
Mentre la crisi a Gaza continua a generare sgomento, una domanda si fa sempre più urgente: dove sono finite le istituzioni nate per prevenire simili tragedie? L’ONU e l’Unione Europea, un tempo pilastri dell’ordine internazionale, appaiono oggi marginali, prive di voce e soprattutto di strumenti. Le difficoltà attuali non sono che l’ultimo sintomo di un declino iniziato tempo fa. Già la nomina di Kofi Annan a Segretario Generale dell’ONU, nonostante il suo coinvolgimento passivo durante il genocidio ruandese, aveva mostrato i limiti di un’organizzazione incapace di reagire nei momenti decisivi. A Gaza, questi limiti si sono trasformati in irrilevanza: nessuna forza di interposizione, nessuna reale pressione internazionale, solo risoluzioni disattese. Le Nazioni Unite, di fronte a civili usati come scudi umani e alla sistematica ostruzione degli aiuti umanitari, si sono rivelate testimoni silenziose. L’assenza dei caschi blu, emblema della neutralità e della protezione internazionale, ha sancito il loro fallimento operativo. Non va meglio sul fronte europeo. L’Unione ha mostrato tutta la sua debolezza sotto la guida di Ursula von der Leyen, tra la gestione controversa della pandemia ed una politica estera frammentaria. L’errore strategico di promettere all’Ucraina un sostegno che non si è mai concretizzato in un intervento diretto ha rafforzato la posizione di Mosca. Oggi l’esercito russo, secondo solo a quello statunitense, è ai confini della NATO, mentre l’Europa discute di aumentare la spesa militare senza un vero piano condiviso. In questo contesto l’Occidente continua a identificarsi con gli Stati Uniti, che alternano il ruolo di mediatori a quello di attori interessati. Nella gestione della crisi in Medio Oriente Washington ha sostenuto il governo Netanyahu secondo logiche di convenienza interna, spostando la narrazione del conflitto a seconda delle necessità diplomatiche. Il risultato è una leadership globale che si autoattribuisce meriti ma evita responsabilità. Eppure proprio in questo vuoto potrebbe emergere qualcosa di nuovo. I Paesi dei BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, e i nuovi membri recentemente aggregati – rappresentano già una parte significativa dell’economia e della popolazione mondiale. Ma possono diventare anche attori geopolitici in grado di prendersi cura delle “Gaza del mondo”, quelle aree dimenticate dove il diritto internazionale si dissolve nel silenzio? Un nuovo ordine multipolare potrebbe non solo riequilibrare i poteri in gioco, ma soprattutto introdurre una visione meno ipocrita delle relazioni internazionali. Non si tratta di affidarsi a potenze perfette – nessuna lo è – ma di uscire da una logica di dominio unilaterale e costruire una rete di responsabilità condivise.
La domanda resta aperta, e insieme urgente: può davvero nascere un nuovo ordine globale in grado di garantire equità e protezione dove oggi regnano l’abbandono e l’impunità?
Angelo Santoro

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