La ripresa dell’attività politica a settembre focalizzerà la discussione e il confronto fra partiti e parti sociali su due grandi appuntamenti autunnali: la legge di stabilità e il referendum costituzionale. Fino a poco tempo fa si dava più importanza al secondo, ora i termini si sono invertiti, soprattutto dopo i dati economici del secondo trimestre che, se proiettati su base annua, portano ad un dimezzamento dell’ipotesi di crescita prevista dal DEF a metà aprile (0,6% invece dell’1,2 previsto). L’economia sta diventando la vera, grande emergenza del Paese. L’Italia resta il fanalino di coda in Europa. Molti, soprattutto nella classe politica, ma non solo, danno la colpa alla Germania, al rigore della Merkel, all’austerità imposta dall’ Europa, o addirittura “al neoliberismo imperante”. Niente di tutto questo. La verità, che ci si ostina a non voler vedere, è che da noi ci sono condizioni strutturali che appesantiscono le conseguenze della difficile congiuntura internazionale. Nonostante infatti alcune condizioni esogene che favoriscono i paesi importatori come il nostro, il crollo del prezzo del petrolio, delle materie prime e delle derrate agricole, il basso livello dei tassi che riduce sensibilmente la cifra che dobbiamo pagare sugli interessi per il debito pubblico e la politica espansiva della BCE, il PIL non cresce o cresce in misura ridotta rispetto agli altri paesi e il debito pubblico aumenta. Era 2171,6 miliardi al 31 dicembre del 2015, è salito a 2248,8 miliardi al 30 giugno 2016, un incremento di 77,2 miliardi di euro.
La ragione è che, dopo il Jobs Act, la verve riformatrice del governo si è come arenata. Poco o niente su Pubblica Amministrazione e fisco, niente del tutto sulle due grandi emergenze rappresentate dalla scuola e dalla giustizia. Come se non bastasse abbiamo utilizzato la flessibilità concessaci dall’Europa, pari a quasi 18 miliardi, per impedire lo scatto delle clausole di salvaguardia, che avrebbero comportato un sensibile aumento delle tasse, e per finanziare la spesa corrente. Ora la legge di stabilità che dovrà vedere la luce ad ottobre è l’occasione per invertire la rotta. Le prime indiscrezioni non lasciano sperare bene. Come sempre, sembra si sia deciso di puntare su pubblico impiego e pensionati, cioè su lavoratori ultra garantiti e poco produttivi e su un ceto ormai fuori dalla produzione. Non è il modo migliore per rilanciare la produttività e di conseguenza l’economia. Non lo è per i Paese e non lo è per la sopravvivenza del Governo. E’ l’economia infatti che deciderà il destino di Renzi. Se le misure saranno adeguate e l’economia ripartirà allora Renzi potrà arrivare al 2018, se non saranno adeguate l’esecutivo è destinato a cadere. Il referendum costituzionale acquista così una nuova valenza. Se Renzi sbaglia la manovra il risultato referendario sarà ininfluente perché il Governo è comunque destinato a cadere ma se Renzi con la legge di stabilità fa le scelte giuste allora il SI o il NO al referendum diventano non un voto a favore o contro il governo ma un Si o un NO al futuro dell’Italia.
Una riflessione che dovrebbero fare quanti, criticando qualche oggettiva carenza della riforma costituzionale, vogliono volutamente ignorare l’impatto che una sua bocciatura avrebbe sul futuro del paese.
Giancarlo Magni

L’Italia è un paese dove gli italiani non investono più (molti dislocano), gli italiani hanno (s)venduto i loro gioielli (perché la Richard Ginori è fallita; e vedi altri marchi prestigiosi in tutti i campi), non si curano delle loro giacenze culturali (per restare in Toscana vedi l’esempio del Museo Ginori, privato, messo in vendita e rimasto lì ad ammuffire, mentre quelli statali non riescono a tenersi su da soli; si fanno troppe mostre che vanno a vantaggio dei privati che le organizzano), non si curano dei giovani (scuola in dismissione, i nostri giovani preparati, se non hanno le solite raccomandazioni, vanno per forza all’estero e trovano di solito buone collocazioni), non si curano delle persone (aumento spaventoso della povertà e di una burocrazia ottusa, numero dei nuovi nati non attivo tra gli italiani, poi quanti morti si devono ancora vedere per gli sconsiderati tagli ai posti letto in ospedali collocati in aree dalla viabilità che definire difficile o scomoda è un eufemismo? La crisi … non si nega che ci sia, ma forse i mezzi per combatterla non sono quelli che la nostra classe politica ha individuato. Tanto se si continua così, addio Italia … tra trent’anni dove saranno gli italiani?