasso di Garzegna. Socio d’onore il Rotary di Cuneo dal 1927 ebbe Umberto di Savoia, principe di Piemonte; e dal 2006 vanta sua figlia, la Principessa Maria Gabriella: tanti “nodi” della lunga “catena” che ha condotto alle libertà, ai diritti dell’uomo, alla fratellanza tra i popoli, arricchita dalla “nazione ebraica” cresciuta tra Alpi e Costa Azzurra. Il 15 novembre 1938 anche il Club di Cuneo sospese le sedute a tempo indeterminato prima che Mussolini sciogliesse di autorità i Rotary d’Italia, malgrado ne fosse presidente onorario il Re stesso. D’altronde tre giorni dopo furono emanate le leggi razziali, volute dal duce d’intesa con l’ala antimonarchica del fascismo per isolare Vittorio Emanuele III e subordinare il Paese alla Germania di Adolf Hitler. Fu il suicidio di sovranisti sprovveduti e cortomiranti. Purtroppo, però, esso comportò la rovina d’Italia. 

Aldo A. Mola    

(*) L’autore è grato a Mathieu Vernant (Parigi), che ha liberalmente messo a disposizione una fotografia inedite del nonno, Marco Cassin

Pubblicato in : EditorialeTag: agricoltura, anni, battaglia, camera dei deputati, camera di commercio, cittadinanza italiana, consiglio dei ministri, conti, corte dei conti, damiano, danni, democrazia, direttore generale, discorso, disposizione, elezioni, elezioni politiche, fallimento, fascismo, figlio, francia, genova, germania, giornali, governo

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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