Lamberto Dini non ha certamente né la popolarità, né la capacità di riempire le piazze di sproloqui e di foto che sono proprie di Beppe Grillo
Ciò è naturale: l’ex presidente del Consiglio, infatti, non è un comico, non fa ridere, non dice parolacce. Non è neanche una bellezza, a dirla tutta, e ha un sorriso intelligente e un po’ triste. Perciò il “Corriere della Sera” gli dà poco spazio, in una delle ultime pagine, mentre dedica a Grillo paginate intere e articoli interminabili. Anche questo ha una logica: Dini spiazza e scompagina il giochetto del “Corrierone” di sostenere Romano Prodi e Piero Fassino, di essere comunque dalla parte del regime bancario-comunista. Insomma: scherza coi fanti ma lascia stare i santi. Eppure la posizione assunta negli ultimi giorni da Dini è interessante, e proprio il presidente della commissione Esteri di Palazzo Madama può pesare sulla politica di governo ben più di Beppe Grillo. Nella conferenza stampa tenuta martedì scorso, Dini ha detto che la sua corrente all’interno della Margherita, quella liberaldemocratica, non entrerà nel Partito democratico, perché il nuovo partito è semplicemente il compromesso catto-comunista e non lascia spazio al liberalismo. L’ex premier ha poi aggiunto che non può più accettare la deriva del governo verso l’estrema sinistra e l’egemonia sindacale sull’economia. E infine ha ribadito che, sì, rimane nel centrosinistra, ma si riserva d’ora in poi di votare come gli pare. Non è poco, perché si dà il caso che “Lambertow” abbia tre voti al Senato, dove – come è arcinoto – la maggioranza di governo è di due voti. Tre voti al Senato contano più (almeno per ora) di tutte le trombonate del Grillo nazionale. Prodi – che non ha l’Alzheimer (come ha invece recentemente detto il comico genovese), ma che è maestro, questo sì, di valium e di vaselina – conosce il pericolo e se ne preoccupa, anche se lo nasconde dietro il suo sorriso da angiolone parrocchiale. Stupisce che altri componenti della zuppa inglese che costituisce la base della maggioranza di governo (come ad esempio i radicali di Pannella e i socialisti di Boselli) non seguano Dini, anzi non lo abbiano preceduto. Proprio lo Sdi, in particolare, non dice mai nulla su niente, teme di perdere lo 0,02 dello 0,8 che i sondaggi gli danno. Pannella continua il suo permanente sciopero della fame (dovrebbe ormai essere giunto alla trasparenza) e continua a ricorrere al giudice contro la sua esclusione dalle primarie del Partito democratico, come se in Italia ci fosse un solo cittadino su mille che fosse interessato a simili storie da teatro del Settecento. Eppure Pannella alcune cose le dice, qualche idea la rappresenta, sia pure in mezzo a un mare di vaniloqui. Ma tutti restano aggrappati alla zattera della Medusa del governo Prodi, come i naufraghi del famoso quadro, mangiandosi la mattina i pezzi dei morti di fame la notte precedente. Da qui, la nostra estrema, certamente inutile, esortazione: forza, ragazzuoli, laici, liberali, radicali e socialisti, dateci un taglio, fate un piccolo sforzo, uno scattino da niente, un passettino da figlioletti forti dal passeggino. Tanto non avete più niente da perdere. Male che vada qualche mese di stipendiuccio da sottosegretario, qualche viaggetto in aereo di Stato, qualche flash in televisione, ma pochi e per Marco nemmeno quello. Unitevi a Dini, emettete insieme un vagito, un gridolino, un sospiruccio, con quel filo di fiato che vi resta, ma che tra poco non avrete più.
Venerio Cattani

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